Dalle posizioni del candidato del Parti socialiste alle presidenziali francesi Benoît Hamon sul “reddito universale” alla recente proposta dell’ex premier Matteo Renzi riguardante il “lavoro di cittadinanza”, la questione del ruolo dello Stato nella garanzia dei redditi dei cittadini si pone come attuale tema di dibattito per la sinistra.
Quello di reddito minimo è un concetto che le cui prime formulazioni risalgono addirittura all’epoca moderna e che ha assunto nel tempo molteplici forme, sia nella sua elaborazione teorica, sia nella sua applicazione. Facendo riferimento alla terminologia italiana, si intende con “reddito universale” (oppure “di cittadinanza” o “di base”) una somma regolarmente versata a tutti i cittadini per un ammontare tale da garantirne la sopravvivenza. Il “reddito minimo garantito” è invece erogato esclusivamente a cittadini in età lavorativa i cui introiti sono inferiori alla soglia di povertà e vincolato percorsi di qualificazione professionale, come nei casi del reddito di inclusione sociale (REIS) approvato in via definitiva al Senato il 9 marzo 2017, del reddito di dignità (RED) promosso in Puglia dal Presidente Emiliano o della proposta del Movimento 5 Stelle.
Una sommaria rassegna delle esperienze in corso mostra come i programmi adottati sinora siano più vicini a forme di reddito minimo garantito, destinate a individui in età lavorativa che rispondono a criteri ben precisi. Ne è un esempio la recente iniziativa sperimentale finlandese di versare 560 euro mensili non tassabili a quanti fra i 25 e i 58 anni percepiscono un sussidio di disoccupazione in sostituzione di quest’ultimo. L’idea è quella di verificare se ciò possa fungere da incentivo ad accettare lavori part-time o con basse retribuzioni, insufficienti a garantire uno standard di vita dignitoso ma non compatibili con un sussidio di disoccupazione.
Gran parte delle politiche di reddito minimo sono al momento dei programmi pilota (o in fase di studio) applicati su fasce della popolazione strettamente determinate ed entità territoriali ben circoscritte, dalle città di Utrecht e Barcellona a campioni di villaggi in Uganda, Kenya e India. Anche la proposta di revenu universel d’existence di Hamon prevede un’applicazione articolata su più stadi, cominciando da una rivalorizzazione della RSA (revenu de solidarité active, di fatto ascrivibile alle forme di reddito minimo garantito) e della sua trasformazione in reddito permanente fino alla progressiva estensione a tutta la popolazione.
L’obiettivo è indubbiamente ambizioso e non è un caso che la forma più vicina di reddito universale di cittadinanza sia applicata solo in Alaska attraverso il Permanent Fund Dividend (PFD), un dividendo sociale redistribuito ai residenti sulla base degli introiti dell’Alaska Permanent Fund, fondo sovrano che gestisce la rendita petrolifera dello Stato.
Il finanziamento dei programmi di reddito universale è infatti una questione di primaria importanza: corrispondere una somma di denaro a tutti i cittadini (o addirittura a tutti i residenti) di uno Stato implica una considerevole pressione sui bilanci pubblici, già provati da anni di crisi economica e – almeno nel caso europeo – strettamente vincolati a regole di disciplina fiscale.
Dall’altra parte, la sinistra contemporanea non può esimersi dalla sfida posta dai mutamenti dell’economia globale e dei mercati del lavoro nazionali, dalla progressiva automatizzazione dei processi produttivi (e l’avvento della cosiddetta jobless economy profetizzata da alcuni esperti) alle delocalizzazioni verso Paesi in via di sviluppo. In quest’ottica, il reddito minimo permetterebbe di sostenere il potere d’acquisto degli “esclusi” dal mercato del lavoro rendendo così in qualche modo possibile – quanto meno nel medio periodo – la tenuta del sistema economico nonostante l’esistenza di una classe “improduttiva” stimata in progressiva crescita. Attraverso il temperamento degli effetti negativi prodotti dalle dinamiche economiche globali, un programma di questo tipo si renderebbe promotore attivo di valori fondamentali per la sinistra quali l’inclusività sociale e l’uguaglianza delle opportunità, assicurando una maggiore libertà di scelte lavorative e di vita ogni individuo grazie alla garanzia della sussistenza.
Le voci critiche ritengono invece che tali misure genererebbero perversi incentivi di azzardo morale, incoraggiando i percettori del reddito minimo a indulgere in atteggiamenti parassitari a carico di quanti invece continuerebbero a lavorare (e pagare le tasse). Due visioni antropologiche si scontrano nel dibattito sul reddito di base e la sinistra deve interrogarsi dialetticamente in merito, senza dimenticare non solo la spinosa questione del finanziamento di queste politiche nel breve e nel lungo periodo, ma anche e soprattutto sul rapporto tra queste ultime, il sistema di welfare e il mercato del lavoro.
È innanzitutto di primaria importanza discutere su come il reddito minimo conviverà con l’esistente sistema di welfare (nazionale e locale), se creerà sovrapposizioni o lo sostituirà in misura sostanziale – e con quali conseguenze – oppure se ne permetterà la rimodulazione in modo da renderlo più capace di dialogare con il mercato del lavoro contemporaneo. In secondo luogo, occorre ragionare sulle conseguenze che il reddito minimo potrebbe avere sull’interazione tra il lavoratore e il mercato del lavoro. Consapevoli del fatto che quest’ultimo già percepisce un’entrata di sussistenza, i datori di lavoro potrebbero infatti esercitare una pressione verso il basso sui salari, con ripercussioni negative facilmente indovinabili.
Una proposta alternativa al reddito minimo è quella del “lavoro di cittadinanza” avanzata da Matteo Renzi dopo il suo viaggio in California. L’idea è, semplificando, di rendere lo Stato il garante ultimo della piena occupazione (employer of last resort), attraverso una serie di programmi che consentano l’impiego dei disoccupati. Formulata negli anni Sessanta, questa politica ha avuto un’applicazione assai limitata (si pensi ai Plan Jefes in Argentina o al National Rural Employment Guarantee in India), anche per la difficoltà di creare lavori in maniera tale da assorbire con successo i disoccupati offrendo loro impieghi dallo status e dall’utilità sociali soddisfacenti e non “lavoretti” che li parcheggino ai margini della società e dei processi produttivi.
Che si tratti di reddito minimo o di lavoro di cittadinanza, la sinistra deve comprendere la complessità di queste misure e le sfide che la loro adozione può comportare, senza lasciarsi andare a facili entusiasmi né a chiusure preconcette. E senza dimenticare di ragionare non solo sull’inclusione sociale di nuove e vecchie categorie di emarginati, ma anche sull’interazione tra economia nazionali e dinamiche globali e sul funzionamento del mercato del lavoro.


Clara Capelli

Economista dello sviluppo, esperta di Medio Oriente e Nord Africa (MENA), in particolare di questioni legate all’economia informale e al commercio internazionale. Attualmente basata a Tunisi dove lavora come consulente, si è dottorata presso l’Università di Pavia con una tesi quantitativa sul rapporto tra struttura produttiva e disoccupazione nella regione MENA. Ha esperienze di ricerca e insegnamento in Libano (Lebanese American University, dove è stata visiting PhD candidate) e Cisgiordania.

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