“Sapete cosa hanno voluto scrivere i contadini nel contratto? Che il padrone doveva dare loro da bere un quarto di litro di vino. E poi aggiunsero anche una nota in fondo al contratto: “per vino deve intendersi vino buono e non il vinello o vino guasto”. E precisarono anche cosa si intendesse per minestra, perché sapevano che i padroni non rispettavano neanche i bisogni più elementari. Questi Patti di Corleone non avevano nulla di straordinario in fondo, perché stabilivano una mezzadria pura, ma per la prima volta i contadini divennero un soggetto politico. Da pietre e da oggetti, diventarono soggetti politici che dicevano al padrone “Se vuoi che vengo a lavorare nelle tue terre mi devi dare delle condizioni” .

(tratto dal contratto scritto a mano nel 1893 da Bernardino Verro e dai contadini siciliani, in “Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne”, AutAut Edizioni).

Nelle ultime settimane si sta discutendo molto della crisi della filiera agricola. L’emergenza Covid-19 ha fatto emergere tutte le contraddizioni del settore. La questione abitativa, i salari, lo sfruttamento: contraddizioni già esistenti prima di questa crisi sanitaria ma che oggi esplodono, in seguito alle misure di contenimento del contagio introdotte negli ultimi mesi. Con il lockdown e la chiusura delle frontiere è difficile muoversi, migliaia di lavoratori stagionali sono bloccati nell’est Europa e altrettanti lo sono nei vari ghetti d’Italia, in condizioni igienico-sanitarie disastrose. L’assenza di lavoratori rischia di mettere in ginocchio una filiera fondamentale, quella del cibo e così si scopre che quei lavoratori sono fondamentali al sistema agricolo. E alla società intera.

Eppure basterebbe rileggere le pagine di una storia tutta italiana per comprendere il presente e ciò che accade oggi nelle campagne: la storia del movimento contadino più grande d’Europa, fatto di braccianti analfabeti e di coraggiosi sindacalisti che, dalla fine del 1800 fino al 1950, diedero origine a lotte memorabili contro lo strapotere feudale nelle campagne. E che riuscirono ad ottenere enormi conquiste sociali. Dalla prima forma di contratto, “I patti di Corleone” del 1893, fino alla riforma agraria del 1950 che, seppur incompiuta, mise per la prima volta un limite di duecento ettari alla proprietà della terra, e il restante andava redistribuito.

Una sinistra che garantisca diritti e regolarizzazioni dei braccianti

Una politica di sinistra che prenda esempio dalle lotte bracciantili dello scorso secolo dovrebbe essere in grado di proporre la regolarizzazione e la sanatoria dei migranti irregolari non come un provvedimento temporale e funzionale a reperire la manodopera agricola ma come una questione di diritti. Di diritti dei lavoratori. Regolarizzare vuol dire tutelarli e tutelarci. Vuol dire più sicurezza e legalità per tutti. Vuol dire fare emergere gli invisibili dai coni d’ombra, dalla gestione criminale su di loro operata da organizzazioni criminali, padroni e caporali. 

In secondo luogo, per garantire a queste persone l’accesso ai servizi e tutelare la salute pubblica ai tempi del Covid-19, le istituzioni e la politica dovrebbero elaborare un piano per smontare gli insediamenti formali e informali – ghetti, tendopoli – dove è impossibile attuare qualsiasi forma di distanziamento sociale.

La filiera e le responsabilità economiche e sociali

Invece di invocare l’impiego di studenti, disoccupati, persone in cassa integrazione o con il reddito di cittadinanza – pagati già dalla fiscalità, ovvero dai cittadini – bisognerebbe pretendere che sia la filiera stessa ad assumersi quei costi. Così come dovrebbe assumersi i costi per accogliere dignitosamente i lavoratori delle campagne (modalità già esistente in numerosi paesi europei). In un momento storico in cui la filiera agricola e soprattutto la grande distribuzione organizzata (GDO) stanno raddoppiando i profitti, perché l’accoglienza dei braccianti sfruttati non dovrebbe essere a carico loro?

È necessario analizzare i meccanismi che generano il caporalato e lo sfruttamento, elementi tipici di una filiera spesso disfunzionale. Le politiche del sottocosto, le aste al doppio ribasso, lo strapotere della GDO devono essere frenate dalla politica e dalle istituzioni. Per farlo è necessaria una battaglia culturale e politica per frenare lo squilibrio di potere e arginare certe pratiche sleali nel settore agroalimentare (su questo punto, il Parlamento europeo è riuscito a emanare nel 2019 una direttiva interessante che deve essere recepita dai vari stati membri, Italia inclusa). Contemporaneamente le istituzioni devono essere in grado di rispondere ai bisogni dell’agricoltura introducendo, tanto per fare alcuni esempi, un servizio pubblico efficace di intermediazione tra la domanda e l’offerta oppure degli ostelli per i braccianti, italiani e stranieri, gestiti dai Comuni e pagati dalle imprese (responsabilità sociale).

Le proposte di voucher sostenute dalle associazioni di categoria, come Coldiretti, e da alcuni partiti politici, difendono invece una classe agraria che si arricchisce sulla pelle dei braccianti attraverso strumenti di contrattazione che escludono i lavoratori dalla copertura sanitaria e da tutta l’assistenza in caso di infortuni e malattia.

Una politica visionaria e lungimirante

Bisogna chiamare in causa oggi più che mai una politica di sinistra visionaria e lungimirante capace di vedere nelle campagne il laboratorio economico e sociale del futuro. È necessaria la “contadinanza” e di una visione politica della terra: ciò significa riconoscere i contadini come figure sociali professionali, indispensabili per il cibo e per la tutela dell’ambiente. E la sinistra dovrebbe farsi portatrice di proposte politiche che proteggano proprio quei contadini, quelle aziende agricole e quei produttori, che sono dei grandi portatori di valore, non solo in termini di qualità del prodotto ma anche in termini di difesa dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori e di un’economia sana.

“Se vuoi che vengo a lavorare nelle tue terre, mi devi dare delle condizioni”, scrivevano i braccianti nei Patti di Corleone del 1893. Oggi la sinistra non può dimenticarsi di quelle lotte ma deve saperle adattare al contesto attuale. E ciò significa regolarizzare i braccianti, garantire il diritto alla salute e tutelare l’ambiente. Sono queste le condizioni minime da inserire in un nuovo patto agricolo. 


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