Di Stefano Graziosi*

Non sono tempi facili per il Partito Democratico statunitense. La sconfitta elettorale del 2016 è stata infatti una delle più drammatiche della sua storia. E ha lasciato un segno profondo: non soltanto l’Asinello ha perso la Casa Bianca ma non è neppure riuscito a conquistare uno dei due rami del Congresso. Il partito è, insomma, piombato in una fase di stallo, ritrovandosi fondamentalmente dilaniato da una feroce lotta intestina: da una parte, la sinistra di Bernie Sanders; dall’altra la corrente moderata (più o meno clintoniana). La prima appoggia una visione tendente al socialismo, venata di protezionismo economico e isolazionismo geopolitico. La seconda, di contro, non disdegna i trattati internazionali di libero scambio e, pur non condividendo le prospettive dell’unilateralismo neoconservatore, ritiene che gli Stati Uniti debbano continuare a giocare un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale e multilaterale.

Un duello aspro, dunque, tra due sistemi di pensiero quasi antitetici. Un duello riesploso energicamente in occasione delle elezioni per la scelta del nuovo presidente del Partito Democratico, lo scorso febbraio: elezioni che hanno visto scontrarsi Tom Perez e Keith Ellison. Il primo, ex ministro del Lavoro di Barack Obama, si è presentato come il candidato dell’establishment, nel tentativo di arginare i sandersiani compattando le aree di centro e centro-sinistra. Il secondo, deputato per il Minnesota, ha invece ottenuto l’appoggio della sinistra (da Bernie Sanders ad Elizabeth Warren). Dopo aver vinto sul filo del rasoio, Perez ha teso la mano ad Ellison, con l’obiettivo di mantenere unite le varie correnti di un partito che fatica ancora oggi a ritrovare una propria identità.

E difatti, su svariate questioni le due anime non sembrano essere ancora riuscite a trovare una sintesi. Pensiamo alla sanità: quest’estate, Bernie Sanders ha presentato un progetto di riforma con l’obiettivo di creare un sistema sanitario in grado di coprire tutti i cittadini americani. Una proposta da molti giudicata irrealizzabile ma che il senatore del Vermont difende a spada tratta, sostenendo la necessità di un energico aumento delle tasse. Si tratta di una visione che le ali moderate del partito non guardano con troppa simpatia. Non solo temono che simili politiche possano spostare l’Asinello su posizioni barricadiere con conseguente fuga degli elettori moderati. Ma, pragmaticamente, preferiscono concentrarsi sulla difesa di Obamacare dai picconamenti di Trump. Il punto, insomma, è che queste anime combattive non riescono ancora a trovare un elemento coesivo che vada al di là della (ovviamente legittima) opposizione a Trump.

Non è un caso che Barack Obama, contrariamente ai suoi immediati predecessori, sia rimasto particolarmente attivo sulla scena politica americana. Il problema è che, dopo lo straordinario successo della sua rivoluzione nel 2008, il Partito Democratico non è parso capace di attuare un significativo rinnovamento interno  che gli consenta di superare le divisioni intestine per creare una piattaforma di effettiva alternativa a Trump e ai Repubblicani. Le stesse recenti (e pur importanti) vittorie ottenute nelle elezioni governatoriali in Virginia e New Jersey non bastano a segnalare un’inversione di tendenza: si tratta infatti di territori tendenzialmente favorevoli ai democratici, dove non risiede lo zoccolo duro dell’elettorato trumpiano (la classe operaia impoverita della Rust Belt). Senza poi dimenticare che nel New Jersey l’Elefantino sconta la pessima gestione dell’ex governatore repubblicano, Chris Christie. Se veramente vuole capitalizzare questi buoni risultati, l’Asinello dovrebbe finalmente cercare di disancorarsi dal passato, guardando saldamente al futuro.

Ma il tempo è poco. Tra meno di anno, si terranno le elezioni di medio termine in cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato. E i democratici dovranno fare di tutto per cercare di riconquistare almeno la Camera: un obiettivo fondamentale non soltanto per attuare una opposizione più efficace a Trump. Ma anche per tornare di fatto a contare nell’agone politico statunitense. Un agone da cui i democratici ormai sembrano quasi spariti e in cui tengono completamente banco le sole beghe interne al Partito Repubblicano. L’Asinello deve insomma guardare avanti: Obama può essere un punto di partenza, ma non certo un punto di arrivo. Non solo perché, banalmente, il XXII Emendamento gli impedisce un terzo mandato. Ma anche – e soprattutto – perché l’America di oggi fatalmente non è più quella del 2008. Trump, piaccia o meno, è un segno dei tempi. Ed è stato abile ad intercettare un disagio profondo, perché ha avuto fiuto. Ecco: questo fiuto i democratici devono ritrovare. Perché il rischio, per loro, non è perdere le prossime elezioni, ma sprofondare nell’irrilevanza storica. Un’opzione che il partito di Franklin Delano Roosevelt non può permettersi.

 

 

*Laureato in filosofia politica alla Cattolica di Milano, collabora su esteri (soprattutto Stati Uniti) con varie testate (Lettera43, Verità, Stati Generali, in passato America24 ecc.)


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