Negli anni successivi alla crisi economica, le questioni della disoccupazione e della creazione di impiego sono tornate a rivestire un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Solo per indicare alcuni fra i più significativi esempi, le Nazioni Unite hanno rivendicato con il Sustainable Development Goal numero 8 l’importanza della piena occupazione e della dignità del lavoro, mentre la Commissione europea il 26 aprile 2017 ha lanciato una proposta di Pilastro europea per i diritti sociali.

            In questo campo l’Italia si è distinta nell’agosto 2016 proponendo la creazione di un fondo europeo – noto come EuropeanUnemployment Benefit Scheme, EUBS – per trasferire risorse ai Paesi membri per l’erogazione di un’indennità di disoccupazione europea (IDE). L’idea di un programma di indennità di disoccupazione a livello europeo non è nuova, una prima formulazione si trova già nel rapporto Economic and Monetary Union 1980 (noto anche come Marjolin Report) del 1975, che prevedeva un fondo per gli assegni di disoccupazione che i governi nazionali avrebbero potuto integrare con una maggiorazione attingendo a risorse proprie.

            Altre versioni dell’IDE e proposte si sono succedute negli anni, fino a quella del governo italiano. In questa formulazione lo schema prevede un contributo ai bilanci nazionali che di fronte a uno shock economico congiunturale si trovino ad affrontare un aumento della disoccupazione. Tale contributo fornirebbe risorse supplementari alla politica fiscale nazionale al fine di integrare temporaneamentei meccanismi nazionali già previsti dai singoli ordinamenti. Ciò consentirebbe di sostenere la domanda domestica durante la crisi congiunturale, permettendo una ripresa più rapida e contenendo gli effetti di contagio su altri Paesi UE. Il fondo per l’IDE dovrebbe rappresentare circa lo 0,5% del PIL dell’area euro (Il Ministero delle Finanze italiano lo stima a 50 miliardi di euro prendendo il 2015 come anno di riferimento), da finanziarsi attraverso contribuzioni degli Stati membri.

            La proposta dell’IDE è da salutarsi con favore all’interno di un quadro politico che intende rafforzare l’architettura UE attraverso meccanismi che promuovano l’integrazione europea a livello economico e sociale, tema fondamentale per una Sinistra che voglia affrontare in modo efficace e inclusivo le sfide poste dalla globalizzazione. Un’indennità di disoccupazione europea renderebbe inoltre possibile una maggiore stabilizzazione del sistema UE attraverso dei meccanismi che sostengano le economie più vulnerabili quando necessario.

            È tuttavia fondamentale evidenziare alcune problematiche della proposta italiana. La messa in atto di uno schema così complesso come l’IDE non può che partire dalla dimensione temporanea e congiunturale della disoccupazione, ma allo stesso tempo è cruciale interrogarsi sul profilo strutturale e di lungo periodo della disoccupazione nell’Unione europea.

            La disoccupazione di lungo periodo (pari o superiore a 12 mesi) si attesta intorno al 45% sul totale dei disoccupati all’inizio del 2016 (dati Eurostat), con il picco del 70% della Grecia, seguita fra gli altri da Italia (56,9%) e Irlanda (55,3%); anche economie più forti come la Francia (44,7%) o la Germania (41%) non mostrano dati incoraggianti. Un approccio di breve periodo da parte dell’IDE (considerando inoltre che la proposta italiana prevede la restituzione dei fondi ricevuti una volta riassorbito lo shock) rischia pertanto di sortire meri effetti palliativi su economie che evidenziano già in partenza seri problemi di (re)impiego della forza lavoro su orizzonti temporali più lunghi.

            In secondo luogo, le differenze strutturali fra Paesi UE (cosa già presa in considerazione dal rapporto Marjolin) creano disparità e asimmetrie – anche sul mercato del lavoro – che vanno oltre la dimensione congiunturale. La struttura economica e produttiva tedesca offre capacità di assorbimento della forza lavoro – anche in sofferenza congiunturale – profondamente diverse rispetto a economie maggiormente problematiche come greca, portoghese o spagnola, caratterizzate per esempio da un settore industriale e manifatturiero molto meno produttivo e quindi meno capace di generare posti di lavoro e creare indotto anche sul settore dei servizi. Anche in questa ottica,l’orizzonte unicamente congiunturale dell’IDE si concentra sulla stabilizzazione temporanea dell’economia UE senza intervenire sulle cause profonde della disoccupazione e della sua distribuzione fra Paesi e regioni.

            Infine, la profonda eterogeneità del sistema UE presenta anche economie con settori informali piuttosto importanti (si pensi per esempio ai Paesi dell’Est europeo), in cui i lavoratori operano sfuggendo a statistiche e rilevamenti, senza beneficiare di alcuna garanzia lavorativa, né di uno status ufficiale. Shock congiunturali su queste economie colpirebbero anche questi soggetti (di solito fra i socialmente più vulnerabili), i quali tuttavia non potrebbero beneficiare dell’IDE o di meccanismi analoghi.

            L’attuazione dell’IDE sarà il primo passo verso una politica del lavoro che guardi alla dimensione europea e non ai singoli Stati, promuovendo maggiore integrazione, un progetto politico ed economico fondamentale per affrontare le dinamiche globali e offrire strategie e risposte alle fasce della popolazione europea meno adeguatamente equipaggiate di fronte a queste ultime. Tuttavia, occorre lavorare nella consapevolezza che questo programma non è che, come si è detto, un primo passo. Una politica di indennità di disoccupazione che non si interroghi né sulle asimmetrie produttive all’interno della UE né sulle cause strutturali e sui profili sociali della disoccupazione all’interno del sistema economico non potrà essere il catalizzatore di cambiamenti che la Sinistra europea deve invece ambire a generare.


Clara Capelli

Economista dello sviluppo, esperta di Medio Oriente e Nord Africa (MENA), in particolare di questioni legate all’economia informale e al commercio internazionale. Attualmente basata a Tunisi dove lavora come consulente, si è dottorata presso l’Università di Pavia con una tesi quantitativa sul rapporto tra struttura produttiva e disoccupazione nella regione MENA. Ha esperienze di ricerca e insegnamento in Libano (Lebanese American University, dove è stata visiting PhD candidate) e Cisgiordania.

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