La strada verso il libero mercato fu aperta e mantenuta aperta da un enorme aumento in un continuo interventismo, centralmente organizzato e controllato.

(Karl Polanyi, La Grande Trasformazione, 1944)

 

Il rapporto tra settore pubblico e privato in economia è una delle questioni che hanno animato il dibattito scientifico sin dalla nascita della disciplina. La narrazione dominante degli ultimi 40 anni vuole che lo Stato debba limitarsi a un’attività regolativa che non avviluppi nelle pastoie della burocrazia e del fisco bensì promuova l’attività imprenditoriale. Il sistema di welfare deve intervenire solo per lenire le situazioni di povertà ed emarginazione più serie, senza incoraggiare in alcun modo atteggiamenti parassitari.

La crisi finanziaria del 2007-2008 e la successiva “Great Stagnation” hanno indotto anche i più strenui difensori del libero mercato a rivedere le proprie posizioni, allineandosi con posizioni che riconoscono l’importanza dello Stato come attore che stabilizza un capitalismo intrinsecamente instabile e corregge le distorsioni che il mercato può creare. Negli ultimi anni anche lo stato sociale ha iniziato a essere riconsiderato, come dimostrano le diverse proposte legate a politiche di inclusione/di cittadinanza che stanno prendendo piede nei programmi elettorali europei (argomento della prima puntata di questa rubrica).

Nonostante l’esperienza storica descriva una versione differente, il ruolo dello Stato come “attore” nell’attività economica rimane ancora una questione sostanzialmente confinata al dibattito accademico e a qualche conferenza internazionale. La sinistra dovrebbe invece interrogarsi in modo più articolato su quale dialogo costruire tra agenti economici pubblici e privati e sul contratto sociale da definire per il futuro a venire. Limitarsi a politiche di reddito senza porsi domande su contenuti e modalità dell’attività economica dei prossimi decenni implica infatti la rassegnazione a soluzioni di corto respiro che medicano le ferite presenti senza volere cercare una cura efficace.

Nel 2013 il libro Lo Stato Innovatore (titolo originale: The Entrepreneurial State: Debunking Public vs. Private Sector Myths) dell’economista Mariana Mazzucato (University of Sussex) ha riscosso un grande successo, riportando sul tavolo l’importanza di un settore pubblico che si faccia motore di sviluppo, soprattutto attraverso politiche che promuovano l’innovazione e la ricerca. Come ha spiegato molto bene in questo lavoro (ma anche in altri contributi con figure di spicco in materia quali ad esempio Giovanni Dosi e William Lazonick), la credenza che l’investimento pubblico sia un freno e un disincentivo all’investimento privato – un approccio che vuole i due settori in competizione – non è fondata né teoricamente né empiricamente.

La storia recente del capitalismo dimostra infatti che lo Stato è stato un imprescindibile attore economico e la ricerca di Mazzucato è ricca di esempi. Quello più recente è forse il caso asiatico (ben descritto anche nel libro del 2002 Kicking Away the Ladder di Ha-Joon Chang, University of Cambridge) e delle politiche commerciali e industriali adottate tra gli anni Ottanta e Novanta per stimolare in modo efficace l’attività economica e renderla capace di competere con successo in un mondo globale. Ne Lo Stato Innovatore, Mazzucato sceglie però di concentrarsi sugli Stati Uniti, “l’economia libera” per eccellenza nell’immaginario comune, dimostrando come tante delle imprese economiche di maggiore successo siano state possibili grazie al ruolo svolto dalla ricerca condotta dal settore pubblico.

Non solo. Mazzucato prende in considerazione l’emblematica storia della Apple e il mito della Silicon Valley. Un mito di successo, dinamismo e capacità imprenditoriale. Eppure legato a doppio filo alle innovazioni sviluppate dallo Stato. Come si spiega nel libro, Apple ha avuto la capacità di integrare una serie di nuove tecnologie in un’”architettura innovativa”, ma non è stata la società di Cupertino a svilupparle.

Lo stesso si potrebbe dire di tanti altri settori, dalle biotecnologie alla ricerca sulla green technology. L’evidenza empirica mostra infatti che la ricerca in grado di determinare cambiamenti di rottura e innescare nuovi e virtuosi percorsi di crescita non è praticamente mai svolta dal settore privato, né tanto meno dalle piccole-medie imprese. Al contrario, è il settore pubblico che si è fatto negli anni carico di ciò, investendo “capitale paziente” in attività ad altissimo rischio di fallimento che le imprese private – orientate su orizzonti di tempo più ristretti – tendono a evitare per definizione.

Ciò non significa che lo Stato debba farsi carico di perdite e fallimenti, lasciando che i benefici siano di fatti goduti solo dal settore privato. Nella conclusione del suo libro Mazzucato discute infatti sui ritorni economici delle attività di investimento pubblico. L’idea centrale è che il settore pubblico abbia e debba avere un ruolo centrale in economia. Non per frenare o soverchiare l’iniziativa privata, ma per esserne complemento costruttivo, offrendo una visione sistemica e di lungo termine che non risponde alle stringenti logiche del profitto in breve tempo.

Una riflessione sugli obiettivi di lungo periodo di una società nel suo insieme non può che venire dal settore pubblico e la sinistra è chiamata a porsi queste domande se vuole davvero trovare una soluzione – a livello internazionale come europeo e nazionale – a problemi quali produttività stagnante, bassa crescita e disoccupazione elevata. La riformulazione di obiettivi di investimento che promuovano direttamente l’innovazione è una tappa imprescindibile per ricostruire un sentiero di sviluppo che veda realmente il contributo di tutti gli attori economici coinvolti.


Clara Capelli

Economista dello sviluppo, esperta di Medio Oriente e Nord Africa (MENA), in particolare di questioni legate all’economia informale e al commercio internazionale. Attualmente basata a Tunisi dove lavora come consulente, si è dottorata presso l’Università di Pavia con una tesi quantitativa sul rapporto tra struttura produttiva e disoccupazione nella regione MENA. Ha esperienze di ricerca e insegnamento in Libano (Lebanese American University, dove è stata visiting PhD candidate) e Cisgiordania.

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