di Thomas Fabbri*

Sono passate solo poche settimane dal 4 Maggio, ma nel Regno Unito sembra essere passato un secolo. Le elezioni locali di quel giorno, stravinte dai Tories, dovevano essere un’anticipazione delle elezioni politiche del mese successivo. I Conservatori erano avviati verso una vittoria schiacciante, una “landslide”, che avrebbe consegnato a Theresa May una maggioranza ampia e un mandato forte in vista dei negoziati con l’Unione Europea. L’avversario principale, un Labour tornato a fare la parte della sinistra identitaria e intransigente, sembrava più interessato a ripetere slogan del passato che non a vincere le elezioni. La campagna di Theresa May, guidata tra gli altri da Jim Messina, puntava tutto sulla necessità di un governo “strong and stable”, più competente ed affidabile di una coalizione guidata dal reietto Jeremy Corbyn. Il distacco di oltre 15 punti, attestato non solo dai sondaggi ma anche dalle elezioni locali, sembrava irrecuperabile. E invece in un mese è cambiato tutto.

Corbyn ha presentato un manifesto di sinistra “pura”, incentrato sulla lotta all’austerity e sul rafforzamento dei servizi pubblici, senza esporre una visione chiara su Brexit. I deputati della minoranza riformista del partito erano concentrati sul mantenere i loro seggi, in attesa che l’inevitabile sconfitta di Corbyn affossasse anche il suo programma e rilanciasse la necessità di tornare al centro. La critica principale a Corbyn era rappresentata dal fatto che fosse indigesto alla maggioranza degli inglesi e quindi ineleggibile. Sin da quando era diventato leader del partito nel 2015, il livello di apprezzamento di “Jezza” al di fuori del partito è sempre stato bassissimo. Era ritenuto meno competente di May e meno adatto al ruolo di Primo Ministro da quasi ogni fascia della popolazione, spesso anche dagli elettori Labour.

Un mese di campagna elettorale ha letteralmente ribaltato questa narrazione. May è riuscita a distruggere il suo vantaggio con una campagna disastrosa, tutta al negativo – una sorta di riedizione del “project fear” che già aveva fallito con il referendum nel 2016. Lo slogan “strong and stable”, ripetuto fino alla nausea, è presto diventato la robotica litania di un leader senza carisma. La discussione si è spostata da Brexit a discutibili prese di posizione di May sull’assistenza agli anziani e addirittura sulla caccia alla volpe. Gli attentati terorristici di Manchester e Londra hanno creato ancora più pathos, e il Primo Ministro ha dato l’impressione di puntare ancora di più sulla paura, insistendo su messaggi negativi.

Dal punto di vista politico e mediatico, May ha perso e Corbyn ha vinto. Il Primo Ministro ha indetto elezioni anticipate per ampliare una maggioranza che aveva già, e ha finito col perderla. La sinistra radicale ha invece interpretato il risultato come la dimostrazione che da sinistra si può vincere. La parte riformista del partito è rimasta completamente spaesata, e sembra essersi arresa a una lunga egemonia di Corbyn.

Le cose, come spesso accade, non sono così semplici. È vero che il Labour ha rimontato rispetto a dov’era nei sondaggi, ma è proprio lì che questa leadership lo aveva posto. La stessa leadership che durante il referendum aveva condotto una campagna scarsa e confusa, finendo col perdere il voto più importante degli ultimi decenni. Nei quasi due anni in cui Corbyn è stato leader dei Laburisti, i Conservatori si sono divisi e hanno portato il paese nel caos con Brexit, hanno perso un Primo Ministro e delegittimato un altro. In questo contesto, un partito d’opposizione dovrebbe come minimo aspettarsi di vincere. Al contrario, festeggia l’aver perso meno disastrosamente del previsto. Dopo il voto i difetti di Corbyn sono rimasti quelli di prima, tranne forse uno: è riuscito a rendersi un po’ meno indigesto di quanto fosse prima della campagna elettorale. La sinistra riformista avrà parecchi insegnamenti da trarre da questo folle mese britannico. Prima di tutto, che una proposta politica non può fare a meno di carisma ed entusiasmo.

Ma se la leadership di Corbyn è inattaccabile e la Francia di Macron sembra lontanissima, che spazio rimane per la sinistra della terza via? Apparentemente poco, ma potrebbe non essere così. Le proposte della sinistra riformista sono più importanti che mai, a cominciare da quelle sul tema più grande di tutti: Brexit. Il Labour di Corbyn si è appiattito sulle posizioni del Primo Ministro fino al voto, e tutt’ora non ha una posizione chiara. La destra del Labour è anche la sua parte più europeista, e potrebbe riuscire a portare il partito (e forse il paese) verso un’uscita più “soft”. Poi ci sono i temi della nuova economia, dell’estremismo islamico, dell’immigrazione e del collasso dei servizi pubblici. Sfide davvero enormi, per il paese e per la sinistra riformista. Ma, come direbbe Corbyn, “the real fight starts now”.

 

Thomas Fabbri, Researcher e Social media analyst per BBC News


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