Dal 1982, quando Helmut Schmidt venne sfiduciato dal suo stesso partito per aver approvato lo schieramento di missili Pershing americani, l’SPD tedesco si dibatte fra pacifismo a oltranza e posizioni più moderate e realiste, sia riguardo gli interventi armati all’estero che riguardo il nucleare. La diatriba ha però assunto tutta una nuova dimensione. La politica di difesa tedesca, infatti, si è ormai trasformata in terreno di scontro fra l’ala più tradizionalmente euro-atlantica del partito e il nuovo corso, pseudo-corbynista, dei nuovi segretari Esken e Borjan.

Come è spesso il caso, i socialdemocratici manifestano platealmente movimenti tettonici che riguardano in realtà dinamiche interne a tutta la sinistra tedesca. In marzo, un sondaggio aveva suggerito che, per la prima volta da anni, una coalizione verde-rossa-rossa (quindi fra ecologisti, socialdemocratici e sinistra radicale Linke) avrebbe potuto formare una maggioranza parlamentare. L’occasione sembra aver suscitato sommovimenti in seno ai tre partiti per accelerare una possibile convergenza di tutto il campo progressista.

A dire il vero, già durante le trattative per l’abortito governo CDU-Verdi-Liberali, gli ecologisti si erano mostrati molto concilianti su interventi militari e budget della difesa, una tendenza che si è solo rafforzata negli ultimi sei mesi. A suo modo, anche la Linke si era mossa, nominando a sorpresa il grande vecchio Gregor Gysi portavoce per la politica estera ed impedendo così l’elezione di candidati più smaccatamente sovranisti ed anti-atlantisti.

La trasformazione della politica di difesa socialdemocratica non sarà altrettanto indolore. Il dibattito sul merito, infatti, si accavalla alla resa dei conti fra la nuova segreteria di Esken e Borjan e il cosiddetto Seeheimer Kreis, la corrente di appartenenza di notabili quali il ministro Olaf Scholz, l’ex cancelliere Gerhard Schröder, l’ex candidato cancelliere Martin Schulz, il presidente della repubblica ed ex ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier.

Che lo scontro fosse nell’aria si era capito a inizio anno, quando il portavoce per la difesa Fritz Felgentreu (un membro diciamo ‘non praticante’ del Seeheimer) presentò la nuova proposta SPD per la difesa europea, che prevedeva una piccola formazione militare a disposizione della Commissione, abbastanza autonoma per poter intervenire in focolai di crisi e idealmente un primo germe di un futuro esercito europeo. Il risultato fu qualche rilancio di agenzia, discussione fra i soliti noti, poi nulla. In molti sospettarono che l’iniziativa sia stata affossata dalla segreteria, generalmente poco entusiasta di qualsiasi cosa in mimetica, con o senza la bandierina a dodici stelle.

Poi è arrivato il caso Högl. La miccia che ha dato fuoco allo scontro è stata la scadenza del mandato di Hans-Peter Bartels, il Wehrbeauftragter, o plenipotenziario del Bundestag in materia di difesa: figura unica all’ordinamento tedesco, è il garante della supremazia del parlamento sulle forze armate, vigila affinché l’esercito promuova valori democratici e funge da ombudsman per le truppe. In tale ruolo, Bartels si era molto impegnato affinché la Bundeswehr godesse di un budget adeguato, indicando per di più l’integrazione europea come obiettivo morale e civico per l’esercito tedesco. A lui è succeduta  la giurista Eva Högl, scelta dalla nuova segreteria. Högl non ha alcuna esperienza nel campo né sembra nutrire alcun interesse per le questioni strategiche, preferendo concepire il proprio ruolo come semplice “avvocato dei soldati”.

La terza e più recente polemica interna alla SPD sulle questioni della difesa è ancora in corso e riguarda la condivisione nucleare. Come in Italia, la Luftwaffe ha la responsabilità di impiegare armi nucleari americane stanziate sul territorio tedesco in caso di escalation nucleare, una politica NATO osteggiata da molti socialdemocratici. La Repubblica Federale dovrebbe decidere a breve l’acquisto di aerei che vadano a sostituire i vecchi caccia Tornado, gli unici nell’arsenale tedesco armabili con le bombe B-61 statunitensi. Cogliendo la palla al balzo, il segretario (assieme a molti altri) si è opposto fermamente alla possibilità che in Germania possano rimanere “armi disumane” operate da un presidente “imprevedibile”: il problema, secondo Borjans, sarebbe quindi l’America di Trump. La condivisione nucleare, tuttavia, è un elemento fondamentale per il rapporto transatlantico, e quindi ingombrante e difficile da rimuovere. Un suo ritiro susciterebbe, a dire dei suoi sostenitori, seri dubbi sulla volontà tedesca di farsi carico della difesa collettiva della NATO.  

La polemica infuria, con grandi firme giornalistiche (ma anche il grande storico di rito schmidtiano Heinrich Winkler) che accusano il partito di rinunciare alla responsabilità di governo. Ciò che fa più impressione è forse quanto queste scelte, forse legittime se lette isolatamente, giungano al termine di un sistematico rifiuto di considerare qualsiasi alternativa, a partire dal rafforzamento della difesa europea. Per quanto diverse figure nel partito e nella fondazione FES cerchino un consenso europeo in materia di difesa, essi rischiano di perdere ogni tipo di copertura politica a Berlino. E anche se è difficile vedere malignità in quella che è una “semplice” resa dei conti interna, il vero rischio è che l’SPD scivoli per sbaglio in quella neutralità isolazionista che sembrava aver superato con Willy Brandt. 


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