Un avvenimento come quello di Londra del 22 marzo è la scintilla perfetta per la riattivazione di tutte quelle dinamiche così ben rodate che in tutto il mondo, ma soprattutto in Italia, caratterizzano il circo mediatico della tragedia. Toni da fine del mondo, interviste strappalacrime, discussioni interminabili sul ruolo dell’Islam – c’entra? non c’entra? Ovviamente no. I musulmani sono 1 miliardo e se fossero tutti terroristi saremmo già tutti morti e fine della storia. È davvero necessario parlarne ogni volta? – e ovviamente tutto ciò che serve per rendere quella che è una oggettiva tragedia ma di limitate dimensioni un fatto epocale tale da occupare il prime-time dei principali palinsesti per giorni. Il motivo, ancora una volta, è molto semplice ed è stato ripetuto un milione di volte come la storia dei musulmani che non sono terroristi: il giornalismo è un settore economico in crisi e per sopravvivere deve generare lettori, ascoltatori e click. Per riuscirci la paura funziona, così come funzionano la facile rabbia e l’altrettanto facile commozione. Benissimo, fin qui nulla di nuovo.

Quel che invece di nuovo c’è se si analizza l’accaduto – o gli “accaduti”, ovvero la collezione di piccoli attacchi che hanno colpito l’Europa nell’ultimo anno e mezzo – è che stiamo assistendo a una traiettoria di evidente declino della capacità del terrorismo internazionale di colpire l’Occidente. Questo avviene per diversi motivi, a cominciare dalla stretta che convenzioni e trattati internazionali sul controllo dei flussi finanziari hanno imposto sui movimenti di capitale sospetti oppure i sempre più fitti controlli che riguardano l’entrata di armi ed esplosivi non autorizzati. Fatto salvo l’attentato di Parigi del 13 novembre 2015, gli strumenti utilizzati negli attentati in Europa degli ultimi cinque anni sono state pistole, fucili, coltelli e mezzi di locomozione. Spesso uno di questi per ogni attentato. Non c’è male quando si pensa agli aerei del 2001 e agli esplosivi del 2004 a Madrid e del 2007 a Londra. La pura e semplice verità è che il 22 marzo nel Regno Unito – e probabilmente anche solo a Londra – sono morte molte più persone schiacciate da una macchina di un automobilista distratto (o ubriaco) che non dal SUV dell’attentatore di Westminster. Questo ovviamente difficilmente è arrivato nelle cronache giornalistiche fatta salva qualche rara eccezione come l’ottimo editoriale di Francesco Cancellato su Linkiesta. Meno soldi, meno vittime, meno preparazione caratterizzano le azioni delle organizzazioni terroristiche oggigiorno almeno in Occidente che appaiono, in una parola, più deboli.

Ma c’è un altro elemento di ottimismo che va oltre la declinante capacità pratica delle organizzazioni terroristiche e che sfugge perfino a Cancellato: la sempre minore capacità da parte di queste ultime di influenzare la politica. Ancora una volta, se pensiamo ai decenni passati la differenza impressiona: George Bush costruì sulle macerie delle Torri Gemelle due rielezioni e l’attuazione di una intera dottrina politica. La strage di Madrid del 2004 decise nell’arco di 12 ore l’esito delle elezioni politiche spagnole. Solo in Francia dopo il 13 novembre si è assistito a un cambiamento politico significativo con l’introduzione dello stato d’emergenza e l’intervento dell’aviazione militare francese sullo scenario siriano. Ma in questo caso c’è da chiedersi quanto questo sia dovuto all’effetto assoluto degli attentati e non a una estrema debolezza della presidenza di Francois Hollande, la più debole della storia repubblicana. Altrove troviamo invece un partito populista tedesco – l’AfD – che dopo le vette di metà 2016 continua in un declino che appare inesorabile nonostante la lunga catena di attentati che ha colpito il paese fino all’inizio di quest’anno. Anche in Francia dopo il ripetersi di altri gravi episodi come quello di Nizza l’effetto aggiuntivo dei nuovi attacchi sulle prospettive delle forze nazionaliste di Marie Le Pen sembra essere nullo; la Le Pen è stata addirittura superata nei più recenti sondaggi dall’europeista Emmanuel Macron contro tutte le aspettative. E ben poco dobbiamo aspettarci dagli effetti di questo attacco londinese. Oggi la vera battaglia politica nel Regno Unito si gioca sui tempi e le modalità della Brexit e gli effetti – questi sì catastrofici – che potrebbe avere perfino sull’unità del Regno viste le crescenti voglie indipendentiste scozzesi.

E’ forse questa la vera grande sconfitta del terrorismo internazionale. Non è il non riuscire più a uccidere e distruggere, quantomeno in grandi numeri. Ma non riuscire nemmeno più a contare, a lasciare un segno nelle coscienze e nelle paure popolari che porti a risultati tangibili sul piano politico. E questo non vuol dire naturalmente che la politica in Occidente sia diventata immune da questi pericoli. Vuol dire piuttosto che il declino della politica in Occidente a cui stiamo assistendo è tutto endogeno, causato dalla crisi irreversibile di un benessere economico basato su condizioni geopolitiche che non esistono più. A dimostrazione, ancora una volta, che nonostante tutti gli attentati del mondo l’ultima parola ce l’ha sempre the economy, stupid. Con buona pace di Al-Baghdadi.


Eugenio Dacrema

Milanese (Gratosoglio) classe 1983. Laureato a Pavia e contro-laureato a Bologna, oggi è dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento. La sua ricerca verte su radicalizzazione, cambiamenti socioeconomici e tutta una serie di comportamenti umani cui crede di poter applicare teorie dei giochi usate in biologia per studiare micro-organismi privi di encefalo. È ricercatore associato dell’ISPI di Milano e dell’Università Americana di Beirut e scrive per numerose testate tra cui Corriere della Sera, Il Foglio e East. Da qualche anno colleziona involontariamente capitali levantine, e dopo Damasco ora vive tra Beirut e Amman. Parla inglese e arabo, e millanta una conoscenza del tedesco che i più rifiutano di confermare. E’ vice-presidente di MondoDem.

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