Il populismo è un fenomeno certamente complesso, con cause e fattori di “rischio” molteplici. Qui mi vorrei soffermare su due in particolare: da una parte la cultura del sospetto verso “il sistema” stesso e dall’altra la correlata (ma per certi versi indipendente dalla prima) bassa legittimazione delle istituzioni politiche e delle dinamiche tradizionali della rappresentanza.

Non è un caso che le Marine Le Pen, i Donald Trump o i Beppe Grillo di turno cavalchino argomenti anti-sistema presentando i propri avversari (sia a destra che a sinistra) come la continuità con lo status quo (“I Francesi hanno scelto la continuità” ha detto la Le Pen domenica nel suo discorso di sconfitta), ponendo invece sé stessi come la vera alternativa. Nelle versioni più semplici si ritrovano i classici tòpoi qualunquisti (“gli altri sono tutti uguali” o “fanno gli interessi dei poteri forti, contro di noi, la gente, il popolo”), mentre nelle versioni più deteriori ci si imbatte in complotti e dietrologie, con una spolverata di finanza internazionale, massoneria, interessi privati occulti. Con la complicità di un sistema mediatico di scarsa qualità o che ha interesse a sua volta ad inseguire click e proventi pubblicitari, si alimenta la cultura del sospetto generalizzato, assecondando fake news e toni anti-sistema.

Tutto questo, soprattutto nel contesto italiano, si incrocia sfortunatamente con una bassa legittimazione sociale degli attori politici tradizionali, dalle istituzioni pubbliche ai partiti alle altre grandi organizzazioni di rappresentanza, un trend storico a cui assistiamo da decenni e che presenta motivazioni comunque più ampie.

Questi due fatti (cultura del sospetto e bassa legittimazione istituzionale) rappresentano, tuttavia, un terreno di coltura fertile per il populismo. Quali strategie dovrebbe adottare allora una forza di governo democratica e responsabile, per combattere il populismo su questo fronte?

Alcune risposte si ritrovano nel rapporto della task force anti-populismo del PD a cui alcuni di noi hanno lavorato, e di cui trovate conto anche qui su Mondodem. In particolare vorrei qui puntare a una di esse, tesa ad aggredire esattamente i due punti in questione: si tratta dell’approccio dell’Open Government (opengov per gli amici), una filosofia strategica mirante a promuovere i principi della trasparenza, della partecipazione, dell’accountability, insomma dell’apertura più in generale, nei processi di governo in senso lato. Una filosofia promossa a livello governativo internazionale dalla Open Government Partnership, iniziativa lanciata dall’amministrazione Obama nel 2011, e che oggi conta più di settanta paesi partecipanti (tra cui l’Italia).

Nel momento in cui un governo – così come qualsiasi pezzo dell’Amministrazione pubblica e delle istituzioni rappresentative – si apre in modo trasparente al rapporto con i soggetti privati, per esempio attraverso l’uso di consultazioni pubbliche e il coinvolgimento intelligente dei propri stakeholders (portatori di interesse, cittadini inclusi) nella formulazione delle politiche pubbliche, sarà difficile per chiunque alimentare sospetti e mettere in discussione la legittimazione (politica e sociale, oltre che formale) delle decisioni assunte.

Da questo punto di vista più che positiva appare l’iniziativa di alcuni Ministeri italiani (Sviluppo economico, seguito ora da Funzione pubblica) di dotarsi di Registri della Trasparenza, sul modello del Parlamento europeo.

Un piccolo passo nella direzione giusta, per provare a combattere il populismo fin dalle sue radici.


Alberto Bitonti

Professor of Politics presso IES Abroad Rome, PhD in Scienze politiche, Fellow della School of Public Affairs all’American University di Washington DC, attivista nel campo dell’open government e segretario del circolo PD di Trastevere (Roma). Si occupa di teoria politica, di epistemologia e di diversi temi riguardanti i processi politici e il potere. Ultimo libro: Lobbying in Europe. Public Affairs and the Lobbying Industry in 28 EU Countries (Palgrave Macmillan 2017, con Phil Harris - www.lobbyingineurope.com). Su Twitter è @albertobit.

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