Il ruolo svolto dal Parlamento europeo nel corso dell’ultima legislatura non è ancora stato compiutamente analizzato. Quella iniziata nel 2014 non è stata una legislatura semplice, ma alcuni traguardi importanti sono stati comunque conseguiti e l’auspicio è che il prossimo Parlamento europeo possa continuare sulla stessa lunghezza. O addirittura migliorare.

Un particolare ambito che merita di essere approfondito è quello relativo al rapporto tra la democrazia (in questo caso quella europea, nella sua accezione più generale) e l’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione. La scorsa legislatura ha visto la definitiva consacrazione dei social network come mezzo principe di comunicazione politica – con video, post, dirette, fake news e account falsi – mentre parallelamente si registravano le vicende spinose, sotto il profilo politico prima ancora geopolitico, del caso Snowden[1], di Cambridge Analytica e, da ultimo, della guerra commerciale tra USA e Huawei. Gli interventi del Parlamento europeo 2014-2019 sono stati importanti: è stato abolito il roaming, si è aperto il mercato dei pagamenti on-line riducendone costi e rischi di frode, si è lavorato per rimuovere gli ostacoli sugli acquisti transfrontalieri e, non per ultimo, misure importanti sono state messe in campo per proteggere i dati personali dei cittadini europei.

Nuove idee, oggi, devono essere proposte al nuovo Parlamento europeo per arrivare pronti al mondo di domani.

Il rapporto tra il potere e le nuove tecnologie dell’informazione è analizzato nel libro “Tecnologie per il potere” del Prof. Giovanni Ziccardi[2], docente di Informatica giuridica presso l’Università degli Studi di Milano, recentemente pubblicato (2019).

Il libro si propone di individuare un vuoto presente nella nostra letteratura legata al rapporto tra le nuove tecnologie e i processi democratici, e iniziare a colmarlo. Molto spesso in questo ambito, infatti, assistiamo ad una pletora di documenti pubblicati online per singole occasioni, momenti specifici e finalità determinate, ad una limitata discussione accademica per studiosi del settore (in lingua inglese), e ad una generale assenza di testi (siano essi accademici, o divulgativi) che abbiano l’ambizione di individuare delle linee di fondo, trarre il generale dal particolare, portare ordine e sistematicità di analisi nella discussione. La materia è relativamente nuova e, senza un approccio imparziale e complessivo, si presta a numerosi fraintendimenti. I fronti aperti dal digitale, d’altronde, sono molteplici: dall’industria 4.0 alla sostituzione del lavoro, dall’intelligenza artificiale al 5G, dal ruolo dei media alla responsabilità delle piattaforme in un contesto di continue interferenze – a bassa intensità – da parte degli Stati nei confronti gli uni degli altri.

Limitandoci alle “tecnologie per il potere” di cui possiamo avere contezza, e che andiamo ad applicare alla vita politica delle nostre comunità, il libro si concentra sull’uso delle nuove tecnologie come ad esempio i social network, non trascurando di tracciare i profili relativi al “governo degli algoritmi”, alla sicurezza della politica connessa e alla possibile distorsione degli equilibri democratici. Parlando di politica e tecnologie dell’informazione, inoltre, non possono essere trascurate tutte le problematiche etiche, prima ancora che di sicurezza e protezione della privacy, che riguardano le tecnologie oggi.

Soltanto a partire da solide basi è possibile vagliare le dichiarazioni della politica (solo per citare le ultime, il progetto del Presidente Macron di “aggiustare” Facebook e Twitter[3], o le proposte per obbligare Facebook a richiedere il codice fiscale per l’autenticazione) e valutarne non solo la fattibilità, ma anche la credibilità stessa. In un’epoca di fake news e di generale difficoltà di discernere tra notizie vere e false, verificate o inverificabili, autorevoli o non autorevoli, infatti, è quanto mai importante per il dibattito pubblico avere gli strumenti per togliere il più possibile il digitale dal novero degli argomenti sui quali è possibile fare disinformazione.

Queste riflessioni sono interessanti nel momento in cui, i dati riportano, “metà degli europei è stata esposta alla disinformazione sui social media proveniente dalla Russia, prima delle elezioni”[4], mentre da più parti si fanno largo richieste di legittimazione e partecipazione politica che vanno oltre le elezioni e la rappresentatività politica come oggi la conosciamo[5].

Non possiamo permetterci di non conoscere gli strumenti che la politica oggi utilizza (anche perché potrebbero essere metodologie utilizzare dalla controparte), né permetterci di proporre soluzioni, proposte e slogan legati al digitale che siano del tutto irrealizzabili, fuori dal mondo e, peggio ancora, controproducenti. Allo stesso tempo, è quanto mai necessario proporre soluzioni innovative e di frontiera al nuovo Parlamento europeo, perché nei prossimi anni continui ad essere il riferimento di tutte le politiche nazionali sul continente e continui a svolgere il ruolo di faro della democrazia liberale europea e dello Stato di diritto nel mondo.

Il digitale, come nessun’altra tecnologia, si presta per essere un’arma a doppio taglio: utilizzarlo senza contezza, o dichiarare di servirsene senza invero riuscirci, o senza sapere neanche come fare, è sconfiggersi con le proprie stesse mani senza che i nostri avversari, nemmeno, ce l’abbiano chiesto. Il dibattito è aperto.

*Gabriele Suffia è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano (ISLC – Information Society Law Center), è diplomato al master di Geopolitica e sicurezza globale dell’Università La Sapienza di Roma, politic advisor per il Dipartimento internazionale delle ACLI e socio fondatore del Circolo ACLI Geopolitico.

[1] Risoluzione votata nel 2015, cfr. http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2015-0388_IT.html?redirect (link consultato in data 28.05.2019).

[2] Cfr. G. Ziccardi, Tecnologie per il potere, Raffaello Cortina, 2019, anche al link: http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/giovanni-ziccardi/tecnologie-per-il-potere-9788832850710-2926.html (link consultato in data 28.05.2019).

[3] Cfr. https://www.politico.eu/article/emmanuel-macrons-plan-to-fix-facebook-youtube-and-twitter/ (link consultato in data 28.05.2019).

[4] Cfr. https://www.theguardian.com/world/2019/may/08/241m-europeans-may-have-received-russian-linked-disinformation (link consultato in data 28.05.2019).

[5] Il riferimento, tra gli altri, è alla richiesta di partecipazione che viene dai movimenti cosiddetti “populisti”, cfr. I. Diamanti, M. Lazar, Popolocrazia, Laterza, 2018.


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