di Erika Panuccio*

La radicalizzazione di un individuo si sviluppa spesso nell’ombra, tanto che a volte famigliari e amici se ne accorgono solo quando è troppo tardi. Soprattutto in questi casi si è spesso parlato di una radicalizzazione “silenziosa” che avviene in rete all’insaputa delle persone attorno. Una radicalizzazione “nuova” e “diversa”, soprattutto dalla radicalizzazione “offline”, ovvero quella che avviene attraverso relazioni sviluppate di persona. Nonostante molteplici studi e analisi, persistono dei dubbi su come porre in relazione la radicalizzazione «on line» e «off line». C’è una tendenza a considerarli come processi differenti e a sé stanti, da analizzare separatamente. Soprattutto la variante “online” è stata al centro del dibattito dopo l’avvento di Isis ed è spesso additata come uno dei “mali” portati dalla rete. Ma è proprio così? Esiste una differenza netta tra radicalizzazione “offline” ed “online”? Ed è quest’ultima veramente indipendente da relazioni “offline”?

Per rispondere a queste domande bisogna prima di tutto chiarire di cosa si parla quando si parla di radicalizzazione. L’Expert Group on Violent Radicalisation, stabilito dalla Commissione Europea nel 2006, ha descritto la radicalizzazione come un fenomeno legato al contesto, dipendente da fattori globali, sociologici, politici e dalla dimensione ideologica e psicologica del singolo.[i] La ricerca di una definizione più precisa significa ha messo in difficoltà ricercatori ed esperti, ma individuarne le cause risulta essere una sfida ancora maggiore: povertà, disuguaglianze, oppressione politica, alienazione sociale dei giovani, rifiuto della dimensione culturale “occidentale”, frustrazione? Come chiarisce Magnus Ranstorp in un rapporto del RAN Centre of Excellence (The Root Causes of Violent Extremism, 14 gennaio 2016), centro fondato per volontà della Commissione Europea, l’estremismo violento non può essere spiegato come un fenomeno omogeneo, ma piuttosto come un «caleidoscopio di fattori», che si possono presentare o meno, con maggiore o minore intensità, in un singolo soggetto.

Esempi di radicalizzazione on line e off line

La radicalizzazione avviene, quindi, in diversi modi e per diversi motivi. Ad esempio, un individuo può aver covato negli anni un profondo disdegno per le ingerenze politiche, la corruzione e le guerre in Medio Oriente e le conseguenti sofferenze subite dalle popolazioni locali. Le sue opinioni possono trovare conforto e supporto nella retorica jihadista, che impara a conoscere tramite la rete. La lettura e visione di contenuti estremisti e le discussioni online con altre persone dalle idee simili, possono rinforzare nell’individuo le sue convinzioni e dare loro un taglio più estremizzato. A questo punto, inizia ad attingere informazioni solo da determinati siti o profili social e a diffidare dai media ufficiali, percepiti come inaffidabili e di parte. Un passo successivo può essere unirsi fisicamente a un’organizzazione, come modo concreto di portare giustizia tra le popolazioni minacciate da avversari identificati come “invasori stranieri” o “governanti totalitari”.[ii] Una preoccupazione inizialmente umanitaria può quindi convertirsi in militanza violenta attraverso la radicalizzazione.

In un altro caso, il processo può coinvolgere un detenuto, isolato dalla realtà esterna, costretto a condividere con sconosciuti gli stessi ambienti e ad adeguarsi a nuove, rigide regole sociali. Lo shock e lo straniamento che prova lo portano a cercare nuovi punti di riferimento, tra cui la religione. Questa può anche rappresentare un modo per inserirsi in una sotto-comunità e trovarvi conforto, nonché protezione da altri gruppi di detenuti o dagli agenti penitenziari, se percepiti come una minaccia. A questo punto, se all’interno del gruppo si trova un individuo radicalizzato, è molto probabile che le sue ideologie vengano trasferite anche agli altri, poiché il proselitismo è uno degli obblighi di chi persegue il jihadismo. Sebbene la conversione o il riavvicinamento alla fede non siano da intendersi come segnali di certa radicalizzazione – anzi, in genere il soggetto radicalizzato evita di dare nell’occhio – il carcere è storicamente uno dei luoghi dove questo processo si sviluppa con maggior facilità.

Di chi è la responsabilità?

Nel primo esempio, il contributo maggiore sembra essere stato dato dagli strumenti di comunicazione. Negli ultimi anni, si è discusso di frequente sulle responsabilità di Internet e social network, che rappresentano efficientissimi canali per la diffusione di un messaggio a livello mondiale. Il caso di ISIS o Da’esh è un ottimo esempio in tal senso: ancora oggi, nonostante le difficoltà sul terreno fisico, continua ad attirare seguaci e a ispirare azioni di terrore grazie alla propaganda online. Se i suoi canali di comunicazione ufficiali hanno al momento ridotto la propria attività, probabilmente per la perdita di membri e attrezzature, il messaggio continua a essere veicolato dai suoi sostenitori, tramite gli account social personali o incontri fisici.

Nel secondo caso, la radicalizzazione si sviluppa in un luogo fisico, tramite l’influenza di un individuo che ha già abbracciato ideologie estremiste. In apparenza, si tratta esclusivamente di «radicalizzazione off line», ma non bisogna per questo concludere che nel processo non vengano coinvolti canali di comunicazione alternativi. L’individuo può entrare in contatto con la retorica jihadista in precedenza all’arresto – fornendo le basi per una successiva radicalizzazione – o in seguito alla scarcerazione – rafforzando le ideologie estremiste assorbite in carcere.

Il fattore chiave: interazione umana

Per cercare di rispondere al quesito iniziale, si può affermare che, in genere, la radicalizzazione non si svolge interamente in uno stesso luogo (o non-luogo), ma è il risultato di un processo graduale, che ha tempi diversi in base alle caratteristiche personali di un soggetto. Può avere inizio in un forum online e rafforzarsi con contatti reali, oppure può essere stimolata da un conoscente e solidificarsi tramite la propaganda diffusa sulla rete. Entrambe le situazioni condividono una base comune: l’interazione con individui che credono profondamente nell’ideologia jihadista.

Bisogna chiarire che, anche nei casi di persone radicalizzatesi esclusivamente tramite Internet, il fattore radicalizzante non è l’esposizione a contenuti estremisti, bensì l’interiorizzazione e appropriazione dell’ideologia che veicolano. Di conseguenza, il problema si lega al lato più intimo e umano, ossia la sfera emotivo-psicologica: è necessaria una tendenza a priori verso l’estremismo, di cui un individuo può anche non essere pienamente cosciente, perché avvenga la transizione definitiva.

L’interiorizzazione di ideologie estremiste è profondamente legata all’interazione umana. Si verifica più facilmente quando l’individuo entra in un sistema chiuso, che sia un gruppo di conoscenti, un forum/chat online o una prigione. In effetti, come indicato sul sito dell’iniziativa “Stop djihadisme”, promossa dal governo francese, «l’effetto di gruppo, che sia fisico o virtuale, gioca un ruolo chiave» in quanto «filtra le informazioni e reitera gli stessi concetti senza mai incontrare forme di opposizione».[iii] Si tratta di zone di isolamento intellettuale, dove sono accettati solo individui che pensano nello stesso modo. Attraverso la reiterazione, le loro idee finiscono per radicarsi profondamente in ognuno di loro.

Quali conclusioni?

Esaminare le dinamiche comunicative tra individui piuttosto che descrivere fenomeni di massa, in cui la voce del singolo si perde nel rumore di fondo, può servire a capire come si sviluppi il processo di radicalizzazione. Sebbene la propaganda, narrazione corale del messaggio estremista, abbia un ruolo importante in questo processo, essa rappresenta per lo più uno scenario dove il messaggio viene amplificato e riempito via via di nuovi significati e connotati. Il fattore decisivo che radicalizza un individuo è il contatto fisico o virtuale con individui carismatici, capaci di rendere il messaggio più umano e condivisibile. Nel distinguere «radicalizzazione on line» e «radicalizzazione off line», oltre che trascurare la loro complementarietà, si perde anche di vista l’elemento che le accomuna, ossia l’interazione umana.

[i] Cfr. Schmid, Alex. Radicalisation, De-Radicalisation, Counter-Radicalisation: A Conceptual Discussion and Literature Review, International Centre for Counter-Terrorism, The Hague, March 2013

[ii] Ad esempio: reportage di David Meseguer, De España a la Yihad en Siria, 16 febbraio 2015, VICE News Spain, https://news.vice.com/es/article/de-espaa-a-la-yihad-en-siria

[iii] http://www.stop-djihadisme.gouv.fr/radicalisation/explication-du-phenomene/radicalisation-djihadiste-quest-ce-que-cest

*Erika Panuccio: Laureata in Lingue e letterature straniere e successivamente in Comunicazione. Nel 2016 ha discusso una tesi di laurea sulla propaganda pro-ISIS su Twitter, selezionata dal DIS assieme ad altri lavori incentrati sul tema della sicurezza nazionale. Sebbene la geopolitica non sia la sua attuale occupazione, continua a coltivare questo interesse scrivendo analisi su Asia e Americhe. I principali paper sono disponibili qui: https://unimi.academia.edu/ErikaPanuccio


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