Il 18 gennaio il Ministero dell’Interno ha annunciato l’attivazione di una nuova unità della Polizia Postale incaricata di indagare le segnalazioni di fake news pervenute ad un apposito nuovo portale da privati cittadini. La notizia è oggettivamente nuova nel panorama delle contromisure prese dai vari governi democratici in materia di fake news e ha destato molto reazioni, perlopiù negative (qui il commento in inglese dell’istituto americano Poynter, qui quello in italiano de Linkiesta).

Per chiarire meglio di cosa si tratta e le eventuali problematicità la redazione di MondoDem ha fatto una chiacchierata con Alexios Mantzarlis, fondatore di Pagella Politica (il primo vero e proprio sito di fact checking italiano) e ricercatore di Poynter (MondoDem aveva precedentemente intervistato Mantzarlis sul tema delle fake news qui).

MondoDem: Abbiamo letto alcuni dei commenti pubblicati rispetto a quanto annunciato dal Viminale, e ne siamo usciti più confusi di prima. Onestamente ci sembra che sia quanto annunciato dal Viminale sia chi lo commenta non fornisca un’idea (o non abbia interesse a fornirla) di ciò di cui si parla esattamente. Partiamo con l’annuncio, ovvero che da ora esisterà la possibilità di “denunciare” le fake news che si trovano su internet. Una volta scattata la denuncia, qualcuno al Viminale si dovrebbe occupare di verificare se trattasi effettivamente di fake-news, e in tal caso intervenire? Come? In senso penale? Esiste una legge contro le fake news? Ci spieghi esattamente come dovrebbe funzionare questo meccanismo? Chi dovrebbe verificare, e con che titolo?

Martzalis: Operativamente l’agenzia dedicata è la Polizia Postale. Un’unità dedicata leggerà le segnalazioni inviate tramite questo portale. Credo che il pezzo di Repubblica sia il più chiaro sulle intenzioni di Minniti. Ritengo sia più opportuno parlare di segnalazione piuttosto che denuncia. L’intervento scatta nel caso di contravvenzione di norme già esistenti. Nel caso di una più banale fake news pare che la Polizia Postale si atterrà a semplici smentite per via di documenti ufficiali.

MondoDem: Un altro aspetto che ci pare poco chiaro dei commenti che contestano l’iniziativa è questa retorica sullo stato – alias il potere – che decide cosa è verità e cosa non lo è. La confusione in questo caso è duplice. In primo luogo, molto di tutta questa polemica dipende dalla definizione che viene data al concetto di fake-news, prima di tutto da chi in Viminale si dovrebbe occupare della cosa. È ovvio che se “fake-news” può diventare qualunque opinione bene o male non allineata a certi canoni non meglio definiti allora sì, siamo di fronte a uno scenario da Grande Fratello e la cosa è naturalmente preoccupante. Se invece al concetto di fake news viene dato un significato ben circoscritto (per esempio abbiamo trovato questa definizione creata dal DFRLab che sembra circoscritta e convincente, tu che ne pensi?)  e verificabile allora onestamente questa retorica del potere che decide la verità risulta un po’ fine a sé stessa.

La seconda cosa che non ci è chiarissima è questa idea della difesa necessaria del “diritto di mentire” in rete. Perché mentire è ovviamente lecito finché la menzogna resta confinata a un ambito privato o comunque circoscritto. Nel caso delle fake-news che invece diventano virali il danno è assai maggiore, e può rientrare in una similitudine con gesti già sanzionati dalla legge come la diffamazione o la truffa. Ovviamente non credo che per una fake-news si debba andare in galera (a meno che ovviamente non faccia parte di un piano più vasto di condizionamento degli affari interni di un paese, ma qui si entra in un altro ambito). Ma che la cosa sia pubblicamente sanzionata nel senso di dichiarata falsa onestamente non ci sembra una violazione di nessun “diritto a mentire” ma più che altro la difesa del diritto di essere protetti dalle menzogne, visto che non tutti possono essere esperti di tutto e sapere dove andare a verificare le notizie su ogni tema. C’è qualcosa che ci sfugge su questo punto?

Mantzarlis: Credo che la vediamo nello stesso modo sul “diritto di mentire.” Ovvero che non può sfociare nella truffa o provocare altri danni economici, fisici o morali. E che sempre e comunque coesiste col diritto di smentire. Quindi in principio ben venga un’operazione di fact-checking di massa.

Io vedo però i seguenti problemi e rischi collegati nella decisione di Minniti.

  • Una mancata definizione del fenomeno che si vuole contrastare non promette bene sulla capacità d’azione delle persone dietro a questo portale (Allo stesso tempo la definizione del DFRlab mi piace così come mi piace la tassonomia di Claire Wardle. Le fake news strictu senso sono i contenuti falsi spacciati per notizie solitamente per cavalcare gli algoritmi dei social e portare visibilità e redditi proficui a microimpresari della malinformazione.)
  • Un’alta probabilità che il sistema venga sopraffatto da segnalazioni farlocche di gruppi di sostenitori o oppositori di una parte politica ben organizzati.
  • Dal momento che le fake news sanno cavalcare i temi politici (vedi analisi di Pagella Politica dal referendum), un fact-checking da entità politiche o para politiche non avrà molte chances di essere visto come credibile da elettori critici di questo governo.
  • A questo problema si aggiunge il fatto che non sappiamo bene la composizione e metodologia di questa unità. La trasparenza è la nuova oggettività, dice qualcuno, e di trasparenza qui non ne vedo granché. Postilla: che formazione hanno ricevuto questi agenti per intervenire sulle fake news? Come sceglieranno a quali segnalazioni dare priorità?

Detto ciò complessivamente, conoscendo il nostro Paese, ritengo che l’azione finirà per essere inutile piuttosto che dannosa. Verrà implementata poco e male e ignorata dai più. Non credo che scatteranno denunce fuori luogo (o almeno me lo auguro), al massimo vedremo dei fact-checking di scarso livello.

Mondodem: Ritorniamo un attimo sulla questione dello stato in quanto “potere” costituito che si erge a garante della verità e che è considerata così problematica da molti. Lo stato però già si fa garante di stabilire le verità giudiziarie che poi servono a stabilire le imputazioni dei soggetti. Perché nel caso delle fake news, nella definizione circoscritta descritta nella domanda precedente, questo non dovrebbe valere? E perché dovremmo fidarci di più di soggetti privati (che hanno i loro legittimi interessi economici), per esempio le attuali organizzazioni che ora fanno fact-checking, per la verifica delle notizie? Ci spieghi come vedi esattamente il ruolo del fact-checking e degli attori che lo applicano all’interno di una democrazia?

Mantzarlis: Lungi da me sostenere che i fact-checker siano impeccabili. Da lì a dire che le istituzioni giudiziarie o politiche siano più adatte a fare questo tipo di lavoro però è un bel salto.

Il paragone che mi pare più appropriato è quello con la buona informazione. Guarderesti un telegiornale prodotto dalla Farnesina? Compreresti una rivista pubblicata dal Ministero della Giustizia? Se anche la risposta fosse “sì” a entrambi i punti, ti fideresti più di questi o di una pubblicazione indipendente con una solida politica editoriale di revisione dei fatti, trasparenza, ecc?

Se la questione era aiutare a combattere la disinformazione allora perché non offrire fondi extra alla RAI per attivare finalmente quella famosa unità di fact-checking promessa da Maggioni un anno fa? Lo stato ha un ruolo importante da giocare nell’informazione, ma all’interno di sistemi con un minimo di garanzia di imparzialità e indipendenza editoriale (sì, mi rendo conto che anche quella non è sempre perfetta).

In generale, credo che più un ente è potente e più deve essere oggetto e non soggetto di fact-checking. Penso che sei d’accordo con me che un’organizzazione come Pagella Politica, che segue i principi di trasparenza che segue ed ha interessi economici decisamente limitati possa essere più affidabile agli occhi di una più grande fetta di lettori di un ente para statale.


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