Quando nel dibattito politico pubblico si parla del progetto dell’integrazione europea e della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, noi europeisti siamo soliti sostenere due tipi di argomentazioni, riferibili sia alla strada percorsa sin qui che alla prospettiva futura. Una prima argomentazione si basa su fatti, dati storici, statistiche, e tende a dimostrare come il percorso europeo abbia giovato e continui a giovare ai paesi membri in termini di ricchezza, sviluppo, facilità nella circolazione di beni, servizi, capitali, persone, e non ultimo in termini di pace duratura in un continente storicamente afflitto da guerre e conflitti. Una seconda argomentazione si basa invece su valori e princìpi fondamentali, e tende a dimostrare come l’integrazione abbia portato e possa continuare a promuovere non solo la pace, ma anche uno spazio di diritti umani, libertà, democrazia, eguaglianza come forse in nessun altro luogo sul pianeta.

Si tratta di due tipi di argomentazioni molto forti e condivisibili, ben radicate nella storia, negli indicatori empirici, nella teoria politica ed economica, argomentazioni assolutamente razionali insomma. Tuttavia, qualcosa sembra mancare. Questa Europa, infatti, nonostante tutto, non scalda i cuori delle masse, e non raccoglie le simpatie istintive della stragrande maggioranza dei cittadini europei, almeno non come farebbero i vecchi stati nazionali, non come farebbero le bandiere dei ventotto o ventisette Paesi membri per i cittadini di ognuno di essi.

Come studiosi della democrazia, è fondamentale capire perché. Come democratici europeisti, è importante individuare il tassello mancante, per ridare forza politica al processo dell’integrazione, una forza che evidentemente al momento non c’è.

Il vecchio Aristotele, nel delineare nella Retorica i caratteri necessari per rendere un discorso convincente, faceva riferimento a tre diverse componenti: il Logos (la ragione, i contenuti effettivi del discorso), l’Ethos (la credibilità, i valori rappresentati) e il Pathos (le emozioni, i sentimenti anche irrazionali generati). Bene, perché non provare ad applicare queste tre componenti, queste tre diverse anime, all’idea dell’Europa come declinata da noi europeisti?

Probabilmente scopriremmo che per troppo tempo abbiamo puntato tantissimo sulle prime due, evidenziando dell’integrazione europea i vantaggi materiali più o meno grandi (il Logos) e il significato ideale valoriale (l’Ethos), trascurando invece l’anima più istintiva, irrazionale, emotiva del nostro essere Europei (il Pathos).

Coltivare un Pathos europeo significa investire sul patrimonio simbolico (a partire dall’inno “nazionale” di Beethoven e dalla bandiera dalle dodici stelle), sul senso di identità e di appartenenza (e di differenza rispetto all’Altro), su quelle pratiche che più di ogni ragionamento ci fanno vivere da Europei: un esempio classico è naturalmente l’Erasmus, ma su questa strada si collocano esperienze riferite agli individui (come il servizio civile europeo o scambi periodici obbligatori in tutti i settori dell’Amministrazione pubblica) o riferite ad una dimensione collettiva comune (una sfera pubblica, politica, mediatica davvero europea: l’idea lanciata da Renzi di primarie europee per la scelta dei candidati Presidenti della Commissione va sicuramente in questa direzione).

Se è difficile aspettarsi la crescita di un Pathos propriamente europeo nel giro di pochi anni, è d’altra parte credibile che si possa lavorare fin da subito a quest’obiettivo pensando al medio termine, per esempio inserendo in ogni curriculum scolastico un numero sufficiente di ore di educazione civica europea. Solo così la costruzione europea cesserà di essere un patrimonio esclusivo di élite illuminate, per instillarsi nei cuori della maggioranza dei cittadini europei di domani.


Alberto Bitonti

Professor of Politics presso IES Abroad Rome, PhD in Scienze politiche, Fellow della School of Public Affairs all’American University di Washington DC, attivista nel campo dell’open government e segretario del circolo PD di Trastevere (Roma). Si occupa di teoria politica, di epistemologia e di diversi temi riguardanti i processi politici e il potere. Ultimo libro: Lobbying in Europe. Public Affairs and the Lobbying Industry in 28 EU Countries (Palgrave Macmillan 2017, con Phil Harris - www.lobbyingineurope.com). Su Twitter è @albertobit.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *