La politica estera del PD in un clima che cambia

di Luca Bergamaschi

Contesto strategico

Mai come oggi il cambiamento climatico ci tocca così da vicino, sia da dentro che da fuori i confini nazionali. Il clima sta cambiando ovunque, minacciando la pace, la sicurezza e la prosperità globali. Ma è il Mediterraneo una delle regioni più esposte all’instabilità climatica e perciò considerata dagli scienziati un “hotspot”, un punto critico, dei cambiamenti climatici. Essi dovrebbero diventare più forti in termini di tendenza, con aumento delle temperature e diminuzione delle precipitazioni, di variabilità e di aumento dei relativi eventi estremi.

Anche raggiungendo l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C con sforzi per limitarlo a 1,5°C, l’incremento da circa 1°C attuale a 1,5°C potrebbe generare una perdita del 20% di acqua nel bacino del Mediterraneo mettendo a rischio la sicurezza idrica dei suoi 500 milioni di abitanti. Un innalzamento fino a 4,9°C entro fine secolo, possibile senza un cambio di rotta delle politiche esistenti, renderebbe certe aree inabitabili costringendo milioni di persone a spostarsi. Le Nazioni Unite stimano fino a 200 milioni i potenziali migranti climatici entro il 2050.

Il cambiamento climatico funge già oggi da acceleratore e moltiplicatore di crisi, soprattutto là dove le condizioni sociali, economiche e politiche sono più fragili e vulnerabili. Sono 79 i conflitti per cui i Governi dei paesi G7 hanno individuato cause climatiche.[1] Per esempio in Siria, a seguito di una delle peggiori siccità degli ultimi 9 secoli negli anni antecedenti alla guerra, oltre 1 milione di persone, per la maggior parte contadini e allevatori, sono state costrette a spostarsi dalle campagne alle città dove sono iniziate le prime proteste contro il regime di Assad.

Considerando che: per ogni aumento di grado centigrado il raccolto di cereali cala del 10%; metà dell’incremento demografico globale atteso al 2050, dagli attuali 7 a 9.5 miliardi di persone, sarà nella regione del Nord Africa e Medio Oriente; che il 40% della popolazione della regione, circa 175 milioni, ha un’età compresa tra i 5 i 24 anni, è facile intuire che una mancata mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici rischia di aumentare l’instabilità sociale e politica del Mediterraneo, e con essa conflitti e migrazioni, in modo incontrollabile, trainata dall’insicurezza alimentare, idrica e occupazionale.

Il cambiamento climatico non è solo un problema di sicurezza esterna ma anche interna. L’Italia ha registrato 16 dei 17 anni più caldi di sempre dal 2001 ad oggi. Dal 2010 sono 242 gli eventi climatici estremi che hanno causato oltre 145 vittime di inondazioni, oltre 40.000 evacuati e 55 giorni di blackout. Le ondate di calore del 2015 hanno causato da sole 2.754 morti tra gli over 65. Coldiretti stima che la tropicalizzazione del clima in Italia ha provocato danni alla produzione agricola nazionale, alle strutture e alle infrastrutture per più di 14 miliardi di euro nel corso dell’ultimo decennio. Il continuo innalzamento del livello dei mari, secondo una stima dell’ENEA[2], potrebbe sommergere fino a 5.500 chilometri quadrati di pianure costiere dell’Italia di fine secolo, con ingressi del mare fino a 30 km dalla linea costiera attuale.

 

Quale politica estera del PD per i prossimi 5 anni?

Senza un ulteriore sforzo di riduzione delle emissioni le politiche attuali mettono il pianeta in corsa per un innalzamento della temperatura media globale tra i 2,6°C e i 4,9°C al 2100. Allo stesso tempo, le politiche climatiche ed energetiche rappresentano un’opportunità unica di sviluppo economico e sociale e di protezione della salute umana e animale. Considerati i rischi esistenziali per la sicurezza e la prosperità di un riscaldamento di oltre i 2°C, è urgente che l’accelerazione dell’implementazione dell’Accordo di Parigi diventi una priorità della politica estera, e domestica, del PD per un’Italia sicura.

Con gli obiettivi di:

  • Ridurre al minimo il rischio climatico per limitare il manifestarsi di impatti futuri ingestibili attraverso un’accelerazione delle politiche di mitigazione delle emissioni;
  • Preparare il paese e il bacino del Mediterraneo agli impatti climatici e alle trasformazioni economiche e sociali in atto e che avverranno;
  • Catturare i benefici economici, soprattutto in termini di occupazione e salute, della transizione globale verso un’economia a zero emissioni e

 

Proposte per una politica estera del clima e dell’energia del PD per i prossimi 5 anni:

  • L’Italia ha bisogno di un’efficace e coerente azione diplomatica multilaterale insieme all’Europa per mantenere sicurezza e prosperità. In un mondo stimato di 9,5 miliardi di persone nel 2050 in cui gli interessi nazionali sono in competizione tra loro è difficile, se non impossibile, gestire gli impatti dei cambiamenti climatici, il movimento delle persone e l’allocazione delle risorse (acqua, cibo, energia) in modo pacifico. Accelerare l’implementazione dell’Accordo di Parigi richiede di:
    • Nominare un Rappresentate Speciale per il Clima, come in Regno Unito e Svezia, per coordinare le azioni diplomatiche dell’Italia, costruire relazioni strategiche e dialoghi politici con i paesi rilevanti, dare visibilità alle priorità del paese sulla scena internazionale e identificare le migliori opportunità di intervento.
    • Concorrere per ospitare la COP26 nel 2020, la conferenza annuale sul clima delle Nazioni Uniti, nell’anno in cui l’Accordo di Parigi diventa operativo e di nuove elezioni
    • Ripensare la diplomazia e la sicurezza energetica in linea con gli obiettivi, e le sfide, della decarbonizzazione. La sicurezza energetica dipenderà in modo sempre più crescente dalla capacità di ridurre i consumi, gestire la variabilità delle risorse rinnovabili e ridurre l’impatto del cambiamento climatico sui sistemi energetici. Tuttavia, queste priorità sono messe in ombra da un’attenzione miope alle preoccupazioni di breve termine sull’accesso, sviluppo e trasporto di combustibili fossili, in particolare gas naturale e connesse infrastrutture, nonostante la domanda di gas sia in calo strutturale in Italia e in Europa grazie proprio alla decarbonizzazione. La visione domestica di un’Italia a zero emissioni e resiliente al 2050 deve essere posta al centro delle relazioni internazionali dell’energia (per dettagli si veda il punto 4). Le energie rinnovabili, l’efficienza energetica, la gestione della domanda intelligente, lo sviluppo delle interconnessioni con i vicini e la mobilità elettrica devono passare da obiettivi di secondo piano ai primi posti delle decisioni diplomatiche, geopolitiche, economiche e di sviluppo. Ciò richiederà anche un’attenta valutazione dell’operato delle imprese partecipate dell’energia, ENI e
    • Mettere al centro della diplomazia energetica il commercio globale e la riduzione dei costi delle tecnologie e infrastrutture sostenibili e resilienti attraverso lo sviluppo di catene di approvvigionamento globali, di un commercio aperto e di ricerca e innovazione. Queste priorità devono essere alla base dell’impegno diplomatico dell’Italia nelle relazioni con i grandi consumatori e produttori di energia, nei vertici G7, G20, UE-Cina, UE-India, UE-Stati Uniti e all’interno del Clean Energy Ministerial.
    • Sviluppare un’ambiziosa strategia diplomatica europea per l’implementazione dell’Accordo di Parigi intorno i seguenti obiettivi:
      • Aumentare nel 2020 il nostro impegno di riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contribution o NDC) ad almeno il 50% al 2030 (al momento fissato ad almeno il 40% al 2030 rispetto il 1990) in linea con il meccanismo di revisione e rialzo quinquennale delle ambizioni previsto dall’Accordo di [3]

o   L’uscita dal carbone dell’Europa entro il 2030.

  • Il raggiungimento del picco di emissioni globali entro il
  • Aiutare gli altri paesi ad aumentare gli impegni adottati (NDCs) e raggiungere i loro obiettivi di mitigazione e adattamento. Cina e India giocano un ruolo fondamentale per il peso delle emissioni e come mercati emergenti. Sarà inoltre necessario continuare a sostenere i paesi più vulnerabili dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico ad avere accesso ai capitali, pubblici e privati, per l’adattamento.
  • Sostenere riforme finanziarie che spostino i flussi di investimento pubblici e privati da progetti ad alte emissioni a quelli a basse emissioni. Un particolare focus devono avere le infrastrutture, visto il loro lungo ciclo di vita e l’impatto sulle Perciò sarà necessario promuovere il principio che tutte le politiche, i piani e i progetti infrastrutturali devono essere coerenti con gli impegni adottati dai paesi (NDCs), giustificabili nel contesto dell’obiettivo di temperatura di lungo termine (1,5-2°C) e integrare la resilienza ai rischi climatici proiettati durante l’arco temporale di vita delle infrastrutture. Inoltre, è necessario promuovere una riforma degli Istituti Multilaterali Finanziari che richieda, da parte loro, la presentazione di strategie di credito di lungo periodo in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi; che tutti gli investimenti infrastrutturali siano allocati per progetti a basse emissioni e resilienti; e che si abbandonino completamente finanziamenti a progetti ad alte emissioni, in primis quelli a carbone.
  • Richiedere un ampliamento della capacità operativa e di analisi del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), responsabile per gli affari esteri dell’UE, con a capo l’Alto rappresentante Federica Mogherini. Il SEAE dovrebbe svolgere un’analisi approfondita della politica estera dell’UE alla luce della vulnerabilità degli Stati Membri al rischio climatico e identificare opportunità di cooperazione e investimenti in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
  • Aiutare i paesi produttori di combustibili fossili ad accelerare la loro transizione energetica. La decarbonizzazione dell’economia globale ha come effetto un calo strutturale della domanda e dei prezzi dei combustibili fossili. I paesi produttori devono così affrontare l’enorme sfida di gestire ricavi in calo, indispensabili per finanziare le importazioni e mantenere bassi i prezzi delle materie prime e servizi essenziali alle L’effetto domino del taglio delle entrate e dell’aumento dei prezzi dei prodotti e servizi contribuiscono al formarsi di instabilità sociale, economica e politica. Questi paesi – spesso fragili, governati da regimi repressivi e autocratici e con significativi deficit di democrazia, diritti civili, uguaglianza di genere e libertà dei media – includono i principali fornitori dell’Italia e dell’Europa: Russia, Algeria, Libia, Turchia, Iraq, Iran, Azerbaigian e Arabia Saudita. Il sostegno costante a classi dirigenti che sfruttano la vendita di combustibili fossili per concentrare il loro potere e reprimere l’accesso a diritti fondamentali, costituisce un enorme problema alla credibilità diplomatica italiana ed europea. Molti di questi paesi sono inoltre altamente esposti agli impatti dei cambiamento climatici, che vanno ad aggravare l’instabilità esistente. Proposte:
    • Verificare il bisogno effettivo di nuove importazioni, e connesse infrastrutture, di combustibili fossili ed evitare di promettere nuove importazioni che, in un quadro di decarbonizzazione, non si concretizzeranno. Invece, la priorità dovrebbe essere la collaborazione per diversificare le economie dei paesi produttori e renderle più resilienti ai futuri impatti
    • Aiutare il vicinato, soprattutto i paesi del Nord Africa e Medio Oriente, verso una transizione a zero emissioni e La nostra stabilità dipende dalla stabilità dei nostri vicini. La diplomazia italiana dovrebbe dare priorità allo “sviluppo industriale sostenibile” e infrastrutture clima-resilienti che creano posti di lavoro di lungo termine, soprattutto per i giovani, attraverso:
      • Il supporto a politiche di riutilizzo delle attuali sovvenzioni energetiche in favore dell’efficienza energetica e connessa filiera industriale, della creazione di nuove industrie sostenibili come energie rinnovabili e mobilità elettrica, di un commercio aperto di elettricità e prodotti a basse emissioni, di trasporto pubblico sostenibile e di ricerca e innovazione;
      • Il supporto a politiche in materia di agricoltura sostenibile, gestione dell’acqua e recupero dei suoli;
      • Dare priorità nei budget e fondi europei a progetti di sviluppo industriale sostenibile e infrastrutture clima-resilienti e indirizzare le scelte della Banca Europea per gli Investimenti (BEI), la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), Cassa Depositi e Prestiti, e le Banche Multilaterali di Sviluppo, verso l’offerta di garanzie per investimenti sostenibili.
  • Promuovere una riforma delle Nazioni Unite per gestire efficacemente il cambiamento climatico. Il rischio climatico è una minaccia esistenziale per mantenere la pace, i diritti e la sicurezza globale e dunque per la missione operativa delle Nazioni Unite. Gli sforzi di peacebuilding falliscono là dove comunità competono per l’accesso al cibo e all’acqua esasperato da eventi climatici estremi. Le persone migrano da paesi con risorse scarse in ricerca di stabilità, mettendo a rischio la capacità dell’ONU di fornire aiuti umanitari su scala adeguata. E con l’ammontare delle crisi diminuisce la capacità dell’ONU di dare priorità ai suoi pilastri fondamentali di salvaguardia dei diritti umani e del diritto internazionale. Un primo passo sarebbe quello di nominare un Rappresentante Speciale per il Clima e la Sicurezza per favorire un dialogo politico su rischi e soluzioni tra i membri del Consiglio di Sicurezza e creare un’unità specifica di supporto nell’Ufficio del Segretario Generale, con le funzioni di:
    • Affrontare il gap di responsabilità per la gestione del rischio climatico su tutte le agenzie e operazioni dell’ONU. Al momento non esiste un approccio coerente per comprendere e gestire l’esposizione del sistema ONU al rischio
    • Migliorare la comprensione del rischio climatico. Nonostante vi sia una crescente base di conoscenze, vi è una mancanza di informazioni accessibili, e in modo tempestivo, per i responsabili delle decisioni, in particolare per quanto riguarda impatti climatici di secondo ordine (sui sistemi alimentari, idrici, energetici e sui prezzi delle materie prime) e di terzo ordine (per esempio rivolte, conflitti, rifugiati e migrazioni).
    • Avviare un processo per il monitoraggio e la gestione dei “tipping points”, punti di crollo di un determinato ambiente che segnano il passaggio non lineare e repentino da uno stato qualitativo all’altro una volta superata una determinata Tipping points potrebbero esistere per la scomparsa dell’Amazzonia e delle foreste boreali, per lo scioglimento del permafrost e dei ghiacciai della Groenlandia, del Mar Glaciale Artico e dell’Antartica occidentale. Vi è ancora molta incertezza ma essi diventano molto più probabili una volta superati i 3°C. Nonostante il loro potenziale catastrofico, la comprensione attuale è assolutamente insufficiente.
  • Riconoscere che l’azione domestica è una parte fondamentale della politica estera e della diplomazia. Negli anni antecedenti l’Accordo di Parigi, l’Italia e l’Europa hanno dimostrato che ambiziose azioni domestiche, generate dall’adozione dei target europei (e nazionali) di clima ed energia al 2020 e al 2030, hanno messo pressione su paesi chiave, come Stati Uniti, Canada e Giappone, ed economie emergenti, come Cina, India e Brasile, per seguire la leadership Ciò ha conferito un’importante leva politica e diplomatica al blocco europeo per costruire alleanze e in ultimo conseguire i risultati della conferenza di Parigi (COP21). Per mantenere questa leadership, l’Italia deve diventare un leader del clima in un’Europa leader del clima: insieme devono dimostrare che è possibile, ed economicamente vantaggioso, trasformare l’economia in modo socialmente giusto e ordinato entro il 2050. Un programma ambizioso di azioni domestiche dei prossimi 5 anni deve fondarsi su due pilastri: la formulazione e adozione di una “Strategia per l’Italia a zero emissioni e resiliente al 2050” e una seria riforma della governance istituzionale del clima e dell’energia. Per dettagli su obiettivi e strumenti si veda di seguito il Piano d’Azione per l’Italia a zero emissioni e resiliente al 2050.

 

Piano d’Azione per l’Italia a zero emissioni e resiliente al 2050 – Strategia e Governance

La formulazione e adozione di una “Strategia per l’Italia a zero emissioni e resiliente al 2050”, possibilmente entro fine 2018 e già prevista dall’Accordo di Parigi (Stati Uniti, Canada e Germania lo hanno già presentato), dovrebbe stabile chiari obiettivi nazionali, tappe intermedie e gli strumenti per raggiungere gli obiettivi. Dovrebbe essere aggiornata (almeno) ogni 5 anni a partire dal 2020 in modo da catturare l’evoluzione dei mercati e delle tecnologie e coincidere con il meccanismo di revisione e rialzo delle ambizioni dell’Accordo di Parigi. Questa strategia permetterà di attrarre gli investimenti privati necessari e guidare le scelte di città e regioni, le quali dovrebbero adottarne un’analoga al 2050.

Di seguito si delineano alcuni possibili obiettivi e strumenti:

  • L’uscita dell’Italia dal carbone entro il 2025.[4] Molti paesi si sono già mossi in questa direzione. La Francia ha annunciato l’uscita dal carbone al 2023, il Regno Unito al 2025 e il Canada al 2030.
  • 100% elettricità da rinnovabili al 2050.
  • Dimezzare i consumi energetici al 2050 rispetto al 2010 attraverso un programma di “Energy Efficiency First” che coinvolga il rinnovamento energetico di tutte le case degli italiani. L’efficienza energetica deve essere considerata al pari di altri investimenti infrastrutturali e avere sempre la priorità, per esempio rispetto alla costruzione di nuovi gasdotti e rigassificatori che rischiano di diventare investimenti non ammortizzabili a seguito di un cala dei bisogni di
  • Raddoppiare il livello delle interconnessioni elettriche con i vicini entro il 2022, soprattutto nel Mediterraneo per accedere e sviluppare l’enorme potenziale di energia solare ed eolica del Nord Africa.
  • Sviluppare e presentare, entro fine 2019, un’ampia Riforma Ecologica Fiscale” che comprenda due priorità:
    • Introduzione di un “carbon price, complementare al prezzo della CO2 europeo, per garantire un livello di prezzo della CO2 adeguato a realizzare una decarbonizzazione giusta dell’economia. In questo senso, le entrate generate dal nuovo carbon price potrebbero essere dedicate a due fondi: un “Fondo per la transizione equa” per assistere i lavoratori e le comunità affette dall’uscita del carbone; e un “Fondo contro la povertà energetica” per la riqualificazione profonda degli edifici residenziali pubblici soprattutto per le famiglie a più basso reddito.
    • Terminare entro il 2020 tutti i finanziamenti pubblici ai combustibili fossili, compreso attraverso Cassa Deposito e Prestiti, Servizi assicurativi e finanziari per export e internazionalizzazione (SACE) e nel contesto delle Banche Multilaterali di
  • Stop alla vendita di auto a diesel e benzina dal 2030, triplicare gli incentivi all’auto elettrica e ibrida per allinearla ai livelli delle altre economie avanzate (portandoli dagli attuali 2.000-3.000 euro a 6.000-9.000 euro), triplicare al 2020 i punti di ricarica pubblici per le auto elettriche su tutto il territorio (portandoli dai 1.750 del 2016 ad almeno 000).
  • Sviluppare e presentare, entro il 2020, un Piano d’Azione di Agricoltura e Allevamento Sostenibili.
  • Raggiungere entro il 2030 e in tutte le città italiane livelli di inquinamento atmosferico in linea con i limiti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
  • Sviluppare un piano finanziario di investimenti e trasparenza che comprenda:
    • L’identificazione del volume finanziario necessario per raggiungere gli obiettivi della strategia al 2050;
    • Rendere queste informazioni pubbliche in modo da attrarre i capitali necessari dal settore privato;
    • Sviluppare un “piano nazionale di incremento del capitale” in base al volume finanziario identificato;
    • Rendere obbligatoria la fornitura di informazioni finanziarie legate al clima nei documenti annuali pubblici dello Stato e delle imprese, seguendo le raccomandazioni della Task Force on Climate-related Financial Disclosures del Financial Stability Board.
  • Rivedere il Piano di Adattamento nazionale ogni 5 anni includendo una chiara mappa dei rischi climatici in evoluzione e identificando le opere necessarie. Il piano dovrebbe prendere in considerazione i rischi climatici futuri e i rischi per le persone, soprattutto per chi vive nelle zone costiere e urbane. Inoltre occorre dedicare almeno lo 0,1% del PIL all’anno (circa 4 miliardi) per infrastrutture clima-resilienti, ripristinare la funzionalità dei sistemi naturali, dare il via a un’adeguata ripianificazione e programmazione del territorio, definire interventi di salvaguardia delle risorse idriche e dei suoli – affrontando tutto il ciclo dell’acqua – e intervenire in particolare sul dissesto idrogeologico.

Per raggiungere gli ambiziosi ma necessari obiettivi di un Italia a zero emissioni e resiliente al 2050, occorre intraprendere una seria riforma della governance istituzionale del clima e dell’energia per aumentare la comunicazione, il coordinamento, l’efficienza e l’impatto del lavoro del Governo. In questo senso, un Governo a guida PD potrebbe: istituire un’unità strategica di coordinamento e guida interministeriale per il clima e l’energia presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri; trasferire tutte le competenze e responsabilità in materia di clima ed energia, come già avvenuto in Francia e Regno Unito, sotto un unico “Ministero dell’Energia, dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare” per favorire coerenza ed efficacia delle politiche – in pratica si tratterebbe di trasferire le attuali competenze e responsabilità in materia di energia dal Ministero dello Sviluppo Economico al Ministero dell’Ambiente; infine riflettere su quale sia un’adeguata distribuzione di poteri e risorse delle regioni e città in base agli obiettivi della strategia 2050 che si vogliono raggiungere.

[1] Si veda lo studio commissionato dai Governi dei paesi G7 “A New Climate For Peace” https://www.newclimateforpeace.org/

[2] Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile http://bit.ly/2xjEoY4

[3] Questo meccanismo prevede che ogni 5 anni, a partire dal 2020, i paesi rivedano i propri impegni di riduzione delle emissioni per allinearli all’obiettivo collettivo di lungo periodo di mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C con sforzi per limitarlo a 1,5°C

[4] Si veda lo studio del WWF “Politiche e misure per accelerare la transazione energetica e l’uscita dall’uso del carbone nel settore elettrico” http://stopcarbone.wwf.it/wp-content/uploads/2016/11/Rapporto_WWF_Politiche_per_uscita_dal_Carbone_3_novembre_finale.pdf

 

Il presente paper rappresenta il contributo dell’autore per la conferenza “La politica estera ed europea dell’Italia: le proposte del PD”. Esso non impegna in alcun modo il Partito e il suo programma. 

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