Di Michele Gradoli

Una migrazione “musulmana”

Negli ultimi venti anni, le migrazioni musulmane verso l’Europa sono cresciute stabilmente e stanno ridisegnando gli equilibri delle società mediterranee pertanto i Paesi europei sono chiamati a:

  • garantire una gestione accettabile dei flussi migratori;
  • elaborare una strategia che tuteli i diritti fondamentali di ciascuno e il rispetto del pluralismo religioso;
  • garantire la sicurezza delle comunità nazionali (ed europea).

 

I dati dei flussi migratori del 2015 evidenziano come gran parte delle migrazioni esterne verso l’Europa proviene da Paesi islamici e dimostrano anche che l’Europa settentrionale (soprattutto la Germania e la Svezia) – e non i Paesi Arabi – è scelta come destinazione finale.

In   particolare, i dati dell’UNHCR dimostrano che la metà del 2015 ha rappresentato il momento più drammatico a causa dell’inasprirsi delle violenze jihadiste in Medio Oriente, nel Nord Africa e nell’Africa subsahariana.

Questa migrazione che potremmo definire “musulmana” solleva una serie di criticità che l’Unione europea e i Paesi UE devono considerare soprattutto in un momento in cui la presenza islamica è presentata come particolarmente problematica o addirittura minacciosa. D’altro canto, tuttavia, va riconosciuto che, nonostante i toni sensazionalistici delle cronache più recenti, la presenza islamica in Europa non è una novità: l’Islam è sempre stato l’alter ego con cui l’Europa si è confrontata nel corso dei secoli, alternando tensioni a periodi di convivenza pacifica.

Nel 2015, i musulmani in Europa erano il 5,8% della popolazione (INTERNAZIONALE) e si tratta di una comunità destinata a crescere tanto che si stima che raggiungeranno l’8% della popolazione europea nel 2030 (PEW).

È comunque difficile fornire un quadro unitario della presenza islamica in Europa, perché a differenza di altri gruppi religiosi, i musulmani e le loro comunità costituiscono un insieme di tradizioni variegato, eterogeneo e caratterizzato da:

  • Assenza di una gerarchia;
  • Coesistenza di diverse interpretazioni;
  • Tendenza alla frammentarietà.

La recente diffusione del terrorismo jihadista inoltre ha complicato le relazioni con le comunità islamiche tanto che una delle conseguenze più gravi degli attentati è stato un aumento dell’islamofobia europea. In particolare, i Paesi UE più colpiti dall’ondata migratoria hanno dimostrato di avere opinioni sfavorevoli nei confronti dei musulmani confondendo così le migrazioni con lo stesso terrorismo che le ha originate.

La brutalità dello Stato islamico, inoltre, anche in seguito ai spaventosi attacchi sul territorio europeo, ha incendiato i sospetti degli europei nei confronti dei musulmani accusati sempre più spesso di essere collegati/collegabili al crescente fenomeno del jihadismo europeo. Confondendo così le comunità islamiche con potenziali incubatori di terroristi, è cresciuto il rischio che si cada nella trappola dei terroristi intenzionati a aumentare il presunto clash of civilization con l’Occidente.

Altro fattore, infine, che ha scatenato le insofferenze europee nei confronti dei musulmani e dei migranti è stata la combinazione della crisi migratoria con quella economica: le migrazioni, infatti, hanno suscitato paure diverse nei Paesi UE anche in seguito al timore che la crisi finanziaria, ancora non superata, potesse ulteriormente aggravarsi e impoverire ancora gli europei.

È difficile tracciare una mappa demografica della futura concentrazione dei musulmani e dei migranti musulmani ma sarebbe molto utile e necessario per permettere ai policy-maker europei e nazionali di elaborare le migliori politiche di convivenza per le  popolazioni locali. È infatti necessario che la discussione politica superi la dimensione emergenziale della crisi migratoria e inizi a interrogarsi sull’impatto a lungo periodo che questa avrà sulle società europee: a causa della complessità delle loro origini, infatti, è altamente probabile che le migrazioni musulmane siano di lungo termine e destinate a mettere radici profonde in Europa. Da un lato, un segnale incoraggiante in questa direzione era rappresentato dall’Agenda europea sulle migrazioni e la relativa strategia di accoglienza delle quote di migranti fra i Paesi UE che avrebbe non solo migliorato la gestione dell’emergenza ma avrebbe anche disegnato la mappa demografica della futura presenza islamica.

 

L’ideologia dell’islamofobia

I movimenti nazionalisti europei sono riusciti a connettere questi elementi (sicurezza, crisi migratoria, terrorismo, crisi economica e identità nazionali) creando una versione moderna e seducente dell’islamofobia.

Attualmente non esiste una definizione unica del termine/crimine “islamofobia” pertanto si considerano islamofobi quei sentimenti di paura, intolleranza e/o le discriminazioni nei confronti dei musulmani in virtù della fede professata.

L’islamofobia moderna tende a rappresentarsi in 8 elementi:

1. unicità del mondo islamico: L’islamofobo concepisce il frastagliato mondo islamico come un’unica entità monolitica, priva di sfumature interpretative interne, nonostante proprio l’universo islamico ne rappresenti l’antitesi con la presenza delle sue scuole interpretative e la sua capacità nel corso dei secoli di diffondersi in Paesi e culture anche molto diverse fra di loro.

2. separatezza della cultura islamica da quella europea: la cultura islamica è considerata separata da quella occidentale ed europea, tradizioni prima religiose e poi filosofico – giuridiche considerate inconciliabili, poiché nate e sviluppatesi in contesti ritenuti diversi e sostanzialmente divergenti. Questa seconda argomentazione è abbastanza diffusa, come dimostra la convinzione di gran parte degli europei che i musulmani vogliano distinguersi dagli europei.

 

3. inferiorità dell’Islam al Cristianesimo: Secondo l’ideologia islamofoba, la tradizione islamica non solo si sarebbe sviluppata divergente da quella occidentale ma sarebbe anche carente di una serie di passaggi storici – considerati fondanti per l’Occidente – che invece avrebbero potuto avvicinarla alla laica e secolarizzata tradizione europea.

4. naturale opposizione dell’Islam all’Occidente: l’Islam è considerato come un nemico naturale dell’Occidente, intriso di quei valori che l’Europa ha cercato per secoli di reprimere e combattere, riuscendo a raggiungere un’ipotizzata identità laica.

5. rifiuto delle analisi critiche e fusione della religione con le ideologie anti- occidentali e jihadiste: l’Islam rifiuterebbe qualsiasi analisi critica all’interno del suo sistema valoriale in quanto ideologia politica oltre che religiosa, capace di incoraggiare i propri fedeli ad abbracciare la Guerra Santa o qualsiasi altra forma di ostilità nei confronti dell’Occidente.

6. l’islamofobia come reazione naturale degli europei nei confronti dei musulmani: Secondo gli islamofobi, gli europei dovrebbero reagire anche in maniera aggressiva nei confronti di un’eventuale presenza islamica in Europa, giustificando qualsiasi tipo di discriminazione e considerando l’islamofobia stessa come un sentimento naturale per un occidentale. In particolare, la giustificazione di questo tipo di discriminazioni è uno dei caratteri più insidiosi perché spesso l’intento discriminatorio è dissimulato in quanto accompagnato da una serie di dissertazioni basate sulla necessaria difesa dei valori europei.

L’Islamofobia mascherata:

Accade spesso che le argomentazioni islamofobe siano camuffate come protezione dell’identità democratica tipica delle società occidentali, presupponendo che la crisi di queste ultime sia dovuta anche alle ondate migratorie provenienti dai Paesi islamici e, d’altro canto, ammette a priori che i Paesi europei abbiano raggiunto un tale livello di democraticità e di garanzia del pluralismo interno.

Il rischio maggiore è che, utilizzando la democrazia come elemento “originalmente occidentale”, le teorie islamofobe riescono a penetrare fasce di popolazione sempre maggiori che altrimenti non assumerebbero posizioni razziste o conservatrici. Con questi presupposti, inoltre, va rilevato che recentemente l’islamofobia è divenuta centrale non solo del dibattito politico e culturale ma anche nei profili di alcuni partiti politici europei che l’hanno addirittura assunta come un dato caratteristico della propria missione politica.

Anche in questo caso, i dati confermano che i Paesi di primo approdo dei migranti sono quelli in cui l’islamofobia è più rappresentata anche nei partiti politici.

Quali sfide per l’Unione europea (e non solo)?

Nel lungo periodo, una volta superata la gestione immediata dell’emergenza migratoria, sono tre le sfide alle quali l’Unione europea e gli Stati membri sono chiamati a rispondere:

·         Protezione della sicurezza

È stato dimostrato che i fenomeni di radicalizzazione sono esterni ai circuiti religiosi e che non si assiste a una radicalizzazione dell’Islam ma a una “islamizzazione del radicalismo” (ROY).

La collaborazione con le moschee e le organizzazioni religiose quindi è necessaria nell’individuazione e nell’isolamento dei soggetti pericolosi o a rischio ma non è sufficiente. Piuttosto è necessario avviare e rafforzare le operazioni di monitoraggio dei percorsi di formazione degli imam e delle attività dei gruppi islamisti online o in contesti a rischio come le carceri.

·         Protezione dalle discriminazioni:

Viviamo un tempo in cui l’islamofobia ha raggiunto una diffusione inaccettabile e pericolosa, pertanto è necessario avviare un’azione di repressione dei fenomeni discriminatori e di incitamento all’odio sempre più diffusi.

Le strategie possibili sono:

  • Produzione di una normativa repressiva dell’islamofobia, che definisca giuridicamente il termine “islamofobia” e ne sanzioni le espressioni. Tale soluzione tuttavia risulta di difficile attuazione perché richiederebbe un impegno ulteriore del legislatore in un periodo anche particolarmente ostile alla presenza islamica. Inoltre, l’elaborazione di una normativa del genere risulterebbe assai complicata perché allo stato attuale sembra assai arduo concordare una definizione del termine con le comunità islamiche che ancora non hanno firmato un’intesa con lo Stato italiano e che probabilmente potrebbero presentare un concetto di “islamofobia” più ampio rispetto anche agli orientamenti della Corte di Giustizia dell’Unione europea, come espressi nelle sentenze C-157/15 Achbita, Centrum voor Gelijkheid van kansen en voor racismebestrijding / G4S Secure Solutions e C-188/15 Bougnaoui e Association de défense des droits de l’homme (ADDH) / Micropole
  • Repressione dell’islamofobia in quanto discriminazione religiosa secondo la normativa già esistente (es. legge 25 giugno 1993, n. 205). Tale soluzione sembra di più facile attuazione perché non richiede all’ordinamento di dotarsi di strumenti ulteriori ma gli permette di attuare normative già disponibili la cui applicazione va incoraggiata e sostenuta.

·         Protezione della libertà religiosa

La migrazione musulmana accrescerà il pluralismo culturale e religioso in Italia e nei Paesi UE che necessariamente dovranno dotarsi degli strumenti appropriati per il monitoraggio delle attività dei gruppi religiosi e dei training dei leader religiosi e per la protezione della libertà religiosa, anche attraverso la firma dell’intesa che, dopo il Patto per un Islam italiano firmato nel 2017 sembra essere più vicina.

In attesa che si firmi l’intesa con le comunità islamiche, il Patto per un Islam italiano presenta un insieme completo degli impegni che comunità islamiche e Istituzioni si assumeranno per raggiungere gli obiettivi qui esposti e in particolare convergono in tale direzione le seguenti iniziative:

  • L’alleanza nella lotta al terrorismo;
  • La collaborazione delle comunità islamiche con le istituzioni;
  • L’istituzione di un registro degli imam;
  • L’apertura dei luoghi di culto e delle comunità alla cittadinanza;
  • Il sostegno e l’affiancamento delle istituzioni nella costituzione e nella gestione delle comunità.

L’alleanza con le comunità islamiche nella gestione del fenomeno migratorio

La collaborazione con le comunità islamiche deve uscire dai binari stretti del binomio jihadismo-sicurezza e abbracciare campi più ampi producendo un’alleanza anche nella gestione del fenomeno migratorio perché:

– le comunità islamiche possono dotarsi più facilmente di un linguaggio comune con i migranti musulmani;

– le migrazioni musulmane hanno un impatto anche sull’Islam europeo. L’incontro, infatti, dei migranti musulmani con le comunità islamiche europee potrebbe dare differenti output:

  • Le comunità islamiche europee più strutturate e meglio organizzate potrebbero includere i migranti musulmani. Le comunità islamiche europee potrebbero essere incluse nella formulazione delle politiche e nelle operazioni di accoglienza.
  • Gruppi di migranti musulmani potrebbero costruire nuove comunità nei territori dove la presenza islamica non è consistente.
  • Altre e nuove comunità islamiche potrebbero crearsi sulla base della nazionalità dei migranti. Questo tipo di comunità potrebbero complicare i processi di inclusione sociale.
  • L’ultima opzione è rappresentata dallo scontro delle comunità islamiche europee e i gruppi dei migranti a causa di differenze ideologiche o – più probabilmente – per stabilire un’influenza su un territorio o su una comunità. Quest’ultima prospettiva potrebbe rallentare o bloccare i processi di inclusione sociale. Tuttavia tale scenario potrebbe essere prevenuto con lo studio dell’origine dei migranti.

 

Quale ruolo per la politica?

La lotta all’islamofobia e alle tensioni che accompagnano il tema islamico in Europa spesso escono dall’ambito del Diritto e dall’azione delle Istituzioni tanto da richiedere un impegno più ampio ai cittadini e in primis alla Politica:

  • Responsabilità nell’espressione: gran parte del clima di intolleranza è spesso acceso e esasperato da dichiarazioni aggressive che, amplificate dai mezzi di stampa e dai social media, possono concretizzarsi in azioni discriminatorie reali. In particolare, accade che la sovraesposizione della presenza islamica nei media e nel dibattito politico combinata all’utilizzo costante di toni violenti contribuisce a “normalizzare” l’islamofobia.
  • Affidabilità delle azioni: in un tempo di post-verità e fake news, la politica è chiamata a testimoniare concretamente la possibilità della convivenza pacifica e a collegare oggi più che mai pensiero e azioni, dichiarazioni con numeri e fatti visibili e concreti che facciano riacquistare la fiducia dei cittadini, soprattutto rispetto a un tema in cui l’odio razziale e religioso sta raggiungendo livelli preoccupanti e rischiosi.
  • Riconoscibilità degli obiettivi: è necessario che la politica torni a essere compresa dai cittadini e che le politiche siano seguite da spiegazioni esaustive e chiare per la popolazione che potrebbe confondere le finalità e gli obiettivi delle azioni. In particolare, le misure anti-terrorismo vanno spiegate con chiarezza per evitare che siano percepite come azioni anti-Islam, come è avvenuto in altri Paesi europei, complicando così le relazioni con le comunità islamiche e scatenando gli scenari più favorevoli alla diffusione del jihadismo.

 

*LUISS Guido Carli, Professore a contratto di “Islam in Europa: migrazioni, integrazione e sicurezza” nell’anno accademico 2017/2018

 

Il presente paper rappresenta il contributo dell’autore per la conferenza “La politica estera ed europea dell’Italia: le proposte del PD”. Esso non impegna in alcun modo il Partito e il suo programma. 

 


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