Una diplomazia del cibo europea: quale ruolo per l’Italia?

di Daniele Fattibene 

Introduzione

Per molti decenni il cibo è stato interpretato essenzialmente in termini gastronomici oppure di assistenza umanitaria. Questa visione estremamente limitata ha impedito di comprendere l’evoluzione del concetto di scurezza alimentare. Il cibo oggi è infatti connesso a molteplici aspetti della nostra vita quotidiana: dalla transizione energetica, allo sviluppo sostenibile, dal cambiamento climatico ai flussi migratori.

Comprendere il cosiddetto “Water-Energy-Food and Climate nexus” è fondamentale per elaborare delle politiche efficaci e per contribuire a stabilizzare il vicinato europeo, in particolare la regione Mediterranea e Sub-Sahariana. Si tratta di una regione strategica per l’Italia e per l’Europa per molteplici aspetti ed è quindi necessario elaborare delle politiche che siano il più possibile onnicomprensive.

I paesi di questa regione rischiano di rimanere intrappolati in un circolo vizioso fatto di insicurezza alimentare, instabilità politica e potenziali conflitti. L’eccessiva dipendenza dalle importazioni di derrate alimentari (il 30 per cento dei cereali commercializzati a livello mondiale è diretto ai Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa), la scarsa resilienza del settore agricolo al cambiamento climatico, lo scellerato e insostenibile sfruttamento delle risorse idriche e del suolo e l’aumento inarrestabile della popolazione, soprattutto urbana, impongono una presa di coscienza che deve tramutarsi in azioni concrete. In caso contrario, sarà difficile garantire la domanda di cibo nei prossimi decenni, senza compromettere il già precario equilibrio di risorse idriche e del suolo, con il rischio di conflitti inter-regionali per il controllo delle stesse.

Una “diplomazia del cibo” europea a forte trazione italiana che sappia coniugare le molteplici dinamiche di sicurezza legate al cibo e che sia allineata alla “Strategia Globale” dell’Unione Europea e agli “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” dell’ONU deve essere il punto di partenza per una nuova visione della sicurezza alimentare, che garantisca accesso a cibo sano e nutriente per tutti, ma anche un adeguato utilizzo delle risorse (limitate) del nostro pianeta.

Il nesso tra cibo, acqua, energia e cambiamento climatico

Le Primavere Arabe e in particolare le “rivolte del pane”, hanno mostrato il legame tra insicurezza alimentare e malcontento sociale. L’aumento improvviso dei prezzi delle derrate alimentari a livello globale e l’eliminazione dei sussidi alimentari o per i carburanti hanno messo a nudo le fragilità dei sistemi alimentari della regione con alcuni paesi attraversati da forti ondate di dimostrazioni anti- governative.

In altre parole, tali eventi hanno dimostrato che nel momento in cui l’insicurezza alimentare è legata a debolezze strutturarli come istituzioni fragili, stress demografico e un sistema socio-economico deteriorato (a causa per esempio di povertà, disoccupazione o polarizzazione sociale), il malcontento sociale ha più possibilità di esprimersi. Quello che preoccupa maggiormente però è che il livello di insicurezza alimentare nella regione rischia di acuirsi, a causa del mix di una serie di fattori:

  • Fragilità alimentare. I Paesi della regione importano circa il 30 per cento dei cereali commercializzati a livello mondiale e pertanto risultano essere particolarmente vulnerabili alle fluttuazioni dei prezzi delle derrate alimentari sui mercati globali. Questo è tanto più vero, se si pensa che alcuni paesi spendono tra il 30 e il 40 per cento delle loro riserve monetarie per pagare queste importazioni.

Valore delle importazioni di cibo in percentuale delle esportazioni (2011- 2013)

  • Carenza di acqua. Nella regione il livello di acqua potabile pro capite è circa il 12 per cento rispetto al livello dell’Unione Europea. Il cambiamento climatico rischia non solo di ridurre ulteriormente questi livelli già drammatici, ma soprattutto di aumentare la competizione sulle già scarse risorse idriche nella regione, aumentando il rischio di conflitti e i flussi migratori. Non è un caso che l’International Displacement Monitoring Centre ha affermato che la mancanza di acqua, l’inquinamento delle falde acquifere e i disastri naturali saranno tra le prime cause dell’aumento dei migranti climatici.

Risorse di acqua potabile pro-capite (metri cubi)

  • Agricoltura e resilienza al cambiamento climatico. L’agricoltura è paradossalmente il settore che da un lato contribuisce in modo notevole (fino al 30 per cento) alle emissioni di gas serra nell’atmosfera e dall’altro è maggiormente esposto ai danni legati ai cambiamenti climatici. Questo è tanto più vero per i paesi della regione del Nord Africa e dell’Africa Sub- Sahariana, i quali negli anni hanno creato sistemi agricoli che hanno condotto ad uno sfruttamento eccessivo delle risorse, senza d’altronde aumentare la sovranità alimentare. Nei prossimi anni sarà necessario investire per realizzare dei sistemi agricoli più efficienti che garantiscano livelli di nutrizione adeguati, garantendo allo stesso tempo un equilibrato utilizzo delle già scarse risorse idriche e del suolo della regione.
  • Urbanizzazione: La popolazione soprattutto quella giovane (millennials) che vive o si sposta nelle città sta aumentando a ritmi vertiginosi, con tassi di urbanizzazione in nel Medio Oriente e in Africa Sub Sahariana che procedono ad una velocità doppia rispetto agli altri paesi del mondo. Nel 2050 una grande quantità di persone si concentrerà nei grandi centri urbani. Occorre trovare un sistema per evitare che ciò porti ad un aumento dell’instabilità politica.

Crescita della popolazione urbana in Africa

  • Flussi migratori: l’Unione Europea è estremamente esposta alle turbolenze nella regione, soprattutto in termini di migrazioni. Tra il 2014 e il 2016 c’è stato un aumento del 50 per cento delle richieste di asilo. Anche se è ancora prematuro parlare di una correlazione diretta tra insicurezza alimentare e migrazioni, capire il ruolo che il cibo può avere tra le cosiddette “root causes” dei conflitti è fondamentale, per avere una visione più moderna dei fenomeni

 

Perché serve una diplomazia del cibo?

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha dato vita ad una politica di sicurezza alimentare molto ampia e a livello teorico è stato raggiunto un elevato lvello di maturità, non solo in termini di progetti realizzati e fondi allocati (circa 9 miliardi di euro tra il 2014 e il 2020), ma anche per quanto riguarda la consapevolezza delle esternalità negative che alcune politiche possono avere sulla sicurezza alimentare locale, regionale e globale. Tuttavia, questo approccio si è rivelato troppo settoriale e manca ancora una visione olistica di tutte le dinamiche che sono collegate alla sicurezza alimentare. L’Italia può fare da pioniere in questo processo, non solo sfruttando il grande potenziale economico del suo settore agro-alimentare ma anche facendo leva sull’eredità di Expo 2015 per lanciare una vera e propria “diplomazia del cibo” europea, sotto l’egida del Servizio Europea di Azione Esterna (SEAE). Le eccellenze italiane nel settore agro-alimentare, unite al soft power di cui il nostro Paese gode in questo campo devono fare da traino per l’Unione per realizzare una politica che raggiunga i seguenti obiettivi:

  • Ricerca e sviluppo: Nel campo della Ricerca e Sviluppo, una diplomazia del cibo europea permetterebbe di costruire delle forti sinergie tra il mondo tecnologico-industriale e le comunità locali in Africa, che hanno bisogno di un trasferimento tecnologico per dar vita ad una filiera alimentare più efficiente e sostenibile. Ciò permetterebbe di creare solidi contatti tra le Piccole e medie imprese italiane, europee ed africane;
  • Prevenzione dei conflitti: Una diplomazia del cibo che parta dal presupposto che la sicurezza alimentare è ormai fortemente legata alla transizione energetica, il cambiamento climatico, l’instabilità politica e i flussi migratori, potrebbe permettere di includerla nelle strategie europee di prevenzione dei conflitti. Ciò consentirebbe al cibo di non essere più interpretato solo in termini di sviluppo sostenibile ed assistenza umanitaria, ma di diventare uno dei pilastri di una strategia europea ex ante per aumentare la capacità di resilienza dei paesi in via di sviluppo e di combattere le “root causes” dei conflitti in maniera più efficace;
  • Programmi più efficaci: una diplomazia del cibo europea consentirebbe di cambiare il modo in cui i programmi europei sulla food security sono implementati. Spesso l’approccio europeo si è rivelato troppo standardizzato e poco in grado di incidere sulle peculiarità (e di conseguenza i bisogni) specifiche di ogni singolo Paese target. Una diplomazia del cibo condotta dal SEAE tramite le Delegazioni dell’Unione Europea sul terreno consentirebbe di avere obiettivi chiari e facili da adattare a secondo dei contesti e quindi più facili da realizzare, tenendo conto che l’attenzione deve essere rivolta non solo alle attività che si vogliono realizzare, ma anche al tipo di trasformazione che si vuole produrre nel lungo periodo
  • Ripensare il sistema di produzione alimentare: una diplomazia del cibo europea potrebbe consentirebbe all’Unione di diventare leader di un processo di ripensamento dei sistemi agro-alimentari mondiali, L’obiettivo è quello di assicurare a tutti livelli di nutrizione adeguati, ma allo stesso tempo sostenibili e resilienti al cambiamento climatico. Una diplomazia del cibo, concordata a livello di tutti gli Stati membri e allineata all’Agenda 2030 dell’ONU sarebbe un grande passo in avanti per tutta la comunità

Il ruolo della sinistra italiana ed europea

Le forze di sinistra italiane ed europee devono farsi portavoce di una visione nuova del concetto di sicurezza alimentare. Diversi sono i motivi a sostegno di questa tesi:

  • Interesse strategico: il Mediterraneo e l’Africa Sub-Sahariana sono regioni fondamentali per la sicurezza nazionale ed europea, a cui sono legati interessi non solo economici, ma anche politici, soprattutto se si pensa all’impatto che i fenomeni migratori hanno sull’opinione pubblica e sull’equilibrio sociale del Paese. Comprendere il ruolo che il cibo può giocare nello stabilizzare l’intera regione è pertanto di vitale importanza;
  • Una nuova visione progressista del futuro dell’Europa: l’Italia in generale e le forze di sinistra in particolare devono farsi portavoce di una visione dell’Europa positiva, che permetta di controbattere gli slogan xenofobi e anacronistici delle forze populiste di destra. In questo contesto, guardare al cibo e alla sicurezza alimentare da una lente diversa che tenga conto dei suoi molteplici legami, fa parte di un’azione più ampia volta a rafforzare il processo di integrazione Una buona base può essere costituita dal lavoro che si sta facendo sul cosiddetto “Pacchetto sull’Economia Circolare”, che ha visto un grande ruolo del gruppo S&D nel Parlamento Europeo e che mira a rendere il sistema produttivo europeo più efficiente e sostenibile per i prossimi decenni;
  • Il cibo come pilastro di una nuova Europa solidale: il mondo attuale si sta dividendo sempre di più in due classi di individui: coloro che muoiono di fame e non hanno accesso a cibo sano e nutriente e coloro che invece possono permettersi il lusso di sprecarlo. La sinistra italiana deve farsi carico di questa domanda di giustizia e portare avanti a livello europeo un cambiamento radicale dei sistemi di produzione alimentare che porti ad una filiera più equa che tuteli tutti gli attori coinvolti dal campo alla forchetta!
  • Ruolo dei millennials: il cibo può diventare uno strumento per ingaggiare le nuove generazioni nei paesi del Mediterraneo. Saranno loro infatti a fronteggiare l’impatto maggiore del cambiamento climatico ed è su di loro che bisogna investire per diffondere un nuovo approccio verso la sicurezza alimentare. Educare le giovani menti europee e non a ripensare la filiera alimentare in modo più efficiente e sostenibile deve essere una delle colonne portanti di una strategia volta a combattere chi invece preferisce erigere muri e creare

Il cibo è l’atto più politico che compiamo ogni giorno. Bisogna tornare a dargli il valore che merita anche a livello di politica estera. Esso dice non solo chi siamo ma anche che futuro vogliamo consegnare al mondo che ci circonda. Elaborare un “sistema Italia” che è in grado di fronteggiare le sfide che la sicurezza alimentare pone a livello glocale può essere funzionale per plasmare tutte le future azioni e politiche che l’Unione Europea lancerà su questo tema nei prossimi anni. Chi se non l’Italia è meglio equipaggiato per compiere questa missione?

 

Di Daniele Fattibene

Lavora presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma. Per lo IAI ha condotto ricerche sulla politica europea di sicurezza alimentare e sulle azioni dell’Ue per combattere sprechi e perdite alimentari.

 

Il presente paper rappresenta il contributo dell’autore per la conferenza “La politica estera ed europea dell’Italia: le proposte del PD”. Esso non impegna in alcun modo il Partito e il suo programma. 

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