Di Riccarda Lopetuso*

Era una domenica di sole quando, il 17 giugno scorso sulle sponde del lago Prespa, Grecia e Macedonia hanno firmato uno storico accordo (preliminare) per il cambio del nome dell’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia in Macedonia del nord.

L’intesa tra i due Premier – che dovrà essere approvata da un referendum tra i macedoni e ratificata dal parlamento di Atene, arriva dopo 27 anni di dispute ed è giunta provvidenzialmente (forse non a caso) pochi giorni prima di un importante vertice europeo, fondamentale per il destino comunitario di Macedonia e Albania.

Nell’agenda del 28 capi di stato e di governo dell’Unione chiamati ad incontrarsi a Palazzo Europa non c’è stata solo la delicata questione migratoria, la riforma dell’Unione Monetaria e la Difesa (Pesco).

Il Consiglio è stato chiamato a decidere se aprire ufficialmente i negoziati di adesione di Albania e Macedonia, dopo la raccomandazione positiva della Commissione Europea dell’aprile scorso.

Come annunciato dalla presidenza bulgara di turno (in scadenza, seguita dal semestre austriaco) i negoziati di adesione – nonostante le contrarietà di Francia e Olanda, partiranno nel giugno 2019. La strada verso l’Unione Europea di Albania e Macedonia è ormai tracciata.

La firma avvenuta sul lago Prespa ha sicuramente agevolato la decisione per l’ex Repubblica Jugoslavia di Macedonia, considerando che la disputa con Atene rappresentava un ostacolo all’adesione.

D’altronde l’Unione è sempre stata chiara con i Balcani Occidentali, candidati all’ingresso nell’Ue: La porta dell’Unione Europea è aperta ma prima vanno risolte delicate questioni interne e rinsaldate le istituzioni democratiche.

Come è noto, la procedura di adesione di nuovi membri all’Unione è lunga e complessa, e lo è ancora di più per gli stati dei Balcani occidentali, giovani democrazie uscite dall’ideologia comunista e da guerre che hanno lasciato ferite difficili da sanare nella società e nel sistema democratico.

Un eventuale adesione, è bene precisarlo, non avverrà per nessuno dei candidati – anche per Serbia e Montenegro più avanti nelle trattative – prima del 2025.

Jean-Claude Juncker è stato chiaro: Nessun nuovo ingresso nell’Unione durante il suo mandato (in scadenza nell’autunno 2019) ma il 2025 “è un orizzonte”.

L’allargamento dell’Unione Europea ai Balcani Occidentali è strategico per l’Unione stessa, su più fronti.

Primariamente per ragioni di sicurezza non solo dei paesi candidati, ma di tutta l’Unione, specie per la lotta al terrorismo e al flusso di rifugiati provenienti dalla Rotta Balcanica.

Rendere comunitari i Balcani inoltre è necessario per sottrarli a pericolose influenze russe e turche. Non meno importanti sono le ragioni economiche e le prospettive di scambi commerciali.

Su questo punto gioca un ruolo rilevante l’Italia, primo partner commerciale dell’Albania e secondo della Serbia. Non a caso il nostro paese ha svolto un ruolo fondamentale per facilitare l’avvio dei negoziati.

Sul piano più propriamente procedurale, la Commissione si è pronunciata positivamente nell’aprile scorso, con l’adozione del Pacchetto Allargamento Annuale. Nel documento del 17 aprile 2018, l’organo di Palazzo Berlaymont ha ufficialmente “Raccomandato al Consiglio di decidere di avviare i negoziati di adesione con l’ex Repubblica Jugoslavia di Macedonia e l’Albania, alla luce dei progressi compiuti, mantenendo e approfondendo l’attuale slancio riformistico” .

Riforme rilevanti ed importanti soprattutto per la decisione sull’Albania. Il paese delle aquile ha presentato richiesta di adesione nel 2009 e da allora ha fatto molto per rispettare i Criteri di Adesione –noti come Criteri di Copenaghen.

Rilevanti sono state le riforme del sistema giudiziario, nel campo dell’indipendenza dei magistrati e nella valutazione degli stessi.

Le riforme istituzionali portate avanti dal paese adriatico sono state mirate ad insaldare lo stato di diritto e a favorire la partecipazione dei cittadini alla vita politica. Importanti progressi sono stati compiuti anche nella lotta alla criminalità organizzata, nello specifico contro la coltivazione di cannabis. Un problema serio rimane –  a detta dell’organo esecutivo europeo – la corruzione, la quale “rimane prevalente in molte aree e continua a rappresentare un problema serio” (Risultati chiave della Relazione 2018 sull’Albania). È su questa piaga che nell’anno a venire dovranno impegnarsi duramente le istituzioni albanesi per rendere irreversibili e rapidi i passi verso l’Integrazione europea.

Dalle parti di Tirana, l’Unione Europea continua ad esercitare il suo fascino soprattutto nelle giovani generazioni. L’Europa è a sole 108 miglia, distanza che separa il porto di Durazzo dal porto di Brindisi. L’Italia, e di conseguenza l’Europa per gli albanesi sono lì a due passi e a mezz’ora di volo. Per gli albanesi cresciuti nel mito dell’Italia, l’adesione all’Unione è vista come il coronamento di un percorso di modernizzazione e di apertura allo stile di vista più strettamente europeo iniziato dal crollo del comunismo nei primi anni ‘90.

La nazionalità albanese è la seconda più presente in Italia dopo la romena tra gli stranieri residenti ma oggi sono lontani i tempi dei mega sbarchi di albanesi nei porti di Brindisi e Bari.

L’Albania, da paese di immigrazione fino a pochi anni fa, si trova attualmente ad essere il nuovo corridoio per i rifugiati provenienti dalla Grecia.

La Rotta Balcanica, dati alla mano, sembra essersi riaperta nei primi mesi del 2018. Impenetrabile il confine ungherese che passa dalla Serbia, molti migranti percorrono una via alternativa che dalla Grecia attraversa il confine meridionale dell’Albania.  Da qui si dirigono in Montenegro e in Bosnia, diretti in Croazia, primo paese dell’Unione Europea.

La speranza di coloro che (difficilmente) riescono a passare è quella di raggiungere la Slovenia e gli stati europei confinanti, Austria e Italia.

I percorsi e i numeri della nuova Rotta Balcanica sono ben noti ai Leader europei ma – grazie alla mediazione di Italia e Germania – ha prevalso la decisione di compromesso annunciata dalla presidenza di turno; posticipare l’avvio dei negoziati di un anno ma puntare l’obiettivo di “dare una chiara prospettiva europea “ad Albania e Macedonia.

*Riccarda Lopetuso è formatrice in materie giuridico-economiche in enti di formazione e realizzatrice di progetti scolastici. Laurea in giurisprudenza con una tesi sulla politica estera dell’Ue, scrive e si occupa di Europa, Costituzione italiana e Geopolitica (mondo arabo e Africa sub sahariana).


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