Da mesi, ormai quasi 6, si sente parlare di Hong Kong e dei tumulti che la stanno attraversando. Sebbene lo spazio dedicato all’argomento dai media internazionali, soprattutto italiani, non sia mai abbastanza, ci si può comunque ritenere fortunati nel ricevere una discreta, sebbene a volte contraddittoria e discordante, dose di notizie tramite il web.

Le proteste sono cominciate i 9 giugno 2019, quando in migliaia sono scesi per le strade di Hong Kong per manifestare contro la legge sull’estradizione promossa dal Capo Esecutivo, Carrie Lam. Il DDL prevedeva che coloro i quali fossero considerati “elementi sospetti” potessero essere appunto estradati in Cina e giudicati secondo il sistema giudiziario cinese. Hong Kong, infatti, essendo stata per più di un secolo una colonia britannica, si fonda sui principi della Common Law inglese e segue dunque un iter giudiziario ben distante da quello della Mainland. Lì dove Carrie Lam vedeva in questo DDL la necessità di evitare che la Regione Amministrativa Speciale diventasse “un covo di criminali” (citando testualmente), i giovani vedevano, e vedono tuttora, una minaccia per i loro diritti fondamentali e per la formula “Un Paese, Due Sistemi” su cui Hong Kong di basa. La formula in questione, adottata nel 1997 in seguito alle negoziazioni tra Deng Xiaoping e Margaret Thatcher, prevede infatti che Hong Kong sia una Regione Amministrativa Speciale facente parte della Repubblica Popolare Cinese, ma con delle caratteristiche proprie e differenti dalla Cina. In particolare, con la RPC condivide la politica estera e miliare, ma se ne distanzia per quanto riguarda il sistema legale, sanitario ed educativo. Questa condizione, entrata in vigore nel 1997 appunto, rimarrà in atto, secondo i negoziati, per 50 anni e cioè fino al 2047 anno in cui Hong Kong tornerà completamente e definitivamente sotto la giurisdizione cinese. Alla luce di quanto detto fin’ora, i giovani del Porto Profumato (traduzione letterale della denominazione cinese per “Hong Kong” e che ne tramanda anche la storia meno prossima) si sono sentiti minacciati dalla maggiore ingerenza cinese negli affari interni della Regione, accusandola di star accelerando il processo di integrazione della città nella Mainland. Le proteste sono nate come cortei pacifici diffusi su tutta la città e che si sono inizialmente scontrati con la polizia gravemente accusata di star abusando del proprio potere. In particolare, l’accusa mossa, è quella di un eccessivo ed immotivato uso della violenza nei confronti dei manifestanti fin dall’inizio delle proteste, con l’uso di idranti, proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Nonostante il 15 giugno la legge fosse stata sospesa, i giovani ne rivendicavano la definitiva abrogazione, soprattutto alla luce del climax ascendente che stava interessando le proteste. Già verso la fine di giugno la situazione si era fatta più tesa con barricate improvvisate in giro per le strade della città, scontri violenti nei centri commerciali e alle fermate della metro. La situazione è diventata ancora più grave quando le triadi, dei gruppi mafiosi cinesi, hanno contribuito a far entrare Hong Kong in un vortice di violenza che ha visto manifestanti gravemente feriti e i diritti fondamentali dell’uomo calpestati, in certi casi purtroppo “letteralmente”. Non serve ora richiamare tutti gli eventi, e sono molti, che hanno caratterizzato le manifestazioni fino ad ora. Quello che preme porre sotto i riflettori è la protagonista indiscussa di queste proteste: la violenza.

Pechino aspetta probabilmente di vedere chi cederà prima: se i manifestanti o l’America

Quest’ultima ha conosciuto picchi sconcertanti in diverse e molteplici occasioni. Ha colpito i manifestanti in modi imprevedibili, come l’aumento dei suicidi, così poco dibattuto, di tutti quei giovani manifestanti che non sono stati più in grado di tollerare la situazione. O ancora di tutti i feriti che ogni giorno affollano le strade della città. O dei morti che la protesta inizia a contare. La violenza, ormai dilagante, va a minare i diritti fondamentali e inalienabili dell’uomo: il diritto alla libertà individuale, il diritto alla vita, il diritto all’autodeterminazione. In tutto ciò le prospettive future sono ancora molto incerte, offuscate dal fumo dei gas lacrimogeni. Pechino, attore-spettatore della vicenda, in questo spettacolo metateatrale che si sta svolgendo sul suolo hongkonghese, non lascerà mai andare il sogno di “una nuova era” proclamato durante il XIX congresso del PCC, in cui spicca il sogno della riunificazione del Paese. Il sogno, il sogno cinese, nuova chiave di lettura delle azioni della RPC nella politica sia domestica che internazionale. Pechino sta seguendo uno dei principi cardine di uno dei testi classici cinesi che più ne hanno influenzato la cultura e l’assetto di pensiero: L’arte della guerra di Sun Zi (o Sun Tzu, secondo la trascrizione Wade-Giles). È un testo imprescindibile per capire le mosse che Pechino sta adottando e probabilmente adotterà per affrontare la vicenda. Tra i vari consigli elargiti da Sun Zi non può non essere annoverato quello secondo il quale “il più grande condottiero è colui che vince senza combattere”. È assai indubbio infatti che la Cina entrerà mai direttamente in azione sul territorio, continuando piuttosto ad operare dall’alto, osservando, meditando e pianificando. Se c’è una cosa nella quale i cinesi sono imbattibili è la pazienza. Sanno aspettare e lo faranno. Non hanno fretta. Non cercano una risoluzione immediata, non che non ne auspichino una, ma sanno bene che la fretta in situazioni delicate come questa non è mai amica. Pechino aspetta probabilmente di vedere chi cederà prima: se i manifestanti o l’America. Quest’ultima infatti sta entrando molto nel merito della questione, per motivi probabilmente ben più ampi della semplice preoccupazione per le sorti dei giovani. Nel futuro dovremo quindi aspettarci nuove manovre più laterali da Pechino, come quelle già adottate di portare l’Esercito Popolare di Liberazione cinese a Shenzhen, sul confine con Hong Kong, in chiaro segno di avvertimento. È altamente improbabile che assisteremo ad un intervento diretto della RPC, ma quel che è certo è che la situazione è ancora ben lontana da una sua risoluzione.


Alessia Paolillo

Alessia Paolillo, laureata triennale e magistrale in “Lingue e civiltà orientali” (curriculum cinese) presso l’Università di Roma, La Sapienza. Attualmente frequenta un master di secondo livello in “Public International Affairs”, presso la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali "Guido Carli". I suoi interessi di studio sono principalmente collegati alla politica domestica e internazionale cinese.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *