Di Paolo Bovio

Le elezioni di domenica 15 ottobre in Austria sono state vinte con il 31,6% dai conservatori guidati dal brillante 31enne Sebastian Kurz, ex ministro degli Esteri, seguiti dai socialdemocratici del cancelliere uscente Christian Kern (26,9%) e dai populisti di destra della FPÖ di Heinz-Christian Strache (26%). Si può affermare che la tornata elettorale è stata storica. Per molti motivi.

PRIMATI
Mai ÖVP ed FPÖ erano state così forti, insieme, a livello nazionale: le loro percentuali sommate danno 57,7%. E mai, di riflesso, la somma dei voti raccolti da socialdemocratici e verdi era stata così bassa: 30,6%. I verdi fanno segnare una serie di record negativi: prima volta in cui un partito rappresentato 31 anni in parlamento ne esce, prima volta che un partito perde due terzi dei propri elettori rispetto al voto precedente, prima volta che un partito si ferma così vicino alla soglia di sbarramento del 4%.

NEOFESCHIST
I primati più rilevanti potrebbe conquistarli Sebastian Kurz. Com’è ormai noto, il 31enne ministro degli esteri uscente, capace di riportare i conservatori al successo elettorale, diventerebbe il Kanzler più giovane di sempre, nonché più giovane capo di governo in Europa e primo politico della generazione Millennial alla guida di un Paese occidentale. Del suo essere un Wunderkind e una sorta di predestinato, molto s’è già detto e scritto, così come dei paralleli con Macron e addirittura Renzi. Kurz è riuscito nell’operazione di conquistare lo storico Partito Popolare in un momento di dura crisi e tensioni interne, accentrare su di sé l’autorità, e rivoluzionarne l’immagine presentandosi – pur essendo lui uno tra i membri più longevi del governo uscente, e l’ÖVP al potere ininterrottamente dal 1987 – come una novità assoluta. E vincere. Una rottamazione compiuta, si potrebbe dire. Ma il vero capolavoro di Kurz è stato la capacità di lucrare politicamente su un determinante spostamento a destra dell’elettorato che non era stato lui a preparare, bensì i populisti della FPÖ. A Kurz è bastato, un’affermazione provocatoria dopo l’altra (sul Brennero, sul contrasto all’Islam politico, sull’Australia come modello di gestione dei rifugiati), spostare a destra la sua ÖVP, contemporaneamente mantenendo immagine e retorica da moderato, per passare all’incasso. Il giovane leader conservatore, insomma, ha vinto posizionandosi come interprete più presentabile, più affidabile e mainstream, delle istanze populiste. Armin Thürmer, fondatore del settimanale della sinistra radical viennese Falter, gli ha affibbiato il nomignolo di Neofeschist, un’etichetta che gioca sull’assonanza con “neofascista” e l’aggettivo fesch, slang austriaco per “figo”, “elegante”. Un possibile modello per gli altri leader conservatori in Europa, in erosione costante di consensi a favore delle forze più estremiste?

KANZLERMACHER
Dopo aver conquistato 1,5 milioni di voti al primo turno delle presidenziali 2016 e aver mancato di poco una storica vittoria nel ballottaggio, tutti si aspettavano che il partito populista di Heinz-Christian Strache avrebbe fatto la parte del leone nelle elezioni legislative attese per l’autunno del 2018, scadenza naturale della legislatura. Le mosse di Kurz – che ha fatto convocare elezioni anticipate e sottratto consensi alla FPÖ spostando i conservatori a destra – hanno inizialmente colto di sorpresa il Partito delle Libertà, scopertosi in competizione là dove si supponeva in fuga solitaria. Ma vicende della campagna elettorale, con le ultime settimane caratterizzate dagli scandali del dirty campaigning (ci arriviamo) e dalle reciproche furiose accuse tra SPÖ ed ÖVP, hanno offerto a Strache un ottimo posizionamento: tanto più serio e affidabile quanto più i due ex partner della coalizione erano impegnati a litigare. La FPÖ, che ha aumentato ulteriormente i propri consensi (+5% rispetto al 2013), è finita terza, ma ha vinto perché sarà in ogni caso l’ago della bilancia nella formazione del nuovo governo. Kanzlermacher, come si dice in gergo, “creatore di cancelliere”. Tutto fa pensare a un’alleanza con i conservatori, ma Strache ha chiarito che ciò avverrà a condizioni precise, tra cui l’assegnazione a un esponente del suo partito (preferibilmente lui stesso) dell’incarico di Ministro dell’Interno. In caso contrario, il leader FPÖ potrebbe essere tentato da un accordo con i socialdemocratici: la distanza ideologica tra i due partiti è ampia, ma non incolmabile, come aveva sottolineato lo stesso Kern quando all’inizio del 2017 si cominciavano a ipotizzare gli scenari. In una coalizione di destra con i conservatori, o in un’edizione nazionale della strana alleanza rot-blau già sperimentata nel governo regionale del Burgenland, il partito populista è sicuro di fare parte del prossimo esecutivo.

DIRTY CAMPAIGNING
Anche al candidato dei socialdemocratici Christian Kern andrà, suo malgrado, un primato: il cancellierato più breve della storia della Bundesrepublik Österreich, meno di un anno e mezzo. Ex amministratore delegato delle Ferrovie Austriache, messosi in luce per essere intervenuto con decisione nella crisi dei migranti dell’estate 2015 quando centinaia di migliaia di richiedenti asilo erano transitati dalla stazione centrale di Vienna, nel maggio 2016 Kern era stato chiamato a succedere a Werner Faymann, costretto alle dimissioni dopo la batosta subita dalla SPÖ al primo turno delle presidenziali. Aveva tentato di rilanciare l’azione di governo proponendo un ambizioso piano di riforme per mercato del lavoro, formazione, integrazione, sanità, il “Plan A für Österreich”; prontamente affossato, però, dai conservatori, decisi a non appoggiare proposte che avrebbero potuto avvantaggiare il nuovo cancelliere. Kern contava di avere come orizzonte l’autunno 2018 e come principale competitor la FPÖ di Strache, e per questo aveva fortemente voluto come consulente della comunicazione l’israeliano Tal Silberstein, specialista del negative campaigning. Il “cancelliere cool” (la definizione è ancora di Thürmer, per via degli eleganti completi slimfit preferiti da Kern) è stato perciò preso in contropiede dalle elezioni anticipate volute da Kurz. E quando è venuto fuori che Silberstein – poi finito in prigione in Israele con accuse di corruzione – aveva messo in piedi su Facebook due pagine fake per screditare il leader conservatore con contenuti antisemiti e complottisti, la candidatura di Kern ne è risultata danneggiata irreparabilmente. E l’espressione dirty campaigning è entrata nel lessico politico austriaco. Kern è almeno riuscito a riconfermare il risultato del 2013, aumentando lievemente i consensi, e ha promesso di continuare l’impegno per un’Austria “aperta al mondo, multiculturale e democratica”, dichiarando che il proprio obiettivo è “cambiare la cultura politica di questo Paese”. Il posizionamento sembra chiaro: i buoni, i difensori della società aperta e inclusiva contro la minaccia portata dalle destre, stanno da questa parte. Basterà a rilanciare i socialdemocratici, che probabilmente resteranno fuori dal governo per la prima volta in dieci anni?


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *