“Per anni la Gran Bretagna ha incarnato meglio di qualsiasi Paese del nostro continente il volto gentile della globalizzazione. Le sue università hanno accolto i migliori studenti e ricercatori del pianeta. L’apertura del suo mercato del lavoro è stata per una generazione di europei l’antidoto alle tante barriere che si trovavano nei propri Paesi d’origine”. Citando la sintetica analisi storica che apre un articolo del 7 ottobre pubblicato dal quotidiano “La Repubblica”, a firma di Ferdinando Giugliano, credo di muovere dai presupposti giusti per una riflessione sulla conferma della leadership di Corbyn, da parte di un’accresciuta base militante laburista, contestuale al rilevamento, tra gli elettori del Labour Party, di una rilevante sfiducia (57%) nella possibilità di futura vittoria elettorale.

La globalizzazione, intesa come strutturale interdipendenza su scala mondiale, è il fenomeno storico che caratterizza l’epoca che viviamo e ogni dottrina politica deve misurarsi con essa e con i suoi corollari, che in tutta Europa, di questi tempi, sono principalmente due: il processo di integrazione politica dell’UE e i flussi migratori di popolazioni in cerca di orizzonti di speranza, o anche (non bisogna nascondercelo) di opportunità di rivalsa, rispetto a condizioni di sofferenza vissute come imposte. Se gli anni ’90 sono stati quelli in cui prevaleva un sentimento di fiducia verso le opportunità che la globalizzazione spalancava di fronte all’Occidente dopo la fine della Guerra Fredda (mentre si concentravano soprattutto fra i Paesi emergenti le voci critiche sul processo), ahimè si registra oggi una diffusa reazione in tutta Europa. In Gran Bretagna questa reazione è stata interpretata politicamente a destra intorno all’idea forte di un nazionalismo dai caratteri necessariamente peculiari, trattandosi di un Regno un tempo Madrepatria di un vasto impero coloniale. Questa reazione ha segnato il clamoroso punto della Brexit.

Ma la reazione fa più male a sinistra che a destra. Non solo per definizione generale, ma anche perché ciò che definiamo impropriamente “blairismo” o insufficientemente “terza via” è stato IL pensiero politico della fase di fiducia nel fenomeno storico della globalizzazione, che la Gran Bretagna, come detto, ha vissuto quale punta avanzata d’Occidente. A fare del Labour Party negli anni ’90 l’interprete di maggior successo della temperie del decennio fu una battaglia politica, che riuscì a marginalizzare l’ala militante del partito, non semplicemente perché la leadership di Blair risultasse più accattivante di quella di Kinnock, ma perché raccolse un’insofferenza delle generazioni più giovani verso una sinistra schiacciata sullo scontro sindacale della generazione dei padri, nella grande industria in arretramento occupazionale degli anni ’80, esprimendo, prima ancora nella cultura popolare, che in politica, una ricerca di realizzazione in ambiti professionali a più marcato valore aggiunto intellettuale.

Non è affatto sorprendete che oggi Corbyn vinca con un significativo apporto del voto dei più giovani: l’insinuarsi del dubbio sulle proprietà progressive della globalizzazione, la paura che l’enorme investimento sull’educazione, l’istruzione, il sapere, non basti a garantire aspettative di vita soddisfacenti in un contesto sempre più aperto, spinge su posizioni protezioniste. Non per caso Corbyn ha tenuto una posizione di maniera sul no alla Brexit, che è stata percepita come debole, insincera e ha finito per danneggiare elettoralmente la causa. Non per caso il Labour Party bolla bellamente come xenofobe le liste di lavoratori stranieri, ma con Emily Thomberry, ministro degli Esteri ombra, indica come priorità delle negoziazioni da aprire con l’Unione Europea la protezione dei posti di lavoro dei cittadini britannici. Non a caso la sinistra del Regno Unito soffre più dei Conservatori la rivalità politica dei partiti indipendentisti (in particolare in Scozia), che offrono la prospettiva di un cerchio più stretto di protezione. Non per caso gli stessi elettori del Labour Party non pensano che vinceranno le elezioni per il Governo di Sua Maestà e tendono a non dispiacersene. La sinistra non può vincere negli spazi stretti.

Il Labour Party, come forza di governo, sta rischiando quantomeno di saltare una generazione. Quantomeno.


Andrea Sgrulletti

Segretario di Mondodem, già responsabile esteri e Mediterraneo del Partito Democratico di Roma.

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