Il 2016, con le vittorie dei movimenti anti sistema – tra tutti la Brexit e l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti – ha portato un vento d’incertezza sul futuro della politica tradizionale. Questi eventi hanno interrotto, però, l’inerzia politica nella quale un attore come l’Unione Europea ristagnava da anni. Il 2017 è così diventato l’anno di assestamento dagli sconvolgimenti politici, un periodo in cui riconsiderare l’Unione Europea così com’è stata pensata fino ad ora.

Il futuro dell’Unione Europea è stato uno dei temi centrali dell’agenda politica di molti stati nei primi mesi del 2017, l’anno in cui ricorre l’anniversario dei Trattati di Roma che sancirono l’inizio del progetto d’integrazione.

Due eventi politici in particolare hanno sottolineato il bisogno di spingere il progetto di integrazione verso nuovi traguardi. Il 1° marzo l’organo esecutivo europeo, la Commissione guidata dal Presidente Jean Claude Juncker, ha pubblicato il ”Libro Bianco” sul Futuro dell’Europa, un documento programmatico in vista dei festeggiamenti tenutisi a Roma il 25 marzo scorso che hanno ricordato i traguardi raggiunti fino ad oggi, ed il bisogno di una spinta comune per il futuro del progetto europeo.

Dai cinque scenari tratteggiati nel “Libro Bianco” emerge la possibilità di un’Europa a diverse velocità, una prospettiva che è stata più volte sottolineata negli anni passati, ma che proprio in questi ultimi mesi ha assunto maggiore concretezza.

L’Unione Europea e gli scenari sul suo futuro sono stati al centro anche di un secondo evento tenutosi a Versailles il 5 marzo, meno mediatico ma altrettanto importante nel cementificare le posizioni comuni di alcuni paesi. I capi di stato dei quattro paesi più industrializzati dell’UE si sono incontrati in Francia, e durante il summit la Cancelliera Angela Merkel, fautrice dell’avanzamento dell’integrazione europea, ha posto il tema di un’Europa a più livelli, una prospettiva che ha visto l’appoggio del Presidente francese Francois Hollande, del Primo Ministro italiano Paolo Gentiloni e della Spagna di Mariano Rajoy.

È venuta così delineandosi la tendenza da parte degli stati fondatori, in prima linea la Germania, di procedere nell’integrazione europea permettendo ai paesi membri contrari ad ulteriori trasferimenti di sovranità di non partecipare, pur rimanendo di fatto nell’Unione Europea. Una prospettiva che appare come necessaria in un’Europa che si delinea sempre più su posizioni estreme, tra chi vorrebbe fermare il progetto di integrazione alla luce delle crisi internazionali e chi vede, invece, come unico rimedio un’Europa ancora più unita.

L’Europa a più velocità è ancora una delle tante possibilità che le istituzioni europee hanno davanti, come illustrato nel “Libro Bianco” della Commissione, ma gli scenari che si aprono proprio su questa prospettiva invitano a pensare a quale potrebbe essere il futuro della politica estera dell’Unione Europea.

La prima riflessione riguarda la composizione stessa di un’Europa a diverse velocità.

I paesi dell’Est, il cosiddetto gruppo di Visegràd, sono i principali oppositori dell’avanzamento nell’integrazione europea, e i leader populisti che guidano Polonia ed Ungheria, con le loro posizioni euroscettiche, rimarrebbero fuori dal core group guidato dalla Germania. Ma lasciare questi paesi fuori dal circolo di chi opta per una maggiore velocità sarebbe come ammettere il fallimento di quella che è stata la politica estera europea di maggior successo, cioè l’allargamento del 2004.

L’allargamento verso Est aveva rappresentato non solo l’espansione dei confini europei, ma anche la capacità di trasformazione di paesi dell’ex blocco sovietico in economie di mercato e stati di diritto.

Il successo del soft power e della forza attrattiva che l’Unione Europea rappresentava, però, viene meno davanti alle prese di posizione nazionalistiche delle élite politiche che tanto avevano spinto per la modernizzazione dei loro paesi.

In questo senso una politica estera a più velocità consegnerebbe i Paesi dell’Est Europa alle forze euroscettiche e nazionalistiche, sventolando bandiera bianca sulle speranze che l’allargamento aveva portato.

Un’Europa a più velocità suggerisce ancora una riflessione sul futuro della sua politica estera. Una potenza non militare come l’UE basa le sue relazioni esterne sul peso dei suoi strumenti economici e sul meccanismo di condizionalità, un do ut des, che trova la sua efficacia nella potenza economica e di mercato dell’UE.

Un’Europa che procede a cerchi concentrici, altra immagine usata per dipingere il possibile futuro scenario europeo, potrebbe cosi giungere più facilmente ad una posizione comune ma perderebbe parte del suo peso economico e quindi la sua immensa attrattiva per i mercati esteri. Inoltre, un rischio legato alla multivelocità è l’incremento della politicizzazione tra le posizioni dei paesi membri che metterebbe a repentaglio la speranza di trovare una voce comune con cui affrontare gli scenari politici ai confini dell’Europa.

Viene quindi da pensare che gli scenari che si prospettano in una futura Europa a più velocità non migliorerebbero la zoppa istituzione che fa capo a Federica Mogherini.

La politica estera europea soffre sin dalla sua nascita di un grande male che non le permette di agire in modo coerente negli scenari di crisi che si aprono ai suoi confini. Infatti, fino a quando la politica estera rimarrà intergovernativa continuerà a portarsi dietro la zavorra degli interessi e dei veti dei singoli stati membri, bloccando l’elaborazione di una strategia e di una posizione veramente europea. La mancanza di una politica estera europea ad una sola voce è di fatto figlia del suo disegno istituzionale e la sola possibilità di miglioramento è rappresentata da un’ulteriore spinta verso una reale integrazione europea della politica estera. Uno scenario utopico ai giorni nostri, ma non impossibile considerando il periodo di rilancio che il Libro Bianco ha volutamente introdotto.

Se dunque la multivelocità è il piano B da attivare nel caso in cui agli appuntamenti elettorali dei prossimi mesi l’apocalisse nazionalista ed euroscettica dovesse realizzarsi, ci sarà bisogno di ripensare ad una nuova politica estera europea. Se la politica estera rimanesse ancora prerogativa dei singoli paesi, il nuovo assetto multicircolare ne aumenterebbe solo la politicizzazione e l’UE sarebbe destinata ad un inevitabile ripiegamento verso se stessa.

 

Di Gaia Taffoni, PhD Candidate, Università Statale di Milano


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