E’ difficile percepire, nella leadership tedesca, alcuna ambizione al di là del semplice ritorno dall’attuale stato di emergenza all’ordine europeo preesistente, già in cattiva salute. Le resistenze alla mutualizzazione del debito (Eurobond), a redistribuzioni più sistematiche di fondi fra Stati Membri, la percepita lentezza nel manifestare solidarietà in grande stile verso l’Italia, rancori e sospetti (largamente infondati) sul numero dei morti registrati: la Germania del 2020 sembra essere tutto fuorché la guida di un continente pericolosamente sbandante.

La placidità, la calma e la stabilità hanno contraddistinto la Germania merkeliana, nel bene e nel male. Hanno permesso di aprire i confini all’ondata migratoria del 2015 a dispetto delle opposizioni interne alla CDU. E sonola radice della risposta atrofica alle grandi idee di Emmanuel Macron per il rilancio del progetto europeo. Scrivendo negli anni dell’altra Grande Crisi del 2008, Ulrich Beck commentava come Merkel, la CDU e per estensione la Germania utilizzassero l’esitazione come tattica di dominazione. Il conservatorismo tedesco può ricattare tramite il non-agire perché è fondamentale per l’esercizio del potere: così come non può esistere un governo senza il beneplacito della Konrad-Adenauer-Haus, nessuna soluzione europea può esistere senza la partecipazione della locomotiva d’Europa. Le capacità istituzionali tedesche, sia in termini di personale che di volontà politica, non sono maggiori di quelli di altri stati membri. Il potere tedesco si riduce quindi a una pura politica di veto, com’è dolorosamente evidente oggi.

La necessità di una maggiore “presa di responsabilità nel mondo” è ormai diventato un irritante Leitmotiv della politica estera tedesca. Evitare un collasso dell’economia continentale è fondamentale per un’economia di export, cosi la preservazione delle catene produttive industriali, che per motivi demografici corrispondono alle regioni più duramente colpite dal COVID-19 (Grand Est francese, bacino del Reno, Lombardia). È però indice di una dannosa depoliticizzazione a opera dei democristiani quanto una leadership europea più decisa gioverebbe all’interesse nazionale tedesco.

L’emissione di Eurobond, ad esempio, avrebbe importanti diramazioni strategiche per l’autonomia finanziaria europea. Sarebbe un passo ulteriore verso l’affermarsi dell’euro come valuta globale, quindi autonoma ad esempio dalle politiche di Washington D.C., e dando un ruolo centrale a Francoforte nella difesa della nostra economia. Disinnescherebbe poi il pericoloso “doom loop” che regolarmente rischia di trasformare il default di banche detentrici di bond nazionali in potenziali crisi sistemiche. Un mercato finanziario europeo più sicuro e quindi diversificato è esattamente l’obiettivo a lungo termine di Berlino, come indicato dalla volontà di completare la cosiddetta unione bancaria. Solo queste misure garantirebbero abbastanza margine di manovra per la creazione di istituti abbastanza grandi da finanziare la transizione verso l’industria 4.0, l’economia green e soprattutto poter competere con la Cina. Maggiore liquidità supportata da debiti sicuri sarebbe poi la migliore alternativa ai tagli dei tassi d’interesse imposti dalla BCE per mantenere l’inflazione a livelli tollerabili, una politica estremamente nociva per i piccoli risparmiatori tedeschi.

D’altra parte, la difficoltà della Banca Centrale a imporre la propria politica dipende anche dalla politica di bassi salari portata avanti da Berlino, che persiste con molta più ostinazione del limite agli investimenti pubblici. Non aver aggiustato i salari alla crescente produttività e non aver agito sull’aumento degli affitti ha eroso il reddito della classe media, tenendo bassi i livelli di consumo e quindi limitando l’import – un fatto direttamente responsabile per il surplus commerciale tedesco. Perseguire obiettivi a lungo termine a beneficio dell’economia del continente andrebbe quindi di pari passo con una politica di giustizia economica domestica, il che avrebbe dovuto spingere i progressisti a Berlino a essere più intraprendenti.

È evidente che molte delle misure richieste, cosi come un indebolimento delle clausole di condizionalità per accedere ai fondi MES, si avvicinerebbero molto al sistema di sussidi per i paesi più deboli paventato da molti politici tedeschi.  È altresì vero che gestire un tale rilancio del progetto europeo richiederebbe un cambiamento politico rilevante, spostando il dialogo e controllo politico di tali meccanismi dall’esecutivo al livello parlamentare e regionale. Il coinvolgimento del Bundestag è fondamentale per motivi costituzionali: la cessione di parte della sovranità fiscale a istituzioni europee sarebbe difatti una linea rossa per la corte costituzionale federale, che nella sua storia ha dimostrato di giudicare troppo poco democratica la gestione di strumenti come il fondo salvastati. Ma anche il dato politico è ineluttabile: l’indebolimento del sistema partitico tedesco ha portato a una mutazione nel suo assetto istituzionale, rendendo la cancelleria un’entità sempre più potente e quindi distaccata dalle dinamiche del Bundestag. Il vero pericolo è che con la frammentazione dei partiti tedeschi, imprenditori politici spregiudicati come il liberale Lindner o il candidato alla segreteria CDU Merz possano mettere in difficoltà il governo mobilitando un’esigua minoranza di deputati. Gli effetti di queste manovre sul filo di lana si sono visti in Turingia, quando il conflitto fra correnti di partito e Berlino hanno quasi portato all’avvento di un governo tollerato dalla destra radicale.

La repubblica federale è essenzialmente troppo forte per poter non ricoprire un ruolo di primo piano nell’Unione, ma è anche troppo debole per poter imporre il proprio volere. Conscia di ciò, la Germania ha potuto negoziare il proprio rientro nella comunità europea, sia dopo la guerra che la caduta del muro, grazie a quella che lo storico Andreas Rödder ha chiamato “salvaguardia del potere attraverso la rinuncia di potere”. Un esempio? Da qualche mese si va affermando per i corridoi di Berlino l’adozione di un cosiddetto “approccio di rete” nei confronti della Russia, cioè l’elaborazione di un consenso a tre fra Francia, Germania e Polonia che permetta di gestire il nostro scomodo vicino senza scavalcare o irritare i paesi più sospettosi delle aperture tedesche a Mosca. Sarebbe forse ora che lo stesso disegno sia adottato per la governance dell’Eurozona, superando la semplice imposizione di veti e contribuendo allo sviluppo di idee di riforma. La proposta di introduzione di un’assicurazione sui depositi bancari dal ministro Scholz aveva proprio questa logica: servire l’Europa sfuggendo alla trappola dell’immobilismo e ponendo le basi della discussione in termini vantaggiosi per il paese.

Non sarà facile. Andrà compiuta in pochi mesi una rivoluzione politica che sarebbe dovuta essere frutto di un percorso decennale. Frammentazione politica, stagnazione e un susseguirsi di crisi hanno accelerato il treno del declino europeo partito nel 2008. Ma come posto da Walter Benjamin: “Può essere che le rivoluzioni siano l’atto col quale l’umanità che viaggia sul treno tira il freno d’emergenza”.


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