Di Umberto Marengo*   

Il 30 ottobre Unione europea e Canada hanno firmato un accordo bilaterale per lo sviluppo del commercio, il cosiddetto Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA). L’accordo prevede, tra gli elementi principali, l’abbattimento pressoché totale dei dazi doganali, la semplificazione delle garanzie per lavoratori e imprese che vogliono operare tra Europa e Canada e il reciproco riconoscimento di alcune qualifiche professionali. Nonostante sette anni di negoziazioni la firma non era per nulla scontata. L’accordo ha infatti aperto un duro dibattito politico su due questioni fondamentali: primo, è giusto continuare ad aprire i nostri mercati e, secondo, quale deve essere il controllo democratico su temi così controversi?

Nella percezione pubblica europea – complice un decennio di recessione – la liberalizzazione del commercio è avvertita come una minaccia alla sicurezza dello stile di vita attuale. L’opposizione ad accordi come il CETA, o il corrispettivo in negoziazione con gli Stati Uniti (il TTIP) è simbolicamente diventata la resistenza alla “globalizzazione delle élite e delle corporation”.

Si tratta di preoccupazioni giustificate? Accordi bilaterali come il CETA o il TTIP sono la risposta allo stallo delle negoziazioni multilaterali in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio dovuta l’inconciliabilità delle posizioni tra paesi sviluppati e paesi emergenti. L’apertura dei mercati ha offerto opportunità di crescita e export per le economie emergenti ma allo stesso tempo ha creato costi distributivi (vinti e vincitori) all’interno delle nostre società. A questo si aggiungono i costi politici. Globalizzazione significa interdipendenza e pertanto un qualche livello di condivisione delle regole e della sovranità, anche da parte di Europa e Nord America che erano tradizionalmente abituate dettare le regole del gioco.

Gli avversari del free trade non potevano tuttavia scegliere un obiettivo peggiore del CETA. Se il metro di successo di un accordo è la capacità di creare regole comuni per governare il commercio internazionale e la globalizzazione, l’accordo con il Canada è il caso di maggior successo dell’Unione europea. L’accordo prevede esplicitamente norme per la salvaguardia dei servizi pubblici, della salute, dei prodotti di origine geografica controllata, e per impedire il dumping ambientale. Europa e Canada mantengono intatto il diritto di regolare i loro mercati e il mutuo riconoscimento degli standard è limitato a quegli ambiti dove entrambe le parti considerano equivalenti i rispettivi livelli di protezione.

Il CETA è un esempio di come l’Europa può proiettare nel mondo il proprio modello di economia sociale e aperta. Come ogni negoziato anche il CETA crea vincitori e vinti e ha richiesto dei trade off, ovvero delle scelte politiche. A chi spettano queste scelte?

La politica commerciale è da sempre competenza esclusiva dell’Unione europea e pertanto queste scelte sono e dovrebbero restare di competenza del Consiglio e del Parlamento europeo. La Commissione ha invece deciso di considerare il CETA un accordo “misto” europeo e nazionale, chiedendo l’approvazione di ciascuno dei 28 parlamenti nazionali (e in alcuni casi anche regionali).

Questa decisione non democratizza la politica commerciale e rischia invece di distruggerla. In primo luogo, democrazia significa negoziazione e compromesso, non dare a tutti gli attori in gioco potere di veto. In secondo luogo, l’Europa ha bisogno di una voce unica e forte per difendere il proprio modello economico. In passato le divisioni nazionali europee potevano perfino essere un elemento di forza. Nel dopoguerra i nostri partner commerciali volevano accesso al mercato unico della Comunità europea e la regola dell’unanimità ha permesso di proteggere gli interessi di tutti gli Stati Membri. La situazione oggi si è ribaltata. È l’Europa a chiedere accesso ai mercati internazionali dei servizi e allo stesso tempo l’adozione di standard di protezione ambientale e della salute più costosi (o diversi) rispetto a quelli comunemente adottati. In questo contesto senza una voce unica e credibile l’Europa si condanna all’irrilevanza.

In conclusione, il processo di ratifica del CETA si preannuncia conflittuale ma è essenziale che arrivi in porto. Per molto tempo gli effetti politici e distributivi della globalizzazione sono stati minimizzati e ignorati. Per questo oggi il CETA è stato trasformato in una battaglia politica che ha poco a che vedere con gli effetti dell’accordo e segnala invece un problema molto più ampio, ovvero la difficoltà di riconciliare mercati aperti e preferenze democratiche nazionali.

Dopo la firma dei capi di governo e l’approvazione del Parlamento europeo l’accordo entrerà in vigore limitatamente alle parti di competenza europea. Per la piena ratifica sarà necessaria l’approvazione dei 28 parlamenti nazionali. Bloccare l’accordo di maggior successo della storia europea non porterebbe maggiore democrazia ma renderebbe invece impossibile per l’Europa continuare a promuovere nel mondo il proprio modello di economia aperta e, allo stesso tempo, sociale.

*Umberto Marengo è consulente manageriale e Associate fellow all’Istituto Affari Internazionali di Roma


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