L’emergenza sanitaria determinata dall’irruzione del Covid-19 costituisce, probabilmente, la più grave crisi che il mondo globale abbia conosciuto dal dopoguerra ad oggi, che spiegherà i suoi effetti a lungo ed in molti campi. Il timore fondato è di essere in presenza di un evento epocale, in grado di mutare la stessa dimensione antropologica e sociologica che ha connotato gli stili di vita delle società fino ad ora: un fatto storico, che impone risposte all’altezza dell’enormità dei problemi che introduce. Eppure, i termini del dibattito tra le Istituzioni comunitarie e le classi dirigenti dei singoli Stati sembrano assomigliare a quelli cui si assiste da diverso tempo. Le posizioni fin qui assunte appaiono abbastanza legate al contingente ed ispirate al pensiero dominante che ha caratterizzato la fase antecedente questa crisi.

Va, senza dubbio, dato atto alle Istituzioni europee di aver messo subito in campo alcune misure importanti per rispondere ad esigenze immediate, a conferma di quanto l’esistenza di Istituzioni autenticamente sovranazionali e comuni siano utili a garantire misure tempestive ed efficaci. Parallelamente, il Consiglio Europeo si è riunito senza riuscire a trovare un’intesa complessiva per un piano generale per affrontare la crisi economica. L’impressione è che, all’esito di estenuanti trattative, un accordo arriverà su strumenti in grado di comporre gli interessi contrapposti. Ma il metodo e la qualità delle scelte saranno più rilevanti degli stessi contenuti. Esse saranno ispirate da un significativo cambio di paradigma, da una più marcata spinta comunitaria, dentro un disegno più ampio, intriso di visione politica?

Scrivere la Storia dell’Europa o rimanere arroccati ad un pericoloso status quo

Ci si riferisce a quella stessa visione che portò, sulle macerie del secondo conflitto mondiale, alla nascita della CEE, della CECA e dell’Euratom, e che portò su altre macerie, quelle del Muro di Berlino, a varare la Moneta Unica, con una significativa rinuncia ad un pezzo di sovranità.

La pandemia pone l’Europa, il suo popolo e la sua classe dirigente di fronte ad un bivio: scrivere la Storia o rimanere arroccati ad un pericoloso status quo, che oggi comporterebbe un notevole arretramento, con il rischio concreto di un processo di disgregazione. Oppure, ci sarebbe un’ulteriore strada, l’uscita dall’Unione di alcuni Stati, che stavolta coinvolgerebbe non un Paese che al processo di integrazione ha partecipato mal volentieri, ma Paesi come l’Italia, che dell’Europa è un membro fondatore. A parere di chi scrive questo rappresenterebbe un salto nel buio non auspicabile neppure in tempi di crescita.

Sarebbe un errore lasciare tutto come è, immaginare che la strada da perseguire sia ancora quella del “funzionalismo”, tanto caro a Jean Monnet, che ha prodotto importanti risultati nei primi quarant’anni di vita dell’Unione ma che presenta gravi limiti da almeno un quindicennio.Negli anni Novanta i due successi simbolo dell’Unione, ossia l’introduzione della moneta unica e l’allargamento, non sono stati accompagnati e completati da una più approfondita integrazione, che prevedesse, da un lato, una politica fiscale comune e, dall’altro, una nuova strategia geopolitica verso l’Est. Nel 2008 e 2011, una grave crisi economica, ci ha consegnato una lezione durissima che in alcune cancellerie non è stata ancora metabolizzata compiutamente.

Un futuro complesso che necessita di Istituzioni solide

In queste settimane una delle personalità più autorevoli dell’economia mondiale, Mario Draghi, dalle colonne del Financial Times, ha offerto all’opinione pubblica un’analisi spietata quanto realistica circa le conseguenze dell’emergenza che sta aggredendo il mondo, evidenziando come essa colpisca in modo simmetrico e senza alcuna colpa per i Paesi. Il monito di Draghi contempla un futuro complesso, con una necessaria convivenza con debiti pubblici più elevati per sostenere famiglie ed apparati produttivi. Una prospettiva che chiaramente impone Istituzioni più forti e capaci di assumere decisioni politiche adeguate ai tempi, sottolineando altresì come «The cost of hesitation may be irreversible».

Un impegno di proporzioni colossali, in grado di riscrivere i contenuti delle categorie politiche, culturali e sociali che abbiamo imparato a declinare nell’ultimo secolo, retto da un virtuoso compromesso tra stato sociale e democrazie liberali. Per i Paesi europei la dimensione dell’iniziativa non può che essere quella comunitaria ed indirizzarsi verso due priorità decisive: una più forte legittimazione democratica dei processi istituzionali ed un coraggioso e deciso passo in avanti verso una più avanzata integrazione europea, che contempli anche un’ulteriore cessione di sovranità.

I due obiettivi dovranno essere perseguiti di pari passo: quanta più sovranità si “cederà” all’Unione, tanto più potere di controllo andrà conferito ai cittadini. Fino a qualche mese fa, il processo di completa riscrittura delle coordinate geopolitiche in atto rendeva non più pensabile che le politiche di difesa, le politiche di accoglienza, le politiche fiscali, le politiche ambientali potessero restare negli angusti perimetri statali. Oggi tale orizzonte di impegno, più che ideale, risulta necessario.

Nei prossimi giorni, il sentiero tra il salto di qualità o la precipitazione verso il baratro è strettissimo, percorribile solo da una politica alta, in grado di cambiare i destini dell’uomo. Tra qualche tempo l’emergenza virale che angoscia i cittadini del mondo sarà alle nostre spalle, ma non lo saranno i suoi effetti. Altre emergenze potrebbero arrivare nel in futuro e rischiare di sconvolgere le vite delle persone. Sarebbe quindi il caso di creare più robusti ripari, attraverso la costruzione di dimensioni politiche, anche spaziali, all’altezza dell’impresa. Per quello che riguarda noi cittadini europei, questo passa per la definitiva ed irreversibile scelta di rafforzamento di quel soggetto grazie al quale, fino ad ora, milioni di persone hanno conosciuto la più significativa espansione della tutela e del riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali. 


Giovanni Matteo Centore

Nato a Napoli, cresce a Maddaloni, in provincia di Caserta. Laureato in Giurisprudenza ed abilitato alla professione di avvocato, si perfeziona in Diritto dell’Unione Europea e Tutela dei Diritti. Nel tempo, sviluppa un crescente interesse per la politica internazionale e la rende centro di una nuova esperienza accademica, laureandosi in Relazioni Internazionali. E', in questa fase, Dottorando di Ricerca in "Internazionalizzazione dei sistemi giuridici e diritti fondamentali". Appassionato di politica già al Liceo, matura varie esperienze nel PPI, nella Margherita e nel Partito Democratico, dove è impegnato sin dalla fondazione. E’ membro fondatore di MondoDem.

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