Lotta al terrorismo transnazionale: verso un codice penale minimo?

di Gabriele Suffia

Gli attacchi terroristici che si sono verificati in Europa almeno a partire dal 2004 (Madrid), ma che hanno acquisito una precisa connotazione geopolitica e un modus operandi più definito a partire dal 2015 (Parigi), hanno richiamato l’attenzione sul livello delle protezioni comuni che l’Unione Europea è in grado di offrire. Bersaglio degli attacchi sono state le città-globali del nuovo millennio, che superano i confini tra gli Stati e sono tra loro molto più simili di quanto non lo siano con il resto dello Stato in cui si trovano. Questo fatto, unito a un problema di porosità dei confini statuali, ha sollevato il grande tema della “competenza” di uno Stato a reprimere questa particolare fattispecie (l’esempio del terrorismo è paradigmatico, ma il Codice potrebbe essere allargato anche ad altre tipologie di reato).

Mentre da più parti si è invocata una maggior collaborazione dei Servizi di informazione e sicurezza dei vari Paesi, una loro unione a formare quelli che sono stati giornalisticamente definiti come “servizi segreti europei” non è ad oggi possibile. Oggi, la collaborazione tra di essi può infatti avvenire soltanto su base occasionale e per “task forces”, mancando sia una comune politica estera dell’Unione, sia una armonizzazione tra i vari Stati del diritto penale sostanziale e processuale. Non avere un Codice penale e di procedura penale comune e condiviso rappresenta un freno alla possibilità di una maggiore integrazione europea, oltre che costituire una vulnerabilità in tema di sicurezza.

Il Parlamento Europeo potrebbe, e dovrebbe, farsi promotore di una simile istanza con la legittimazione politica di un voto in aula. Gli spunti iniziali dovrebbero riguardare la definizione di uno scarno numero di principi e di linee guida, per armonizzare la propria presenza con tutte le legislazioni statali che continueranno a esistere e a essere applicate in tutte le materie (inizialmente tante, il maggior numero) che non saranno esplicitamente oggetto del Codice Penale Minimo.

Nel medio-lungo termine, l’introduzione di un simile codice porterà ad avere un identico schema descrittivo della fattispecie, con identiche previsioni definitorie e normative (il concetto di “terrorismo”; la persona del “terrorista”; le condotte per cui si configura la fattispecie). In ragione di queste, è evidente, tutti i servizi di Intelligence e di Polizia si attiveranno per una efficace raccolta informativa, già armonizzata by default, con una sinergia più stretta dell’attuale.

Non solo. A fronte di queste prime e immediate armonizzazioni, sarà necessario ridiscutere tutto l’impianto del procedimento penale che segua all’accusa di “terrorismo” mossa nei confronti di uno o più soggetti. Si pensi alle norme processuali che regolano:

  • il diritto di difesa in senso lato;
  • la possibilità di avere accesso agli atti di indagine;
  • la possibilità di presentare memorie e scritti difensivi;
  • la possibilità di svolgere indagini difensive;
  • l’accesso agli atti in una lingua che sia compresa dall’imputato;
  • il diritto di uno Stato di poter chiedere l’estradizione di un imputato;
  • et cetera

Un nucleo centrale dovrebbe riguardare l’onere della prova, il segreto istruttorio e la possibilità che informazioni sensibili non vengano divulgate nel corso di indagini e fasi processuali fuori da regole comuni e condivise. L’Italia ha, al riguardo, standard di riservatezza del segreto istruttorio che non sono compatibili con sistemi più fragili di altri Paesi.

Il Codice andrebbe a istituire un nuovo processo (o comunque un “nuovo rito”), che dovrebbe poter essere applicato in tutti i sistemi giudiziari dell’Unione Europea senza la creazione di nuovi tribunali, o tribunali ad hoc. Il procedimento si potrebbe incardinare nel luogo in cui è avvenuto l’attentato (ad esempio, nella sede in cui convergono i procedimenti di secondo grado), o in altra sede che sarà determinata dalle norme, regolando la composizione del collegio giudicante “europeo”, cioè con magistrati provenienti da differenti Paesi europei. Comune dovrebbe essere anche la disciplina riguardo la detenzione e la fase post-giudicato del procedimento penale. Se, come è evidente, sarà in definitiva uno Stato a farsi carico di “ospitare il procedimento”, attivando le proprie Procure e Forze dell’ordine e le proprie carceri, sicuramente sarà in un contesto condiviso e con una auspicabile collaborazione anche una volta esaurita l’ondata emotiva dell’attentato in sé.

Sono da mutuare tutte le norme e le prassi maturate in ambito CGUE e CEDU, per quanto compatibili, nonché da esperienze analoghe o differenti già in uso in altri contesti. Anche programmato con un orizzonte temporale più ampio, un coordinamento tra le disposizioni penali degli Stati europei rappresenta una risposta concreta (e non temporanea o di facciata) per far fronte ai problemi di sicurezza comune che l’Italia, all’interno dell’Unione europea, è chiamata ad affrontare.

 

Gabriele Suffia

Studente del Master in Geopolitica e sicurezza globale dell’Università La Sapienza – Roma

Cultore della materia di informatica giuridica presso l’Università degli Studi di Milano

Circolo ACLI Geopolitico

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