Donald Trump sarà il 45º presidente degli Stati Uniti d’America. Si tratta di una cattiva notizia per l’Europa? Dipende. Più da quello che farà Trump durante il suo mandato – i suoi orientamenti politici sono ancora incerti – dipenderà molto da come l’Unione europea e i governi dei suoi Stati membri decideranno di affrontare alcune dinamiche già presenti da tempo sul tavolo delle relazioni transatlantiche e all’interno dei propri confini, dinamiche che il nuovo presidente americano potrebbe più che altro accelerare.

Il punto su quale c’è più certezza è quello economico, nello specifico sulle sorti del Partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip), l’accordo di libero scambio tra Ue ed Usa le cui negoziazioni sono oggi a un punto morto a causa di forti divergenze tra le parti. Durante la campagna elettorale Trump si è dichiarato contrario al Ttip, potenzialmente rischioso – secondo lui – per i posti di lavoro dei cittadini americani, in particolare di quegli “sconfitti della globalizzazione” che lo scorso 8 novembre lo hanno inaspettatamente votato proprio negli Stati dove gli effetti della delocalizzazione industriale e delle importazioni a basso costo si sono fatti più sentire. Su queste premesse, la possibilità che le negoziazioni del Ttip possano conoscere un rilancio nei prossimi anni è definitivamente sfumata.

Maggiori incertezze sembrano esserci in politica estera, la cui ricetta dell’attuale presidente in pectore potrebbe rivelarsi un mix di isolazionismo vecchio stampo e realismo modellato sull’attitudine da spregiudicato businessman di successo che si è ritagliato addosso negli anni. La visione di Trump sembra essere guidata dal solo interesse nazionale, da ricercarsi attraverso un disinteresse per ciò che succede in altri regioni del mondo o tramite accordi con chiunque possa rivelarsi utile al raggiungimento di un “guadagno” politico (bad guys come Russia o Egitto compresi).

Per l’Europa ciò comporterebbe in primis delle implicazioni nel settore della sicurezza e della difesa. La Nato è stata per quasi tutti i presidenti americani il pilastro principale delle relazioni transatlantiche, per Trump è invece un’alleanza fuori tempo massimo colpevole di far spendere troppi soldi agli Stati Uniti. Una silenziosa ritirata degli americani dall’organizzazione e dall’altra sponda dell’Atlantico creerebbe non pochi problemi ai paesi europei, rivelatisi fino a oggi incapaci di svolgere autonomamente diversi compiti legati alla propria difesa e sicurezza. Per l’Ue un tale scenario potrebbe diventare tuttavia un’opportunità. In vista di un alleato americano sempre più stufo di sostenere i costi della sicurezza europea – la presidenza Obama su questo punto era stata chiara – l’occasione offerta dalle future scelte di Trump unite all’attivismo delle istituzioni europee e di alcuni Stati membri (tra i quali l’Italia è in prima fila) potrebbe dar vita a significativi e positivi sviluppi per le strutture della sicurezza e difesa dell’Unione.

A livello diplomatico, i dossier che interessano direttamente o indirettamente l’Ue non sono pochi. Relazioni con la Russia, guerra in Siria, accordo sul nucleare con l’Iran, e accordo sul clima i più importanti. Difficile prevedere se dal flirt elettorale di Trump per Putin nascerà qualcosa di concreto, ma ipotizzando la minore importanza che il prossimo presidente americano potrebbe dare alla questione Ucraina e alle pressioni anti-Mosca provenienti dai paesi dell’Europa orientale, oltre che da un tacito consenso all’attivismo russo in Siria, l’amore potrebbe anche sbocciare. Un amore di comodo, basato su freddi interessi comuni quali lotta al terrorismo e il contenimento della Cina, ma pur sempre una relazione. Il caso iraniano è forse quello più delicato. L’accordo raggiunto con Teheran è stato un successo di cui l’Ue si è presa parte dei meriti. Trump sull’accordo si è però detto più che scettico. Escludendo un rigetto plateale del trattato, che porterebbero gli Usa a inutili tensioni diplomatiche con l’Ue e la Russia, non è da escludere il rischio che l’accordo conosca una lenta agonia causata dalle resistenze del governo americano. Per quanto riguarda l’accordo sul clima siglato a Parigi circa un anno fa, e già entrato in vigore con l’obiettivo di ridurre ulteriormente le emissioni di gas serra, le posizioni negazioniste di Trump in merito al riscaldamento globale (per il quale si tratterebbe di un “imbroglio cinese teso a svantaggiare l’industria americana”) non lasciano intravedere nulla di buono per il futuro dell’intero pianeta.

In tutti i casi sopracitati, l’Europa sarà chiamata a difendere le sue scelte mettendo in azione tutti gli strumenti diplomatici che possiede. In un’Ue divisa su tutto, a partire dagli interessi, ciò potrebbe risultare difficile a dirsi ancor prima che a farsi.

Ed è proprio sulla coesione interna dell’Ue che potrebbero manifestarsi gli effetti più pericolosi della presidenza Trump. A festeggiare la sua elezione si sono difatti ritrovati capi di governo come Viktor Orbán e Theresa May insieme a politici come Marine Le Pen e Matteo Salvini, tutte personalità politiche accumunate da un più o meno profondo euroscetticismo. In vista  delle elezioni presidenziali francesi e di quelle federali tedesche che si terranno il prossimo anno, la storica vittoria di un candidato populista, antisistema, e anti-immigrazione, rischia di generare un endorsment politico senza precedenti per tutti i partiti nazionalisti desiderosi di far tornare indietro il processo d’integrazione. Processo al quale, da ora in avanti, mancherà oltremodo l’esplicito sostegno politico statunitense che Obama aveva più volte assicurato.

Insomma, quanto paura deve avere l’Ue di “The Donald”? Poca, poiché la causa di problemi che la nuova presidenza potrebbe creargli hanno origine all’interno della stessa Unione, come le possibili soluzioni. Quanto consapevolezza deve avere l’Ue di questo? Molta, perché l’Ue e i suoi Stati membri potrebbero diventare i peggiori nemici di se stessi, con o senza Trump.


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