A poco più di tre mesi dal referendum che ha sancito la vittoria della Brexit, molta confusione continua a imperare nel Regno Unito. Le modalità con cui avverrà il distacco dell’Inghilterra dall’Unione Europea (UE) rimangono infatti ancora molto vaghe, svelando con prepotenza una grande contraddizione del nostro tempo: navigare in solitaria le turbolente acque della globalizzazione non rende pienamente sovrani, né consente di meglio proteggere le categorie sociali che sono state maggiormente emarginate dalla globalizzazione stessa.

La premier Tory, Theresa May ha annunciato il 2 ottobre che l’Articolo 50 del Trattato sull’UE – quello che prevede il recesso volontario e unilaterale di uno dei paesi membri – sarà invocato alla fine di marzo 2017. L’obiettivo è di concludere le negoziazioni con Bruxelles entro marzo 2019 e prima delle prossime elezioni legislative previste per il 2020.

La classe politica del Regno Unito non ha tuttavia ancora preso delle precise posizioni sulla struttura su cui si costruirà la Brexit. Nel frattempo, fra questa incertezza generale, il 7 ottobre la sterlina britannica si è significativamente deprezzata sui mercati internazionali, cosa che in molti esperti – a cominciare dal noto opinionista del Financial Times Martin Wolf[1] – hanno interpretato come un evidente segno di scetticismo circa la chiarezza degli obiettivi del governo May e di sfiducia per il futuro dell’economia inglese.

Da una parte, l’esito del referendum del 23 giugno 2016 ha palesato un diffuso e acuto malcontento nei confronti della libera circolazione degli individui e dei flussi migratori di cui il Paese è stato protagonista negli ultimi decenni. Sia Theresa May sia il Labour Party devono fare i conti con la questioni migratorie per contenere l’escalation populista e garantirsi il consenso di quanti ritengono che rifugiati e immigrati economici extra- e intra-europei siano la causa prima del peggioramento delle loro condizioni sociali.

Dall’altra parte, il pieno controllo sui flussi migratori si potrebbe ottenere soltanto attraverso uno scenario di hard Brexit, in cui l’uscita dalla UE comporterebbe l’abbandono delle istituzioni europee ma anche del mercato unico, con tutti i benefici in termini di rapporti preferenziali e assenza di barriere tariffarie e non. Un aspetto non trascurabile per un’economia in cui il 53% delle importazioni proviene da Paesi UE e il 44% delle esportazioni è diretto verso gli stessi.

L’uscita dal mercato unico potrebbe con grande probabilità aumentare i costi dei prodotti importati (come conseguenza della reintroduzione di dazi e del deprezzamento della sterlina rispetto all’euro) – prodotti per cui un’economia marcatamente deindustrializzata come quella britannica (fatta eccezione per alcuni settori d’eccellenza e high-tech) è largamente dipendente.

Il deprezzamento della sterlina difficilmente riuscirebbe a compensare questo scossone sul lato delle importazioni. Le esportazioni britanniche sono largamente basate su servizi (circa il 35% dell’export dei servizi è diretto verso la EU) e, più precisamente, su servizi di tipo finanziario (un terzo dei servizi finanziari esportati).  Tuttavia sono proprio i servizi – in particolare quelli connessi alle big companies internazionali – e la finanza ad avere espresso maggiore preoccupazione per gli esiti delle negoziazioni della Brexit, precisando che la loro presenza nel Regno Unito è legata a doppio filo ai vantaggi economici che derivano dall’appartenenza del Paese al mercato unico. Il considerevole deprezzamento della sterlina degli ultimi giorni – il valore più basso dal 1985 – non ha dunque aperto una finestra di opportunità per l’export britannico, ma ha piuttosto portato alla luce le debolezze dell’economia del Regno Unito, soprattutto la sua dipendenza dalle importazioni estere e dai capitali stranieri. Una dipendenza che rischia di acuirsi qualora lo scenario hard Brexit prevalga, come la reazione dei mercati degli ultimi giorni pare proprio suggerire. Inutile dire che a farne le spese della crisi che si profila all’orizzonte saranno indubbiamente le categorie più fragili e emarginate del tessuto sociale britannico, in buona sostanza coloro che hanno votato a favore della Brexit per il contenimento dei flussi migratori e dei fenomeni legati alla globalizzazione.

La classe politica inglese si trova dunque di fronte al paradosso che in molti hanno voluto ignorare durante la campagna referendaria. In un mondo globalizzato – a cominciare dalla libera circolazione dei capitali – l’uscita dalla UE non restituisce sovranità, bensì il contrario. Nel tentativo di assecondare le pulsioni xenofobe che si sono coagulate sul voto per la Brexit non si è debitamente considerato che questa avrebbe privato il Regno Unito di una serie di condizioni economiche preferenziali, difficilmente rinegoziabili nel breve periodo (come ben illustrato da un articolo dell’Economist[2]), esponendo l’economia britannica a dinamiche che andranno a svantaggio dei più emarginati e dei salari medio-bassi (elemento spesso sottovalutato dai sostenitori della “Brexit da sinistra”, la cosiddetta Leftix).

Considerate le condizioni attuali, è fondamentale orientarsi verso uno scenario di soft Brexit, negoziando con chiarezza strategica uno status che continui a garantire la presenza del Regno Unito nel mercato unico senza timore di accettare concessioni legate alla mobilità intra-europea – come avviene per esempio nel caso di Norvegia e Svizzera – o ad altre, rilevanti, questioni.

La risposta al voto referendario non passa per una rincorsa a tensioni populiste a fini elettorali, bensì a una precisa (ri-)presa di coscienza dell’importanza che la globalizzazione si deve governare bene, ma ciò può avvenire solo rigettando l’illusione che da soli si è sovrani, perché la piena sovranità dei cittadini europei è possibile solo all’interno di un progetto politico condiviso.

[1] https://www.ft.com/content/939c7ed0-8e32-11e6-a72e-b428cb934b78
[2] http://www.economist.com/news/britain/21708264-theresa-may-fires-starting-gun-what-looks-likely-be-hard-brexit-taking-britain-out

Clara Capelli

Economista dello sviluppo, esperta di Medio Oriente e Nord Africa (MENA), in particolare di questioni legate all’economia informale e al commercio internazionale. Attualmente basata a Tunisi dove lavora come consulente, si è dottorata presso l’Università di Pavia con una tesi quantitativa sul rapporto tra struttura produttiva e disoccupazione nella regione MENA. Ha esperienze di ricerca e insegnamento in Libano (Lebanese American University, dove è stata visiting PhD candidate) e Cisgiordania.

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