All’indomani dell’elezione della nuova leadership dell’SPD sorgono molti dubbi su dove la politica estera tedesca andrà nei prossimi mesi.

Le diatribe sulla porzione “social” di socialdemocrazia sono un evergreen di tutta la sinistra europea, ma lo sono in particolare per uno dei pochi partiti sopravvissuto a due cambi di secolo, due guerre mondiali, una dittatura totalitaria e tre costituzioni. Molti Genossen (il termine tedesco per “compagni” che nessuno spasmo ideologico ha saputo scardinare) commentano la possibilità che il partito abbandoni il governo di coalizione di Angela Merkel come un’occasione per rafforzare il proprio profilo politico, certo, ma anche come una rottura nei confronti di quella tradizione di responsabilità che può avere solo un partito più vecchio della repubblica federale stessa.

In questo clima di incertezza il discorso del ministro degli esteri Heiko Maas sulla politica estera socialdemocratica è forse il miglior indicatore di cosa agiti Berlino in questo momento. Non poteva esserci miglior palco che la Friedrich-Ebert-Stiftung, la grande fondazione di ricerca dell’SPD e intitolata al primo presidente della Repubblica di Weimar. Pensava a lui Maas mentre guardava la folla internazionale raccolta a pochi passi dal Tiergarten? Alla dolorosa decisione allearsi con l’esercito guglielmino per reprimere le insurrezioni comuniste pur di salvare la neonata repubblica dall’oblio? Probabilmente no. L’imperativo di prendersi le proprie responsabilità oggi agita l’SPD e la Germania in maniera molto differente, a partire dalle ultime elezioni. La minaccia della Cina, l’imprevedibilità Trumpiana e lo sberleffo russo nei confronti dell’ordine liberale basterebbero già a mettere qualsiasi governo sotto pressione.

E poi c’è Macron. Le dichiarazioni sulla NATO, il veto sul processo di ammissione di Albania e Macedonia del Nord all’UE, le aperture a Mosca senza consultare gli alleati: tutto ciò sta mettendo a dura prova quel tandem franco-tedesco che molti speravano potesse essere ravvivato da un presidente energico e una Germania sempre più preoccupata dal declino delle istituzioni multilaterali. La think-tanker berlinese Claudia Major, nello stesso numero dell’Economist sulla “morte cerebrale” della NATO, ha osservato che “We constantly feel like the French want something from us, and that it is so annoying”.

Il discorso del 28 novembre è la summa delle politiche che Berlino ha la capacità di intraprendere, e proprio per questo si contraddistingue per un certo pragmatismo. Fin da subito, il ministro ha ribadito il commitment tedesco nei confronti dell’Europa dell’Est, mostrandosi più morbido sulle violazioni della rule of law rispetto ai toni perentori di Bruxelles. Anche il rifiuto esplicito di un’Europa a due velocità, lo spauracchio per molti paesi dell’Est spaventati dall’idea di diventare membri di serie B, può essere letto in questo modo. Meno incoraggiante è l’intenzione di spingere per degli standard lavorativi minimi paneuropei, osteggiati da molti perché a rischio di compromettere la competitività dei bassi salari a est dell’Oder. C’è anche da chiedersi come verrà percepita, nonostante la difesa a spada tratta della NATO, l’assenza di critiche degne di nota nei confronti della Russia, controbilanciata invece da critiche più insistenti alla Cina e agli Stati Uniti, considerati partner di rilievo soprattutto in Polonia e Ungheria

“La politica estera tedesca non può essere dirompente. Non può trattarsi di una competizione fra idee, bensì la capacità di tenere le cose assieme – l’UE, le Nazioni Uniti, i trattati internazionali”. 

Heiko Maas

Il vero cavallo di battaglia di Maas è però “l’alleanza dei multilateralisti”, un insieme di paesi votati a salvare la cooperazione internazionale dal collasso. Rivendicando i primi successi nelle negoziazioni per limitare l’uso bellico dell’intelligenza artificiale, non sono mancati attacchi molto poco velati a Macron e delle sue dichiarazioni shock. “La politica estera tedesca non può essere dirompente [disruptiv]. Non può trattarsi di una competizione fra idee, bensì la capacità di tenere le cose assieme – l’UE, le Nazioni Uniti, i trattati internazionali”. 

Questa enfasi sulla costruzione di nuove capacità, sul dialogo e sulla cooperazione riflette in fondo una combinazione di fattori differenti. C’è, certamente, la necessità per un paese esportatore come la Germania di preoccuparsi della stabilità globale, quindi di voler evitare di versare altra benzina sui numerosi fuochi che divampano in giro per il mondo. Esiste indubbiamente anche la volontà di offrire un paradigma internazionale alternativo a quello francese, non sempre apprezzato nelle istituzioni comunitarie e in Europa orientale. Tuttavia, bisogna anche ricordare che una leadership internazionale più decisa sarebbe in ogni caso limitata dai giochi di potere all’interno dei partiti politici federali. Solo il mese scorso Annegret Kramp-Karrenbauer, segretaria della CDU e ministro della difesa, aveva proposto lo schieramento di una forza di peacekeeping nel nord della Siria a protezione dei curdi. La mossa è stata interpretata da alcuni come un tentativo di rafforzare il proprio profilo securitario a discapito dei suoi rivali all’interno del partito.  Che il ministero degli esteri non fosse stato informato ha tuttavia causato parecchie perplessità, superate solo dall’imbarazzo provocato dalla liquidazione dell’iniziativa da parte di Maas durante un summit ad Ankara.

È difficile non leggere nel dogma della moderazione come un tentativo di far di necessità virtù, richiamandosi ai soliti miti della responsabilità socialdemocratica (parola d’ordine Ostpolitik, d’obbligo nella retorica politica tedesca). Se tuttavia allarghiamo lo sguardo a ciò che sta succedendo altrove non possono che sorgere dubbi su quanto un approccio cosi limitato possa essere utile.

La vittoria del tandem di sinistra Esken/Walter-Borjans difficilmente attenuerà la lotta all’interno al partito, anzi. L’ipotizzato rimpasto di governo, una rinegoziazione del contratto di governo o addirittura il ritiro dei ministri potrebbero aumentare le frizioni fra correnti anche su questioni di politica estera. È scontato che anche nei rapporti con la CDU si intensifichi il fuoco incrociato fra ministri: nonostante il successo dell’ultimo congresso, Kramp-Karrenbauer ancora rischia ammutinamenti nel proprio partito. Anche qui, temi di politica estera e di sicurezza spesso rappresentano scuse per regolamenti di conti interni, come è stato il tentativo di alcuni membri del partito di scavalcare la posizione moderata della segretaria sul coinvolgimento di Huawei nella rete 5G tedesca.

Per quanto la politicizzazione di questi temi possa essere positiva in una società democratica, per ora in Germania ciò sembra aver prodotto solo una leadership disunita e consumata da conflitti interni.

Nel bene e nel male, politici più radicali al di là della manica e dell’oceano hanno sfruttato il malessere internazionale per lanciare spunti di riflessione su una politica estera fondata sulla lotta alla cleptocrazia e all’ingiustizia economica globale. Ma all’apertura di una conferenza incentrata su un modello diverso di politica estera ci si sarebbe potuto legittimamente aspettare una visione più ambiziosa che il tentativo di difendere lo status quo. Perché il cambiamento sia inconciliabile con una politica responsabile, non è chiaro.


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