Idlib non cambierà nulla. C’è una scena memorabile del film Team America – una delle più grandi perle del cinema comico a stelle e strisce – che riassume ciò che accadrà e che sta già accadendo: un pupazzo con le fattezze dell’allora capo degli ispettori Hans Blix minaccia Kim Jong Il di lasciarlo accedere ai suoi siti nucleari sospetti altrimenti “ci arrabbieremo molto. E vi manderemo una lettera dove vi spieghiamo quanto siamo arrabbiati!”. Questo è grosso modo il dialogo che si sta dispiegando fra Unione Europea e regime siriano. Solo l’Unione Europea, anche se coloro che già son al lavoro per trovare cospirazioni alternative usano ancora l’etichetta “Occidente” per parlare di una unita patria in senso lato di ogni male del mondo. Ma dentro il malconcio Occidente liberale ormai le divisioni sono nette e l’Atlantico è sempre più oceanico. In una notevole acrobazia retorica degna del miglior piazzista d’America l’amministrazione Trump ha sottolineato per bocca della propria ambasciatrice alle Nazioni Unite che certo, Assad è un criminale, ma rimane comunque un partner imprescindibile. Mentre poche ore dopo lo stesso presidente ha tenuto a precisare che comunque è tutta colpa dell’amministrazione precedente. Capitolo chiuso.
Rimane quindi solo l’Unione Europea, appunto. Una Unione Europea dall’apparenza insolitamente unita a sostegno delle parole dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, ma che in modo altrettanto unito sa che a quelle parole non seguirà alcun fatto. C’è una Gran Bretagna alle prese con le ferite della Brexit, una Francia alle prese con uno degli appuntamenti elettorali più delicati della sua storia, e una Germania che si prepara alle proprie di elezioni ripiegata sui temi interni ed europei. Senza contare il fatto che senza un appoggio americano nessun vero intervento militare europeo è logisticamente possibile. Una Unione Europea che ruggisce appollaiata in un angolo, priva di zanne e artigli.
Ma Idlib – anzi, per la precisione Khan Sheikhoun – non cambierà nulla non solo perché coloro che si indignano oggi non hanno nessuna vera volontà e potere per fare alcunché. Idlib non cambierà nulla, soprattutto, perché molto presto Idlib non sarà mai accaduta. La macchina del dubbio si è già messa in moto. Ma sono vere quelle immagini? Chi può testimoniarlo davvero? Chi volava DAVVERO da quella parti? Gli aerei siriani possono davvero trasportare armi chimiche? Chi ha davvero interesse? E soprattutto: Perché ora?
Naturalmente il fatto che testimoni locali e internazionali di diverse organizzazioni non-governative confermino l’attacco venuto da un cielo solcato solo da aerei siriani e russi non conta granché. Sono tutti chiaramente condizionati dalla loro chiara antipatia per il regime, peraltro inspiegabile per gente sotto bombardamenti a tappeto da anni. Queste testimonianze contarono poco già nel 2013, quando nel giro di poche settimane la strage di Ghouta venne presto smontata e avvolta da ogni genere di cospirazione capital-pluto-massonica. Questa volta basteranno 24 ore.
No Idlib, come Ghouta, e altre che probabilmente seguiranno, non cambieranno nulla. E forse qualcuno, fra qualche anno, dirà che in fondo è stata un bene. In fondo anche Hiroshima accorciò la guerra e risparmiò milioni di vite umane, giusto? Il regime, come gli americani nel ’45, sta vincendo ma è molto lontano dalla vittoria completa. Come nel 2013 le sue forze sono in overstreaching. Abbastanza – grazie ai rinforzi russi e iraniani – per mettere la parola fine a ogni velleità di vittoria dell’opposizione ma non abbastanza per coprire tutti i fronti e riconquistare l’intero paese. Serve una terapia d’urto, qualcosa alzi il livello dello scontro oltre i limiti accettabili dalla maggior parte degli oppositori. In più oggi, al contrario del 2013, non esistono più linee rosse e reazioni da provocare. Al Consiglio di Sicurezza -simbolicamente convocato per volontà della più debole presidenza della storia francese – oltre al veto russo e cinese a ogni azione contro Assad questa volta potrebbe aggiungersi perfino quello americano.
No, dobbiamo abituarci alle Ghouta e alle Idlib. Sono un prezzo del nuovo mondo multipolare e sempre più illiberale. Ma non c’è bisogno di disperarsi, almeno non da questa parte del Mediterraneo. Qua siamo fortunati. Qua possiamo perfino decidere di credere che non sono mai avvenute.


Eugenio Dacrema

Milanese (Gratosoglio) classe 1983. Laureato a Pavia e contro-laureato a Bologna, oggi è dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento. La sua ricerca verte su radicalizzazione, cambiamenti socioeconomici e tutta una serie di comportamenti umani cui crede di poter applicare teorie dei giochi usate in biologia per studiare micro-organismi privi di encefalo. È ricercatore associato dell’ISPI di Milano e dell’Università Americana di Beirut e scrive per numerose testate tra cui Corriere della Sera, Il Foglio e East. Da qualche anno colleziona involontariamente capitali levantine, e dopo Damasco ora vive tra Beirut e Amman. Parla inglese e arabo, e millanta una conoscenza del tedesco che i più rifiutano di confermare. E’ vice-presidente di MondoDem.

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