Dopo un intenso negoziato, alti e bassi, e aver quasi sfiorato la “morte istituzionale”, l’OPEC ha trovato un accordo per il taglio della produzione di greggio per 1,2 milioni di barili al giorno. Un taglio temporaneo, che dovrebbe entrare in vigore a Gennaio e durare per sei mesi.

L’ accordo è stato spinto soprattutto dall’ Arabia Saudita, la quale aveva determinato il ribasso nel 2014, rifiutando di tagliare la produzione nonostante la domanda di greggio fosse crollata a livello globale, e l’offerta aumentata per l’entrata sul mercato dello shale oil dal Nord America. Il rifiuto allora era stato ricondotto a ragioni economiche, tagliare la produzione avrebbe significato perdere fette di mercato a favore dello shale, e geopolitiche, poiché i prezzi bassi avrebbero colpito l’arcirivale iraniano e il competitor geopolitico russo. La strategia però si è dimostrata fallimentare, poiché i produttori del costoso shale hanno resistito all’ondata di prezzi bassi, mentre Russia e Iran sono riusciti a portare avanti le avventure geopolitiche nonostante le pressioni finanziarie.

Nel frattempo la strategia di politica economica saudita Vision 2030, un ambizioso piano di investimenti nell’economia non-oil, su cui si gioca molta della credibilità del Vice Principe Ereditario Mohammad bin Salman fatica ad ingranare e sembra necessitare di un’infusione di contanti. Nel frattempo Riyad ha accumulato un deficit tra i più alti di sempre. Insomma quella che era una strategia d’attacco di Riyad ha finito per scatenare un piano di auto-difesa. La ripartizione delle quote dimostra questo fallimento. Riyad dovrà farsi carico del maggior taglio della produzione – circa 500 mila barili al giorno. La riduzione chiesta all’Iran, invece, è simbolica, e si tratta più che altro di un congelamento. Ed in ogni caso, vista la lentezza con cui si muove l’implementazione dell’accordo sul nucleare, che a sua volta ingolfa gli investimenti verso il paese, quanto maggiore poteva essere la capacità di produzione iraniana?

L’efficacia dell’accordo sarà misurata dall’entità del rialzo dei prezzi previsto per i prossimi mesi: l’annuncio è stato sufficiente a provocare un rialzo dei prezzi del 9%, ma il vero obiettivo, per i sauditi, sarebbe sfondare la soglia dei 65 dollari al barile. Le speranze sono tutte su Gennaio quando l’accordo dovrebbe essere del tutto implementato.

Dovrebbe, perché, a dirla tutta, le incognite non mancano. La principale incognita è costituita dalla Russia, che, secondo l’accordo, dovrebbe tagliare circa 300,000 barili al giorno. La Russia, paese non membro dell’OPEC, ha dichiarato un appoggio condizionale all’accordo, con una voluta ambiguità. Una delle condizioni russe sarebbe ricevere sufficienti garanzie sulla volontà e capacità saudita di mantenere la coesione dell’OPEC sui termini dell’intesa. I sauditi sembrerebbero fortemente intenzionati a garantire il successo dell’accordo, ma la tentazione per altri paesi di pompare più greggio nel mercato rimane forte. Molti paesi produttori avrebbero ragioni per voler approfittare di prezzi migliori. Il Venezuela è al collasso, la Libia e l’Iraq fanno affidamento sui proventi dell’industria energetica per la ricostruzione di interi pezzi dei loro paesi. La stessa Russia è impegnata in costose operazioni militari e avventure geopolitiche in Medio Oriente. Il caso russo è particolarmente problematico poiché il fatto che la maggior parte della commercializzazione avvenga tramite oleodotti e non per via marittima, rende più difficile verificare che gli accordi vengano rispettati. La seconda incognita è relativa al ritorno sul mercato di una parte della produzione shale degli Stati Uniti mantenuta dormiente dal calo dei prezzi. Se l’offerta energetica statunitense dovesse risvegliarsi, magari sostenuta da un nuovo governo a cui sono cari gli interessi dell’industria energetica americana, questo metterà di fatto un tetto ai prezzi del petrolio. I sauditi avranno perso quote di mercato senza giungere ad un prezzo soddisfacente. Ebbene quest’accordo avrà pure rianimato l’OPEC, ma per quanto sarà in grado di tenerla in vita, resta tutto da vedere.


Cinzia Bianco

Analista e ricercatrice specializzata sul Medio Oriente e in particolare sui paesi arabi del Golfo Persico. Formatasi in Middle East and Mediterranean Studies al King’s College di Londra, ha successivamente lavorato come Research Fellow all’Istituto Affari Internazionali per il progetto della Commissione Europea “Sharaka” trascorrendo sei mesi in Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Oman. Collabora regolarmente con la rivista Limes in Italia e fa consulenza con la statunitense Gulf State Analytics. Attualmente è Dottoranda di Ricerca in Middle East Politics and Gulf Security presso l’Università di Exeter, UK. Su twitter è @Cinzia_Bianco.

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