Contributo di Giovanni Pignatiello

Missione

  • Beirut, 7 – 13 luglio 2015
  • Campo rifugiati di Shatila, Beirut, 11 luglio 2015
  • Informal Tented Settlements, Zahlah, Valle della Beqa’, 12 luglio 2015
  • Informal Tented Settlements, Saadnayel, Valle della Beqa’, 12 luglio 2015

 

Interlocutori

  • UNDP Lebanon – Luca Renda, Country Officer, Marina Lo Giudice, Chief Technical Advisor; Marco Pasquini Advisor for Territorial Cooperation
  • UNHCR Lebanon – Jean Nicolas Beuze, Deputy Representative & Raffaella Vicentini, External Relations and Communication Officer
  • UNICEF Lebanon – Luciano Calestini, Deputy Representative & Gianluca Buono, Humanitarian Affair Coordinator
  • IOM – Pierre King, Operations Officer & Maurizio Santicola, Operations Officer
  • Cooperazione allo Sviluppo Italiana – Flavio Lovisolo, Regional Coordinator for Syrian Crisis
  • Makhzoumi Foundation – Mohamad Mansour, Relief e Humanitarian Service Unit Manager & Malak Saridar El Hout, Vocational Training Program Manager
  • ANND (Arab NGO Network for Development) – Ziad Abdel Samad, Executive Director
  • Armadilla SCS ONLUS – Monica Di Vico, Regional coordinator
  • The National Institution of Social Care & Vocational Training Beit Atfal Assumoud – Kassem Aina, General Director
  • Center for Civil Society and Democracy in Syria – Rajaa Altalli Co-Director
  • Beyond Association
  • Corrispondente ANSA dal Medio Oriente – Lorenzo Trombetta
  • Associazione Pro Terra Sancta

 

Lo scenario politico-economico

La crisi umanitaria derivante dalla guerra civile siriana, in corso dal marzo 2011, ha avuto un duplice impatto sul contesto nazionale libanese, l’uno di tipo socio-politico e l’altro di tipo socio-economico.

Il contesto socio-politico libanese è stato storicamente caratterizzato da un fragile equilibrio politico-religioso tra le tre macro-componenti religiose di fede cristiana, sunnita e sciita del paese, insieme ad altre componenti minoritarie.

Nell’attuale contesto di crisi dovuto all’ormai “frozen conflict” rappresentato dalla guerra civile siriana e alla consecutiva emergenza umanitaria di respiro regionale, in Libano si è registrato un aumento delle tensioni, in particolar modo lungo il confine orientale del paese, dove l’esercito libanese e il partito-milizia libanese Hezbollah, che collaborano in chiave anti-Daesh e anti-Al-Nusrah nella difesa della frontiera con la Siria, continuano a ingaggiare scontri armati con questi ultimi, e lungo il confine meridionale, dove si sono verificate provocazioni armate tra Hezbollah (alleato delle forze filogovernative siriane) e l’esercito israeliano, nonostante la presenza della forza multinazionale di interposizione UNIFIL.

Si registrano inoltre ormai da tempo fenomeni di infiltrazione da parte di organizzazioni criminali e terroristiche di matrice islamista, come Daesh, in alcune zone del Libano, in particolare nelle aree al nord del paese, sottendenti al reclutamento dei giovani appartenenti alle fasce meno abbienti della popolazione libanese e dei profughi siriani e palestinesi, offrendo in cambio aiuti per il sostentamento, in particolare economico (ca. 400 USD / mese). Parimenti, nelle stesse aree è stata riscontrata la presenza di scuole di radicalizzazione islamista. Ampi strati della popolazione di credo sunnita presenti nel nord del Libano versano in condizioni di estrema povertà, e rappresentano le fasce più esposte alla potenziale radicalizzazione da parte delle organizzazioni terroristiche islamiste. Secondo fonti locali, i leader governativi sunniti starebbero riscontrando forti difficoltà nel controllo e nel contrasto di tale fenomeno.

La maggior parte dei profughi siriani risulta essere di fede sunnita, in ragione del credo dominante esistente in Siria precedentemente allo scoppio della crisi. Ciò rappresenta, agli occhi della popolazione cristiana e sciita in Libano un fattore destabilizzante, tenuto conto del rischio di un’alterazione dello storico, approssimativo, equilibrio etnico-religioso su cui regge anche il fragile equilibrio socio-politico del paese (governo di tipo confessionale retto da un Presidente cristiano, un Primo Ministro sunnita e un Presidente del Parlamento sciita). Si rileva, tuttavia, che nel corso dell’ultimo ventennio si è continuato a registrare un graduale aumento della popolazione di credo musulmano all’interno del paese.

Dal punto di vista macroeconomico, la situazione del Libano continua a deteriorarsi. La Banca Mondiale stima che nel 2015 vi siano 170.000 libanesi in più che vivono nettamente al di sotto della soglia di povertà. L’impatto della crisi in Siria si è manifestato anche nella forma di elemento inibitore dell’interscambio commerciale e degli investimenti stranieri in Libano.

Giova qui ricordare come l’Italia sia da diversi anni il primo partner commerciale del Libano, in particolar modo grazie alle ingenti importazioni di attrezzature e i macchinari industriali italiani da parte del paese, e come dunque l’impatto negativo della crisi siriana sul paese possa avere ripercussioni negative indirette per l’economia italiana.

Infine, in prospettiva microeconomica, gli effetti dell’emergenza umanitaria si sono riversati sulla già fragile economia delle comunità ospitanti libanesi, poste sotto stress dall’aumento incontrollato della popolazione locale (profughi) in particolare dal punto di vista dell’adeguata offerta dei servizi pubblici locali e delle infrastrutture, oltre che dell’andamento del mercato del lavoro locale, che ha testimoniato un’improvvisa diminuzione dei salari medi (dovuto all’ingresso di nuova forza lavoro sottopagata) e di un consecutivo aumento della disoccupazione, con evidenti ripercussioni sullo stato della popolazione libanese.

 

Lo scenario umanitario

Il Libano non aderisce alla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati, né del relativo Protocollo del 1967. Ciononostante, il paese ha deciso di dare esecuzione ad alcune disposizioni della Convenzione su base volontaria. Di fatto, le autorità libanesi hanno concesso discrezionalmente permessi di soggiorno ai richiedenti protezione, sulla base di indagini case-by-case (c.d. rifugiati de facto). Nel 2015 il Libano risulta essere il paese con il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo, in ragione dei flussi di individui in fuga dalla guerra civile che infiamma dal marzo 2011 la vicina Siria. La maggior parte di questi hanno nazionalità siriana, mentre in minor parte sono palestinesi rifugiati precedentemente in Siria.

Il Libano in tal senso svolge un fondamentale ruolo regionale di contenimento dell’emergenza umanitaria, specialmente dal punto di vista degli altri attori (stati europei compresi), con riferimento ai potenziali flussi di profughi in entrata.

Secondo i dati di UNHCR risalenti al gennaio 2015, in Libano sono presenti circa 1,2 milioni di profughi siriani registrati, di cui il 42% composto da minori, oltre ai 50.000 rifugiati palestinesi provenienti dalla Siria e registrati dall’UNRWA (dati UNRWA dell’aprile 2014) che si aggiungono alla nutrita comunità di rifugiati palestinesi che risiede nel Paese sin dal 1948.

Tuttavia, il governo libanese, denunciando nel 2014 alla comunità internazionale come il peso dell’accoglienza dei milioni di siriani gravi di fatto sulle popolazioni più vulnerabili del paese, nel secondo semestre dello stesso anno ha ufficialmente disposto la chiusura delle frontiere nazionali, seguendo l’esempio di Egitto, Giordania e Turchia. Ciò nonostante i flussi di profughi non si sono arrestati. In molti hanno continuato a varcare clandestinamente la frontiera libanese sfruttando la porosità del confine con la Siria, in particolare nei punti a est delle regioni libanesi di El Hermel e Baalbek, sfruttando la connivenza delle autorità di controllo libanesi e le “eccezionali ragioni umanitarie” che queste ultime hanno il potere di addurre in cambio di tangenti.

Dal 5 gennaio 2015 le autorità hanno imposto uno stop totale alle registrazioni. Tuttavia, pur non avendo accesso alla registrazione formale dell’UNHCR, di fatto i profughi clandestini godono dell’assistenza umanitaria offerta dalle organizzazioni delle Nazioni Unite e dalle ONG locali, mentre la maggior parte di essi risiede all’interno dei c.d. ITS (Informal Tented Settlements).

L’UNHCR ha dunque recentemente fatto stato dell’estrema difficoltà riscontrata nel rilevare il numero esatto delle presenze di profughi siriani non registrate, alle quali contribuiscono non soltanto i nuovi arrivati, ma anche le numerosissime nuove nascite nelle comunità dei profughi (circa 20.000 nascite all’anno – c.d. bambini fantasma).

Alcune NGO locali arrivano a ritenere che negli ultimi sei mesi il numero di profughi sia raddoppiato rispetto ai dati ufficiali del gennaio 2015. A tal riguardo, si segnala l’esistenza di una rilevante discrepanza tra i dati forniti dai vari interlocutori in merito alla presenza di profughi siriani non registrati in territorio libanese.

Sia i rifugiati che i profughi clandestini provenienti dalla Siria risiedono in Libano all’interno delle comunità locali (vd. Par. 5) o degli ITS.

All’interno del paese sono presenti numerosi ITS ospitanti un discreto numero di profughi siriani e palestinesi, in particolare nella Valle della Beqaa, nei pressi del confine con la Siria (si stima che il 20% del totale dei profughi viva nei suddetti insediamenti). Tali campi informali, che presentano variabili, ma generalmente pessime condizioni igienico-sanitarie, sono gestiti in modo autonomo dalle comunità siriane e dalle ONG, e non sono riconosciuti dal governo libanese.

Lo scoppio di epidemie è contenuto dall’intenso lavoro di immunizzazione finanziato dalle agenzie delle Nazioni Unite e operato dalle ONG nei campi. Tuttavia, negli ITS è frequente il divampare di incendi, anche dolosi. Recentemente si sono anche registrati violenti scontri tra i sostenitori dell’una e dell’altra fazione del conflitto siriano.

L’assenza di un effettivo riconoscimento e controllo di tali insediamenti da parte delle autorità libanesi ha favorito l’emergere di fenomeni di sfruttamento ai danni delle comunità di profughi siriani che li abitano.

In particolare, è stato possibile verificare come il controllo dei singoli campi sia di fatto affidato alla figura di un capo siriano (cosiddetti Shawish) il quale, in accordo con i proprietari terrieri libanesi, affitta l’appezzamento di terreno sul quale sorge l’insediamento, e assicura che i profughi che lo abitano, ivi compresi i minori, svolgano mansioni di braccianti per le aziende agricole di riferimento, a condizioni salariali misere. Le ONG che operano negli ITS riferiscono che, al fine di esercitare pieno potere nei confronti di tutti i profughi presenti sul campo, i cosiddetti Shawish ritirano tutti i documenti dei profughi al momento del loro insediamento nei campi, ivi compresi i voucher forniti dalle organizzazioni umanitarie per l’acquisto di beni di prima necessità, garantendosi in tal modo la possibilità di esercitare ogni forma di controllo e di abuso nei loro confronti. L’UNICEF denuncia inoltre l’allarmante diffusione dei fenomeni dei matrimoni forzati e delle madri adolescenti all’interno degli insediamenti informali, facilmente constatabili sul campo.

 

La risposta internazionale all’emergenza umanitaria in Libano

In Libano, oltre alle numerosissime ONG locali e internazionali, operano le maggiori Agenzie e Organizzazioni delle Nazioni Unite, che coordinano la risposta globale alla crisi umanitaria dei profughi siriani, in particolare UNDP, UNHCR, UNRWA, UNICEF, IOM e PAM. L’aiuto esterno complessivo dal 2012 per la risposta all’emergenza umanitaria di rifugiati siriani fornito dalla comunità internazionale si attesta intorno ai 2 miliardi USD (dato UNDP).

L’Agenzia capofila delle Nazioni Unite inizialmente designata a coordinare la risposta all’emergenza in Libano è stata l’UNHCR, in particolare relativamente alla registrazione dei profughi per l’accesso alla protezione internazionale, alle iniziative di resettlement, al supporto psicologico e all’assistenza di tipo primario a beneficio dei profughi. Recentemente tale coordinamento è stato affidato all’UNDP, sulla base dell’aggiornamento della strategia delle Nazioni Unite di assistenza al Libano, concepito anche sulla base dell’input del governo libanese di cui sopra. La nuova strategia di mitigamento degli effetti della crisi umanitaria siriana in Libano non riveste più un carattere emergenziale, orientato dunque al fornire assistenza primaria ai rifugiati, ma si concentra piuttosto sull’avviamento di un processo stabilizzazione socio-economica del paese in un’ottica di medio e lungo periodo, in particolare con riferimento alle aree ritenute più vulnerabili, come le comunità libanesi che ospitano la maggior parte dei profughi, caratterizzate da servizi e infrastrutture molto deboli e da squilibri nel mercato del lavoro.

Si richiama l’attenzione sul fatto che la crescita rapida e costante del numero di profughi in Libano abbia costretto il Programma Alimentare Mondiale a dimezzare l’importo da accreditare nei voucher mensili in dotazione ai rifugiati per l’acquisto di beni alimentari di prima necessità (da 27 a 13 USD). Altrettante difficoltà sono state riscontrate dall’UNHCR nel mantenere inalterata la propria capacità di assicurare assistenza sanitaria, già in precedenza rivelatasi secondo l’interlocutore di riferimento alquanto limitata. Il servizio sanitario pubblico in Libano è sostanzialmente inesistente, e UNHCR, con una spesa ridotta di 3.5 milioni USD al mese, avrebbe registrato una crescente difficoltà nell’assicurare anche soltanto gli interventi c.d. di life-saving, secondo la stessa fonte.

Come precedentemente citato, il 42% sul totale di rifugiati siriani è rappresentato da minori, di cui si stima che circa 300.000 siano correntemente esclusi dai programmi educativi formali e non formali (dati UNICEF). Per tale ragione si è provveduto negli ultimi anni a un costante aumento delle risorse destinate a tale Agenzia per effettuare interventi a beneficio dei minori siriani, libanesi e palestinesi più vulnerabili a causa degli effetti dell’emergenza in Libano. Il ruolo di UNICEF non si limita a rispondere ai bisogni dei bambini profughi, ma fornisce sostegno a tutti i minori più vulnerabili (stimati in 1,2 milioni), oltre a monitorare e controllare le loro condizioni nelle 251 aree del Paese giudicate maggiormente esposte alla povertà e all’analfabetismo.

L’Italia sostiene l’azione di UNICEF e, in particolare, i programmi RACE – per la riabilitazione di 18 scuole pubbliche nel paese – e WASH – per la depurazione dell’acqua e il mantenimento delle infrastrutture idriche, e altri programmi orientati al miglioramento dell’educazione, della protezione, dell’igiene e della salute dei minori in Libano. L’impatto positivo dei programmi dell’UNICEF, realizzato anche attraverso l’eccellente lavoro di ONG partner come la Beyond Association, è immediatamente verificabile e facilmente apprezzabile sul campo, in particolare negli ITS.

 

Il programma di resettlement

Si stima che il 40% dei profughi siriani registra un alto tasso di vulnerabilità (special needs), mentre UNHCR stima che almeno 120.000 profughi si trovino attualmente in condizione di estremo disagio in quanto:

  1. sopravissuti a gravi violenze e torture,
  2. bisognosi di assistenza sanitaria,
  3. bisognosi di protezione legale e fisica,
  4. donne a rischio di violenze e abusi,
  5. rientranti nella categoria di LGBT,
  6. minori a rischio di violenze e abusi,
  7. anziani a rischio di violenze e abusi.

Di questi 120.000 bisognosi, UNHCR ha selezionato 10.300 profughi in Libano da reinsediare in via prioritaria nel 2015. Soltanto 4.500 sono stati pledges confermati (45% del target stabilito), di cui la maggior parte dalla Germania (5.595 reinsediamenti in territorio tedesco dal 2013).

I singoli Paesi d’accoglienza hanno diritto a indicare i criteri preferenziali attraverso i quali individuare i profughi da reinsediare, e di definire eventualmente ulteriori criteri, nonché di operare tutte le valutazioni necessarie per rispondere alle esigenze di sicurezza nei rispettivi territori.

L’UNHCR accoglie con grande favore il proposito di rafforzare il programma italiano di resettlement dei profughi dal Libano, che ad oggi (2015) prevede il reinsediamento di soltanto 400 unità.

La gestione operativa e preparatoria sul territorio libanese del programma italiano di reinsediamento è affidata all’OIM, che cura già efficacemente i programmi della quasi totalità dei Paesi che hanno attivato questo tipo d’iniziativa.

 

La stabilizzazione come strumento per il contenimento dell’emergenza

Le comunità libanesi ospitanti, che continuano a svolgere una fondamentale funzione di accoglienza nei confronti dei profughi che accorrono da oltre confine, sono tuttavia correntemente poste sotto enorme pressione socio-economica dal repentino aumento dei propri abitanti come dal conseguente, progressivo, deteriorarsi delle condizioni economiche della popolazione locale (aumento della disoccupazione, diminuzione dei salari, inadeguatezza di servizi e infrastrutture).

Fin dall’insorgere dell’emergenza umanitaria il governo libanese ha optato per l’adozione della cosiddetta “no-camp policy”, avallata anche dall’UNHCR in un apposito rapporto, che prevede l’accoglienza dei profughi in seno alle comunità libanesi, nonché la loro integrazione nel tessuto socio-economico delle stesse, come alternativa ai c.d. formal settlements (campi profughi). Lo stesso governo ha a più riprese richiamato con forza la necessità di aiutare le comunità ospitanti locali (slogan: “help us to help”), non solo attraverso gli aiuti di emergenza, ma anche con interventi di early recovery, stabilizzazione e sviluppo locale.

Nonostante l’adozione del suddetto approccio, il governo locale, tenuto conto delle esigenze in particolare delle fasce più vulnerabili della popolazione libanese residente nelle comunità ospitanti, ha recentemente emanato una legislazione piuttosto restrittiva in materia di lavoro a danno delle componenti profughe siriane (ad esempio l’assunzione dell’impegno a non fornire alcuna prestazione lavorativa imposta dal governo locale ai rifugiati come condizione per il rilascio del permesso di soggiorno annuale), con l’obiettivo di tutelare la popolazione nazionale dall’impatto derivante dall’improvviso aumento di offerta locale di manodopera sul mercato del lavoro libanese (diminuzione dei salari e aumento della disoccupazione). Il suddetto approccio suggerisce come le restrizioni previste del governo libanese di fatto impediscano una reale integrazione dei profughi nel tessuto socio-economico delle comunità libanesi, tenuto conto del fatto che lo svolgimento di un lavoro è comunemente considerato il più efficace strumento di integrazione. Ciononostante, come sottolineato da più interlocutori, in contrasto con la suddetta legislazione statale, si verifica oggi in Libano il fenomeno di impiego irregolare dei profughi siriani da parte di datori di lavoro locali in particolare nei comparti agricolo e edile, in ragione delle minori pretese salariali di questi ultimi.

La “no-camp policy” adottata dal governo libanese mira di fatto a scongiurare il rischio di un insediamento di lungo periodo da parte dei profughi siriani. La sua ratio va ricercata nelle passate esperienze vissute dalla popolazione libanese e legate all’insediamento dei profughi palestinesi e alle passate vicende consumatesi tra l’OLP e lo Stato d’Israele sul territorio nazionale. Ciononostante, alcuni interlocutori hanno sottolineato come la terra d’origine rappresenti un irresistibile elemento di richiamo nell’immaginario collettivo siriano, da tenere in adeguata considerazione all’occorrere della futura fase di normalizzazione della situazione in Siria (anche con riferimento ai programmi di asilo e di resettlement).

Gli enti locali rivestono un ruolo progressivamente più rilevante per il governo centrale e per le organizzazioni internazionali che assistono quest’ultimo, in chiave di risposta all’emergenza umanitaria. La ratio dell’approccio si inscrive nel ruolo recentemente accordato dalle Nazioni Unite alle singole strategie nazionali di Libano, Giordania, Egitto e Turchia di risposta alla crisi umanitaria, come tra l’altro attestato dal nuovo Regional Refugee and Resilience Plan (3RP) per l’anno 2015. La strategia di recovery prevista da quest’ultimo è infatti allineata a quella del Lebanon Crisis Response Plan 2014-2016, varato d’intesa tra il Governo libanese e l’UNDP, ed entrambi prevedono, tra gli obiettivi, quello del potenziamento dei servizi e delle infrastrutture delle comunità locali che ospitano i rifugiati. Gli esponenti delle Nazioni Unite operanti in Libano sono dunque unanimi nel ritenere la stabilizzazione la nuova chiave strategica per il contenimento dell’emergenza umanitaria e per il miglioramento delle condizioni di vita in Libano, a beneficio di tutti gli abitanti.

 

Il ruolo della Cooperazione italiana in Libano

L’Italia gode di una positiva considerazione da parte della popolazione e delle autorità libanesi in generale, nonché di una percezione di neutralità da parte delle diverse comunità confessionali in Libano. Con circa 70 milioni di euro erogati in tre anni, la Cooperazione italiana ha mantenuto gli impegni e rappresenta un interlocutore credibile agli occhi delle autorità e della società libanesi. Il governo italiano ha disposto interventi in tutte le regioni libanesi e vanta una presenza molto diffusa e consolidata, soprattutto grazie ai progetti realizzati da ONG italiane come Armadilla e l’Associazione di Terra Santa, che dalle rispettive sedi a Beirut coordinano importanti interventi anche sul territorio siriano. Nonostante le limitate risorse a disposizione, la Cooperazione italiana è stata in grado di intervenire in alcuni settori d’importanza strategica per il paese (sviluppo locale, sostegno alle municipalità, educazione), e pertanto anche per questo è riconosciuta come un interlocutore rilevante e affidabile. Si ricorda infine l’intensa attività di promozione e partecipazione finanziaria dell’Italia all’EU Regional Trust Fund in Response to the Syrian Crisis.

 

Raccomandazioni

  1. Rafforzare il programma di resettlement italiano, anche per valorizzare e rafforzare il sostegno all’avvio di iniziative coordinate al livello UE. I programmi di reinsediamento devono essere intesi come una politica di cooperazione con il paese di prima accoglienza, la cui definizione e gestione sono affidate al MAECI e al Ministero dell’Interno congiuntamente. Al fine di salvaguardare le capacità e le competenze della società siriana, insieme agli individui che ne sono espressione, l’Italia può accogliere anche coloro che intendono intraprendere studi post-secondari. Il nostro Paese può rappresentare il luogo in cui le conoscenze dei reinsediati si incontrano e si sviluppano, per consentire che esse siano reinvestite nel momento in cui la Siria sarà chiamata alla sua ricostruzione culturale, politica ed economica.
    • Promuovere l’approvazione di una risoluzione che impegni il Governo a un deciso rafforzamento del programma di resettlement capace di coinvolgere almeno 2’000 profughi dal Libano entro il 2016, e definendo programmi d’accoglienza e d’integrazione specifici.
  2. Mantenere le risorse per i programmi di protezione e di assistenza dei profughi in Libano e incrementare le risorse da destinare ai programmi di early recovery, stabilizzazione ricostruzione e riabilitazione, nell’ottica di un rafforzamento della partnership con UNDP Lebanon per la stabilizzazione dell’economia libanese.
    • Intervenire sull’implementazione del documento di programmazione triennale della Cooperazione italiana (2015-2017);
    • Promuovere l’approvazione di una risoluzione che impegni il Governo ad assicurare una corrispondente definizione delle priorità nel prossimo decreto-legge sulle missioni internazionali (settembre 2015) e nella relativa attuazione.
  3. Sostenere e incentivare le iniziative di cooperazione decentrata tra enti territoriali italiani e libanesi (Programma UNDP – Sistema Italia), in un’ottica di condivisione dei modelli virtuosi di gestione e sviluppo del territorio del Sistema Italia, per i quali si è registrata una forte domanda da parte dei partner libanesi. Appare inoltre prioritario individuare nuovi strumenti di contributo che possano coinvolgere anche il settore privato.
    • Promuovere l’approvazione di una risoluzione che impegni il Governo ad assicurare una corrispondente definizione delle priorità nel prossimo decreto-legge sulle missioni internazionali (settembre 2015) e nella relativa attuazione.
    • Promuovere la conversione del debito;
    • Promuovere social development bonds, nonché misure per favorire l’incremento di IDE italiani a favore delle PMI libanesi (in particolare operanti nel comparto agricolo e edile, dove il maggior numero di rifugiati siriani è, ancorché illegalmente, impiegato, al fine di apportar loro benefici indiretti dettati dal probabile aumento delle assunzioni ed incremento dei salari corrisposti).
  4. Promuovere la costituzione di un fondo internazionale per la scolarizzazione e l’educazione dei minori rifugiati e nei campi profughi, per restituire loro una vita normale, fatta anche di lavoro e studio, e sottrarli al rischio di radicalizzazione al quale sono esposti.
    • Favorire l’approvazione di una risoluzione che impegni il Governo a promuovere la costituzione di un fondo internazionale per la scolarizzazione e l’educazione dei minori rifugiati e nei campi profughi.
  5. Attraverso l’utilizzo della via diplomatica e di un deciso rilancio delle iniziative di diplomazia parlamentare, rafforzare il ruolo dell’Italia come interlocutore delle istituzioni libanesi per avviare un intenso policy dialogue al fine di:
    1. facilitare il riconoscimento della presenza temporanea dei rifugiati e procedere alla loro identificazione e registrazione;
    2. assicurare il riconoscimento ai rifugiati di alcuni diritti fondamentali, a partire dall’accesso ai servizi essenziali, prioritariamente quelli educativi e sanitari;
    3. promuovere la concessione ai rifugiati di un permesso di lavoro, anche se in modo saltuario e precario, e il riconoscimento di un reddito minimo che ne permetta la sopravvivenza.
  • Promuovere una nuova missione parlamentare in Libano nel mese di settembre che includa una visita agli ITS nella Valle di Beqaa;
  • Rilanciare il Gruppo d’Amicizia Italia-Libano per favorire una costante interlocuzione con i rappresentanti politici libanesi, anche al fine di promuovere un rafforzamento delle fragili istituzioni libanesi e incentivare un loro regolare funzionamento nel perimetro costituzionale, anche per incoraggiare una riforma del sistema elettorale in linea con gli standard internazionali, in vista delle elezioni politiche rimandate al 2017.

Erik Burckhardt

Ignora i confini inter-europei e gli piace attraversarne quanti più possibili nel mondo. Collabora dal 2011 con il PD alla Camera dei Deputati sulle politiche europee e internazionali. Nato nel 1986, di doppia cittadinanza italiana e svizzera, è cresciuto a Milano. Parla quattro lingue, ma lotta infruttuosamente per apprendere l’arabo. Dopo avere studiato Giurisprudenza a Firenze e alla Sorbona di Parigi ha conseguito un Master in Filosofia del Diritto e Diritto politico a Parigi e un LLM in Diritto europeo presso il College of Europe a Bruges. E’ vice-presidente di MondoDem.

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