Di Annalisa Perteghella ed Erik Burckhardt

Con l’attacco di Douma dello scorso 7 aprile, si è riaccesa l’attenzione sul conflitto siriano e sono ulteriormente peggiorate le forti tensioni internazionali ad esso sottese. In Italia, si è inizialmente assistito a un grottesco silenzio che la deputata del Partito Democratico Lia Quartapelle ha denunciato martedì scorso, puntando il dito contro Salvini e Di Maio che “non hanno trovato il tempo di una dichiarazione per condannare un atto vile e atroce come usare il gas contro i bambini, contro i civili. Loro che sprecano ogni giorno parole per continuare nel balletto sul governo”.

Da allora, qualcosa si è mosso. Salvini ha ammesso che la priorità è dare “agli italiani un governo più velocemente possibile”, per poi aggiungere la richiesta di “una presa di posizione netta dell’Italia contro ogni ulteriore e disastroso intervento militare in Siria. Non vorrei che motivi economici, esigenze di potere o il presunto utilizzo mai provato di armi chimiche mai trovate in passato scatenassero un conflitto che può diventare pericolosissimo”.

Quanto al Movimento 5 Stelle, è intervenuto (soltanto ieri!) il capogruppo del M5S Danilo Toninelli, chiedendo che Gentiloni informi in Parlamento “tutte le forze politiche sugli sviluppi in corso”.

Nel mentre, anche sugli account social della redazione di MondoDem e dei suoi componenti, abbiamo improvvisamente cominciato a ricevere commenti e invettive sul tema del conflitto siriano e sulla posizione assunta dal PD anche per il tramite del segretario reggente Maurizio Martina (già domenica scorsa), che spesso non considerano neanche le più elementari informazioni.

Rispondiamo qui alle tesi infondate che ci vengono proposte con maggiore ricorrenza sui nostri canali.

 

  1.     Non ci sono prove dell’utilizzo di armi chimiche in Siria.

Falso. Un rapporto del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, pubblicato già nel settembre 2017, ha rivelato come il regime del presidente siriano Bashar al-Assad sia da ritenere responsabile per l’utilizzo di armi chimiche. Soltanto tra il mese di marzo 2013 e marzo 2017, la commissione indipendente istituita dalle Nazioni Unite ha registrato 25 incidenti provocati da armi chimiche, di cui 20 perpetrati dalla forze governative di Assad, che ha utilizzato queste armi prevalentemente contro civili. Prima ancora dell’attacco di Douma del 7 aprile 2018, su cui è ancora necessario fare piena luce, la commissione indipendente ha stabilito la responsabilità delle forze di Assad anche per il terribile attacco del 4 aprile 2017 in cui furono usate armi chimiche – sarin – su oltre 100 civili innocenti.

Qualificabili come armi di distruzione di massa, le armi chimiche sono incompatibili con il diritto internazionale umanitario e sono state messe al bando dal diritto internazionale positivo con la Convenzione sulle armi chimiche del 1993, ratificata anche dall’Italia.

I ripetuti attacchi chimici operati dalle forze governative di Assad anche contro la popolazione civile costituiscono, come indicato nel rapporto delle Nazioni Unite, un vero e proprio crimine di guerra e una grave violazione della Convenzione e della risoluzione 2118 approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2013.

 

  1.      I bombardamenti chimici a Douma del 4 aprile 2018 sono soltanto una bufala.

 Il 7 aprile 2018 a Douma si è verificato un attacco, di cui non si conosce ancora con certezza la natura, ma che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità avrebbe coinvolto almeno 500 persone soccorse con «segni e sintomi compatibili con l’esposizione ad agenti chimici tossici». L’OMS ha chiesto di avere accesso all’area colpita, per poter valutare in maniera indipendente quali siano state le conseguenze dell’attacco e per poter elaborare una risposta sanitaria adeguata. Siria e Russia hanno negato l’accesso all’OMS, mentre hanno acconsentito a una missione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC), incaricata però per ora solo di verificare se sia stato compiuto un attacco, non di accertarne le responsabilità.

Nell’attesa di conoscere i risultati ufficiali dell’indagine dell’OPAC, possiamo fare riferimento alla ricostruzione operata da Bellingcat, agenzia britannica di giornalismo investigativo. Basandosi su fonti open source fornite dall’Ong Syrian Network for Human Rights e dal Violations Documentation Center siriano, Bellingcat ha concluso che è molto probabile che il 7 aprile ci siano stati a Douma due attacchi chimici, preceduti da un bombardamento contro la sede della Mezzaluna rossa locale. Nell’edificio sul quale è stato compiuto uno dei due attacchi è stato ritrovato un contenitore di gas tossico, simile a quelli che il regime siriano aveva già utilizzato negli scorsi anni per compiere attacchi con bombe al cloro. Secondo la ricostruzione del New York Times, che conferma quanto riportato da Bellingcat, residenti dell’area hanno visto poco prima degli attacchi due elicotteri governativi volare dalla base aerea di Dumayr verso Douma. Testimonianze di personale sanitario in loco raccolte dal Guardian riportano la presenza di sintomi riconducibili al cloro, ma anche ad agenti nervini. Per verificare l’esatta natura di questa sostanza, tuttavia, sarebbe necessaria un’analisi del sangue e delle urine dei soggetti coinvolti; analisi resa impossibile dal fatto che truppe siriane e russe hanno preso il controllo della zona, e si oppongono all’avvio di indagini indipendenti. Come ricordato sopra, infatti, dopo avere ripreso il controllo della città, Damasco ha negato l’accesso all’OMS. Parallelamente, la Russia ha messo il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che avrebbe dato il via a un’indagine indipendente sull’attacco chimico compiuto a a Douma. Le risoluzioni prevedevano anche una condanna dell’attacco e l’istituzione di un piano di aiuti umanitari nell’area.

 

  1. L’attacco chimico, se anche accaduto, non è attribuibile ad Assad. Che bisogno avrebbe quest’ultimo di macchiarsi di un altro crimine contro i civili, nel momento in cui sta di fatto vincendo la guerra?

L’attacco dello scorso 7 aprile ha consentito alle forze siriane di Assad di prendere il pieno controllo della città di Douma e di tutta la Ghouta orientale, come ha reso noto il comandante del Centro russo per la riconciliazione delle parti in conflitto in Siria.

Dal 2013 Douma era il quartier generale dell’organizzazione islamista Jaysh al-Islam, una delle principali fazioni coinvolte nella guerra civile siriana contro il governo di Bashar al-Assad. Il regime di Damasco ha cercato più volte in questi anni di riprenderne il controllo: nel 2013 aveva messo la città sotto assedio, togliendo l’accesso ad acqua e elettricità, mentre nel 2015 si era reso protagonista di uno degli episodi più cruenti della guerra civile siriana: il bombardamento del mercato centrale della città nell’ora di massima frequentazione, costato la vita a 82 civili.

Negli ultimi due mesi, il regime ha intensificato la campagna per riconquistare la regione della Ghouta orientale, di cui Douma è parte, man mano che le formazioni ribelli che controllavano questi territori siglavano con il regime di Assad – tramite la mediazione russa – accordi di evacuazione in base ai quali civili e combattenti venivano rilocati nel nord del paese, nell’area attorno a Jarablus, controllata dai turchi. Jaysh al-Islam, la formazione di stanza a Douma, si è però opposta a questo tipo di accordi, decidendo di resistere.

In seguito all’episodio di sabato, invece, i ribelli hanno acconsentito a lasciare Douma, permettendo dunque al regime siriano di riprendere il controllo della città, la cui sicurezza verrà garantita da forze di polizia russa. L’attacco è dunque servito a piegare la volontà degli ultimi combattenti, permettendo al regime di Damasco di “chiudere” la questione della Ghouta per cominciare a concentrarsi sulle operazioni di riconquista degli ultimi territori ancora in mano ai ribelli: la regione attorno a Idlib, nel nord, e l’area sud-occidentale, vicino al confine con Israele e Giordania.

 

  1.     L’obiettivo delle potenze occidentali, Nato e UE, è soltanto punire Assad per assumere il controllo della Siria a discapito della Russia e dell’Iran.

A dispetto delle molte semplificazioni che si possono leggere sul conflitto siriano, il disegno e gli obiettivi non sono chiari e univoci per nessuno degli attori in gioco. Anche con riferimento all’attacco di Douma dello scorso 7 aprile, mentre non è ancora chiara l’eventuale strategia militare che Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno dichiarato di volere mettere in atto, la Nato di cui l’Italia fa parte si è limitata a chiedere alla Siria e ai suoi alleati Russia e Iran di consentire agli osservatori l’accesso nelle zone colpite dagli attacchi con armi chimiche, con un appello “ai responsabili” dell’attacco a Douma che “devono essere chiamati a rispondere di ciò che hanno fatto“. Il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, ha fatto appello al regime di Assad e ai suoi sostenitori affinché lo rendano possibile, sia per permettere l’accesso agli osservatori sia per permettere l’accesso all’area dell’assistenza medica.

Anche l’Unione europea ha condannato l’utilizzo di armi chimiche, rivelando che tutte le informazioni e le prove finora raccolte indicano che le armi chimiche sono state effettivamente usate da parte del regime. La portavoce della Commissione UE ha annunciato che sono in corso contatti di alto livello, anche dell’Alto rappresentante per la Politica estera Federica Mogherini, aggiungendo che la questione siriana sarà in agenda al prossimo consiglio Affari esteri, lunedì 16 aprile a Lussemburgo, e alla futura conferenza sulla Siria che si terrà a Bruxelles.

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha già dichiarato che “non parteciperà ad azioni militari“, ma che appare “evidente” che il governo siriano dispone ancora di un arsenale chimico e bisognerà fare di tutto “per segnalare che questo uso di armi chimiche è inaccettabile”.

Il Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni, in carica per gli affari correnti, ha dichiarato che l’uso di armi chimiche da parte del governo di Bashar al-Assad in Siria “non può essere in alcun modo tollerato”, mettendo l’accento sulla necessità di lavorare per una “soluzione rapida e duratura della crisi”, lavorando “per la pace” e continuando “ad appoggiare il lavoro diplomatico”.

Non si ravvisa dunque in queste reazioni la volontà o la disponibilità a mettere in atto un’operazione militare su vasta scala – quale dovrebbe essere quella necessaria a colpire seriamente il regime e alterare le sorti del conflitto.

La Russia, dal canto suo, ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie: all’indomani di quanto accaduto a Douma aveva dichiarato che non c’era stato alcun uso di armi chimiche; mercoledì mattina invece ha risposto all’annuncio di Trump di possibili attacchi americani affermando che un bombardamento avrebbe potuto distruggere le prove del presunto attacco chimico – riconoscendo dunque implicitamente la natura dell’attacco. Mosca – e in generale chi nega che sia avvenuto un attacco chimico – non è stata poi in grado di smentire le ricostruzioni operate da team investigativi giornalistici (come quelle riportate sopra) sulla base di testimonianze dirette di sopravvissuti. L’unica testimonianza portata da Mosca a sostegno della tesi che non è avvenuto alcun attacco chimico è quella dei suoi ispettori, che avrebbero visitato i palazzi oggetto dell’attacco.

 

 

Ph. LaPresse


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