Se i due principali problemi per l’Europa sono l’emergenza migranti e il terrorismo – con le loro ricadute politiche e sociali, che stanno scuotendo l’Unione europea alle sue fondamenta – il massacro in corso a Aleppo in Siria e la prossima offensiva su Mosul (capitale dello Stato Islamico) in Iraq rischiano di aggravarli in modo significativo.

L’aumento dei flussi di rifugiati e il rischio di radicalizzazione della popolazione locale.

L’assedio del regime siriano sui quartieri orientali di Aleppo, controllati dai ribelli, dura da inizio settembre. Se la violenta offensiva in corso dei lealisti porterà alla caduta della zona est della città, è facile ipotizzare un incremento del numero di profughi. In molti cercheranno di scappare dalle milizie sciite e alauite, dalle ritorsioni della dittatura e dalla devastazione che delle loro case e delle loro vite ha lasciato giusto le macerie. Non solo. Si può anche immaginare che le fila delle formazioni più estremiste – come Jabhat Fateh al-Sham, già Jabhat al Nousra, branca siriana di Al Qaeda, e lo stesso Isis – saranno ingrossate da tanti disperati, sopravvissuti soli e senza mezzi alla distruzione di Aleppo, in cerca di vendetta contro Assad o anche solo di uno stipendio da mercenari. Allo stesso modo la prossima offensiva dell’esercito iracheno, aiutato dagli Stati Uniti ma anche (se non soprattutto) da milizie sciite filo-iraniane già tacciate in passato di violenze settarie, rischia di scatenare un esodo di massa della popolazione sunnita di Mosul e un travaso di consensi in favore dello Stato Islamico in Iraq.

Che fare?

Per quanto riguarda Mosul, una possibile strada sarebbe quella di fare pressione sugli Stati Uniti, affinché utilizzino le proprie leve per bloccare l’operazione voluta dal premier iracheno al Abadi, chiedendo che venga prima decisa una strategia su chi e come debba liberare la città e soprattutto sul dopo-liberazione.

Per quanto riguarda Aleppo invece il primo ostacolo da superare è di carattere teorico. C’è una diffusa convinzione secondo cui, per ottenere il prima possibile quella stabilità che è l’interesse principale dell’Europa, convenga lasciar fare a Putin e a Assad. In base a questa teoria, infatti, una volta conquistata la città, il regime e il suo alleato russo sarebbero disponibili a trattare una tregua stavolta reale, che porti anche a una spartizione delle aree di influenza nel Paese, se non del Paese stesso. Le critiche americane al massacro di Aleppo si spiegherebbero dunque come il tentativo di prolungare gli scontri fino all’insediamento del prossimo presidente che, magari attraverso una politica estera mediorientale più interventista, potrebbe riuscire nell’impresa di causare la caduta di Assad (cosa gradita, se non quasi pretesa, dagli alleati regionali dell’Occidente: Turchia e soprattutto Arabia Saudita).

Se la genuinità dell’idealismo americano può legittimamente suscitare qualche dubbio, il resto di questa teoria è però piuttosto debole. La maggioranza della popolazione siriana è composta da sunniti, molti di loro (anche se non tutti) vogliono la cacciata di Assad e non si fiderebbero di una sua permanenza al vertice del Paese. Anche tra le minoranze cristiana, sciita, drusa etc. – che pure temono l’eventuale ascesa al potere di estremisti religiosi sunniti – la dittatura trova critici e oppositori. Il regime è senza soldi e senza uomini. Viene tenuto in vita dai finanziamenti e dalle milizie che Russia e Iran riversano nel Paese. Difficilmente con Assad al potere, anche su una parte che non sia minoritaria del Paese, si uscirebbe mai da una situazione di conflitto perenne. Al momento, quindi, il meglio che si può fare – non solo umanitariamente ma anche in termini di interesse europeo – è fare pressione perché si interrompa la strage di Aleppo.

A tale scopo sarebbe utile intensificare i rapporti con Mosca, alleato di ferro del regime fin dai tempi dell’Urss (in Siria, a Tartous, c’è l’unica base navale russa nel Mediterraneo), offrendole un’alternativa. Putin non vuole perdere una pedina fondamentale, meno che mai dopo aver investito nell’ultimo anno in Siria ingenti risorse economiche e militari, ma non sarebbe contrario a sostituire Assad con altra figura meno divisiva. Il fallimento nella ricerca di una tale alternativa ha reso finora la Russia feroce nel difendere Assad, ma anche al Cremlino sembra esserci scetticismo sulla possibilità che il dittatore riesca mai a pacificare il Paese. È dunque con Mosca che va cercato un compromesso, offrendo magari anche qualche contropartita in aree più strategiche per la Russia. Per farlo bisogna però negoziare un accordo anche con Teheran, capo-fila dell’asse sciita e protettore di Assad. Alla Repubblica Islamica iraniana servono infatti rassicurazioni analoghe a quelle richieste da Mosca circa la tutela dei propri interessi e della propria influenza. Considerato lo scontro in atto con l’Arabia Saudita in diversi scenari mediorientali, si potrebbe, in cambio di determinate garanzie, offrire a Teheran anche una riduzione del sostegno militare occidentale a Riad (oltre agli americani anche francesi e altri europei vendono miliardi di dollari di armi alla monarchia saudita). Se la logica dell’accordo sul nucleare stipulato con l’Iran l’anno scorso era quella di propiziare un balance of power regionale, tentare la via di un disarmo – imposto da parte dei fornitori – dei contendenti potrebbe funzionare meglio di quanto abbia invece fatto finora ingozzarli di armamenti e lasciarli scannare in un pigro (o voluto, si pensi allo Yemen) disinteresse occidentale.


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