Di Sergio Gaudio*

Mentre si andrà probabilmente al riconteggio dei voti in alcuni stati cardine negli USA, vale la pena soffermarsi su un’analisi un po’ più chiara, adesso che i numeri e risultati elettorali delle presidenziali americane cominciano a stabilizzarsi.

Intanto, molti dei commenti che abbiamo visto il giorno dopo le elezioni erano probabilmente sbagliati, primi fra tutti quelli che davano una disaffezione delle classi più povere nei confronti dei democratici.

Partiamo da tre punti:  1) Clinton ha vinto il voto popolare, con oltre due milioni di preferenze in più, avvicinandosi probabilmente ai tre quando il conteggio sarà ultimato; 2) l’approvazione degli americani nei confronti di Obama è tra le più alte nella storia dei presidenti americani, dopo due mandati in carica e ben oltre il 50%; 3) il programma della Clinton è tra i più progressisti mai presentati dal partito democratico americano.

Riguardando poi i dati, compresa una recentissima analisi di Nate Silver, osserviamo che di certo non sono gli strati più poveri ad aver abbandonato i democratici quanto piuttosto, come si osservava da molte parti, quella parte di elettorato bianco con livelli di istruzione medio bassa.

Piuttosto, se una riflessione va fatta è che la classe media in genere non si è spostata dal voto a favore dei repubblicani, mantenendo le stesse percentuali verso i red ormai da diverse tornate elettorali.

Da questo punto di vista, non si può non ammettere un fallimento delle politiche di Obama che certamente ha ampliato la sfera dei diritti nella società americana, ma che non ha creato le condizioni per una crescita salariale tanto che il gap fra le classi più povere e quelle più ricche è aumentato in modo considerevole. A soffrirne soprattutto è stata la classe media, quella a cui durante le due campagne elettorali della sua presidenza lui si era rivolto.

C’è dunque una combinazione di elementi nel disagio che ha portato a questo voto, da un lato la paura di ricadere sotto la soglia della povertà che conduce a un isolazionismo anche sociale a cui, dall’altro, contribuisce una poca attenzione della politica che allarga i diritti per alcuni, ma che, per esempio, negli strati bianchi della popolazione non ha alcun effetto positivo.

Qui sta, dunque, il dilemma dei democratici americani nel dopo Obama, perché non c’è dubbio che quel voto dei bianchi vada riconquistato, specialmente nella rust belt. Tuttavia, i democrats devono mettere insieme i diritti e le istanze sociali su cui si sono spesi  con il sostegno per una visione larga nei confronti di accordi commerciali come il TPP, ad esempio, accordi ampiamente rigettati da quella parte dell’elettorato.

La questione non è banale soprattutto se vista in uno scenario internazionale in cui l’industria pesante di quelle zone degli USA deve competere su mercati in cui il costo del lavoro è largamente inferiore.

C’è poi per i democratici un problema di leadership: l’uscita di scena di Obama e la sconfitta elettorale acuiscono una mancanza già nota, ovvero quella di un suo successore. La Clinton difatti non appare ne’ in grado, ne’ intenzionata ad assumere un ruolo del genere, ne’ può esserlo Bernie Sanders, già per molti versi  poco ben visto dall’establishment dems.  Tuttavia, negli USA le elezioni sono sempre alle porte e la speranza è che il cambio nella demografia della società americana possa risollevare le sorti dei democratici, mentre i repubblicani, che, comunque, escono da queste elezioni estremamente deboli, non potranno per molto tempo ancora rimanere il partito dei bianchi.

 

 

 

 

Sergio Gaudio è visiting professor a Embry-Riddle Aeronautical University. Il suo campo di ricerca è quello delle onde gravitazionali nel gruppo delle Supernovae di LIGO. È inoltre segretario del PD negli USA,  consultore per la regione Calabria degli italiani all’estero e Direttore nel board di Fondazione Italia, organizzazione non profit per la promozione della lingua italiana.

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