Di Giovanni Faleg*

La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane rischia di gettare un’ombra sul futuro dell’Alleanza Atlantica. Dalla campagna elettorale di Trump sono infatti emersi chiaramente alcuni elementi che potrebbero caratterizzare il nuovo approccio della Casa Bianca al mondo: un ritorno all’isolazionismo ed un rifiuto dell’interventismo militare, tranne nei casi di minaccia diretta agli interessi ed alla sicurezza americana; lo scetticismo nei confronti delle istituzioni multilaterali, a vantaggio di accordi bilaterali ad hoc; il riavvicinamento alla Russia di Vladimir Putin; e una marcata antipatia nei confronti della NATO, considerata una organizzazione “obsoleta” in cui gli Stati Uniti pagano a caro prezzo (senza essere rimborsati) i costi per la difesa del continente europeo.

Non sorprende quindi che l’elezione di Trump abbia creato un certo nervosismo al quartier generale della NATO a Bruxelles, e fra gli alleati, soprattutto se si considera l’aumento e la diversificazione delle minacce alla sicurezza europea provenienti dal vicinato orientale e meridionale. Ad esempio, gli stati del Baltico – Estonia, Lettonia, Lituania – sono particolarmente preoccupati dalla possibilita’ che gli Stati Uniti non intervengano nel caso in cui venga attivato la clausola di difesa collettiva dell’Alleanza (L’Articolo 5 del Trattato di Washington, in base al quale un attacco contro un alleato e’ considerato come un attacco verso tutti gli alleati), il che ridurrebbe notevolmente le capacita’ di deterrenza nei confronti della Russia.

La sopravvivenza stessa della NATO e’ messa a repentaglio nella misura in cui l’assenza dell’ombrello Americano spingerebbe gli stati europei a cercare alternative per garantire la propria difesa territoriale e la sicurezza e stabilita’ nel vicinato, ad esempio potenziando la politica di sicurezza e di difesa dell’Unione Europea. Senza la garanzia politico-strategica di un’impegno Americano sul continente europeo, la NATO non ha ragione di esistere.

Detto questo, lo scenario da incubo di un voltafaccia dell’amministrazione Trump nei confronti della NATO ed a vantaggio di un’intesa con la Russia e’ possibile, viste le dichiarazioni, ma non necessariamente probabile. La polemica sul burden-sharing e i dubbi sulla garanzia nucleare (e convenzionale) americana a difesa del continente europeo hanno fatto sempre parte della dialettica transatlantica durante e dopo la Guerra Fredda. In piu’ di un’occasione, un candidato alla Presidenza ha dichiarato la propria intenzione di ridurre l’impegno Americano in Europa, senza che poi si verificassero grossi cambiamenti. E’ quindi verosimile che la Presidenza abbia un effetto “mitigante” e che Trump aggiusti alcuni aspetti della propria politica estera, anche in funzione delle complesse relazioni con il complesso militare-industriale statunitense, con l’establishment del Partito Repubblicano (che controlla il Congresso) e di dinamiche geopolitiche in evoluzione. Si spera pertanto che le parole del candidato siano diverse dalle azioni del presidente.

In conclusione, nonostante i toni della campagna elettorale e l’inevitabile nervosismo dei partners europei, appare assai improbabile che l’elezione di Trump porti allo scenario-incubo di smantellamento della NATO. Piu’ realistico invece (e ragionevole) uno scenario in cui l’allentamento dei rapporti transatlantici, come risultato di un minore interventismo e multilateralismo Americano e di una maggiore realpolitik repubblicana, porti ad un rafforzamento della cooperazione UE in materia di sicurezza e di difesa, ammesso e non concesso che forze europeiste prevalgano su movimenti populisti o partiti estremisti in paesi chiave dell’Unione, a cominciare dal nostro paese. Oggi piu’ che mai, l’Unione fa la forza.

 

*Giovanni Faleg e’ Segretario del Circolo PD di Washington. E’ consulente alla Banca Mondiale e ricercatore presso il Centre for European Policy Studies. Twitter: @gioFALEG


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