Il ritorno di Cristina. Se dovessimo sintetizzare con una frase la campagna elettorale che condurrà gli argentini il 27 ottobre a scegliere il loro nuovo presidente, lo slogan sarebbe senz’altro questo: torna Cristina Kirchner o, quanto meno, torna il kirchnerismo.

Nella terra dove è nato il populismo moderno, il paese con un debito mostruoso verso il Fondo Monetario Internazionale e dove l’inflazione raggiungerà quest’anno il 55%;  favorito per prendere possesso della Casa Rosada è il centrosinistra peronista, o, per usare ideologie più comuni alla politica europea, il populismo di sinistra.

Le elezioni primarie di domenica 11 agosto –una sorta di sondaggio ufficiale – hanno sancito, dati alla mano, la voglia di cambiamento degli argentini, delusi dai 4 anni di governo e dalle politiche del presidente liberale Mauricio Macri.

L’attuale inquilino della Casa Rosada, a capo del partito Juntos por el cambio, nei risultati delle primarie è stato distaccato di ben 15 punti dal candidato peronista Aberto Fernandez, candidato presidente del Frente de Todos.

Pertanto, a meno di dubbi miracoli elettorali, dal prossimo autunno alla guida dell’Argentina tornerà il centrosinistra peronista guidato dal tandem Fernandez- Fernandez, con Alberto presidente e Cristina Fernandez de Kirchner – ex first lady e presidente dal 2007 al 2015 –  come vice di Fernandez.

A spianare la strada per il probabile ritorno degli argentini al peronismo di sinistra, è stato proprio il ritorno sulla scena politica di Cristina.

Che la carriera politica della Kirchner non fosse conclusa e che la sua ridiscesa in capo fosse attesa e desiderata dagli argentini, era chiaro a tutti.

Nonostante sia in fuga dai processi, imputata in 11 procedimenti e soggetta a 5 mandati di arresto, da quando le voci di un suo possibile ritorno si sono diffuse, il suo nome è balzato in testa a tutti i sondaggi.

Che Cristina potesse giocare ancora un ruolo chiave nella politica argentina e che la stagione del kirchnerismo non era conclusa, era parso evidente all’indomani dell’uscita del suo libro, lo scorso maggio. La sua autobiografia “Sinceramente” è un best-seller e le presentazioni del volume, affollatissime, sono servite a rilanciare l’immagine della Kirchner.

Un altro segnale del ritorno prepotente sulla scena di Cristina è stata la sua partecipazione a un appuntamento del Partito Giustizialista,  suo partito di origine  lasciato nel 2013 per dare vita al Fronte per la vittoria, il movimento fondato da lei e suo marito Nestor, deceduto nel 2010 dopo aver guidato l’Argentina dal 2003 al 2007.

Alla fine, l’annuncio del ritorno della Kirchner c’è stato, pur se  non come previsto.

Cristina ha scelto di correre come Vicepresidente e sostenere  Alberto Fernandez, ex Capo gabinetto di suo marito Nestor Kirchner, uomo fidato e di solida fede kirchnerista.

Ma, al di là del riferimento al cognome degli ex presidenti, come definire il kirchnerismo, a cui gli argentini torneranno probabilmente ad affidarsi dopo l’esperienza neo-liberale di Mauricio Macrì?

I kirchner, provenienti dalla sinistra peronista e dal Partito Giustizialista, hanno improntato le loro politiche progressiste sulla lotta alla povertà, alla disoccupazione e a un massiccio intervento dello stato nell’economia attraverso molte statalizzazioni – compagnia aerea argentina e fondi pensionistici – e l’elargizione di sussidi.

In politica estera il kirchnerismo ha rafforzato i rapporti con i governi progressisti dell’America Latina privilegiando l’integrazione e la cooperazione regionale del Mercosur e Unasur.

Ma, più che capire il kirchnerismo, per capire la politica argentina è opportuno  inquadrare nelle ideologie moderne il Peronismo.

Definito l’antenato del populismo, nasce negli anni ‘40 dall’esperienza politica del Generale Juan Domingo Peron, di sua moglie Evita e dalla rivolta dei Descamisados: un ideologia ibrida mista di socialismo, assistenzialismo e fascismo.

Alberto Fernandez è un peronista moderato, ma in molti prevedono che, qualora l’ex Capo di gabinetto di Nestor Kirchner vincesse le elezioni, sarebbe in realtà Cristina Kirchner a prendere le decisioni più rilevanti.

Non a caso, il ritorno del kirchnerismo e di Cristina spaventa i mercati.

Quello di Cristina, non è il solo ritorno che potrebbe investire il popolo argentino nei prossimi mesi.

All’indomani delle elezioni primarie che hanno premiato Alberto Fernandez la borsa argentina ha registrato una perdita del -37,93%, il Peso è sceso del 20% e la probabilità di un default del paese nel giro dei prossimi 5 anni sono arrivate al 75%.

I mercati e gli investitori temono che il ritorno delle politiche kirchneriste possano portare a una rinegoziazione del debito argentino con il FMI, 57 miliardi di dollari ricevuti dall’Argentina un anno fa.

Una delle prime conseguenze della sconfitta di Macrì alle primarie e del tonfo delle borse, sono state le dimissioni del ministro dell’economia Nicolas Dujovne. Nominato al suo posto l’ex Direttore generale della Banca centrale di Argentina Hernan Lacunza. La borsa, tuttavia, continua a registrare pesanti perdite e la situazione preoccupa fortemente il FMI.

Macrì ha annunciato una serie di misure per contenere la crisi ma il tempo a disposizione prima delle elezioni di ottobre è breve e gli argentini sembrano non voler rinnovare la fiducia a Macrì e al suo percorso di riforme fin qui deludenti.

L’Argentina, presumibilmente, tornerà al passato, scegliendo di ri-affidarsi ai Kirchner e, probabilmente, ripiombando nell’instabilità economico- finanziaria.


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