Di Carolina de Stefano*

Il 17 novembre l’ex generale Michael Flynn, descritto da molti come islamofobo e non ostile invece a Putin, è stato nominato da Trump consigliere per la sicurezza nazionale, un ruolo chiave nella definizione della politica estera presidenziale che non richiede l’investitura del Senato.

Dal giorno delle elezioni si tratta della prima importante conferma istituzionale che le relazioni USA-Russia potrebbero distendersi, e questo nonostante sia impossibile prevedere quale forma prenderà (e quale grado di coerenza avrà) la politica estera di Trump.

L’esistenza di un potenziale margine per il ‘dialogo’ non si deduce da una presunta chiara idea di come i due paesi vogliano riconfigurare la loro relazione (idea totalmente assente da entrambe le parti), ma è creato indirettamente dalle loro rispettive priorità.

Nell’attesa di conoscere chi sarà il nuovo segretario di Stato, da parte americana la nomina di Flynn significa che, molto più che sulla sicurezza europea e di conseguenza sulla gestione della crisi ucraina, la Presidenza Trump si concentrerà sulla lotta al terrorismo islamico. Da un lato potrebbe quindi essere disposta a concedere di più nelle negoziazioni siriane con la Russia di quanto non abbia fatto ad oggi l’Amministrazione Obama. Dall’altro – immaginando tra l’altro che Trump non dia particolare peso al rispetto dei trattati e delle frontiere internazionali – si può pensare che la posizione americana sulla questione ucraina sarà meno intransigente; in particolare, che l’idea di fornire armi a Kiev per contrastare Mosca, più volte sostenuta da Hillary Clinton in campagna elettorale, non verrà presa per il momento in considerazione.

Da parte russa, invece, la vittoria di Trump è stata accolta, più che con entusiasmo, con grande sollievo: il Cremlino lo preferisce di gran lunga alla Clinton – con la quale l’ulteriore deterioramento delle relazioni era certo – e questo nonostante sia intimorito dai progetti politici umorali contradditori, incomprensibili del nuovo presidente.

Nella pratica, però, sarà molto difficile tradurre questo potenziale e la minore reciproca ostilità di principio in iniziative concrete e in una nuova relazione, per vari motivi.

Innanzitutto ci sono dossier importanti, tra tutti l’accordo sul nucleare con l’Iran e le relazioni con la Cina, su cui Trump e Putin hanno visioni divergenti. In secondo luogo, la maggioranza dei deputati repubblicani al Congresso ha posizioni nettamente antiputiniane che, fosse anche per sole procedure decisionali, Trump non potrà del tutto ignorare. Terzo, come hanno sottolineato in molti, è difficile capire come lo slogan di Trump ‘Make America Great Again’ possa riflettersi in un atteggiamento nei confronti di Mosca, o di altri paesi, accondiscendente tanto da poterne minare la credibilità internazionale. Se poi nella lotta al terrorismo si può comprendere perché la nuova amministrazione potrebbe decidere di avvicinarsi alla Russia, è importante anche chiedersi cosa gli Stati Uniti – e Trump in particolare con il suo approccio da uomo d’affari – otterrebbero o invece perderebbero nel creare questa alleanza, in altri termini che cosa la Russia può realmente offrire in cambio di una rilegittimazione del suo ruolo nella comunità internazionale.

Su questo, la verità è non solo che la Russia è dei due la parte negoziale più debole, e che quindi ha meno da offrire economicamente e politicamente, ma soprattutto che le sue pretese al momento non sono realmente merci negoziabili, perché sono richieste radicali e unilaterali. La Russia si dice aperta al dialogo con la nuova amministrazione, ma chiede il riconoscimento internazionale dell’annessione della Crimea e l’eliminazione delle sanzioni occidentali allo stesso tempo. Una tale rigidità di posizioni, priva di margini negoziali, non porterà Trump a dare per non ricevere, e non smuoverà la politica americana dal netto maggiore interesse a mantenere forti le relazioni con i paesi europei, a partire da Regno Unito e Germania.

 

* Visiting Scholar, George Washington University


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