Jobs, bring our jobs again to America. La questione del lavoro è stato il martello che ha battuto il ritmo della campagna di Trump. Il neo presidente degli Stati Uniti ha insistito sul declino del mercato del lavoro americano a causa della globalizzazione, dall’atteggiamento troppo condiscendente verso la concorrenza cinese ai trattati di libero commercio che avrebbero di fatto agevolato le delocalizzazioni a spese dei lavoratori.

Dalle più recenti analisi sulle scelte di voto, risulterebbe che propri gli stati che hanno maggiormente risentito di delocalizzazioni e processi di deindustrializzazione avrebbero contribuito a far pendere la bilancia dalla parte di Trump, che ha abilmente saputo catalizzare la frustrazione del ceto medio impoverito promettendo di “riportare il lavoro in America”. Dinamiche similari si possono osservare analizzando la composizione socio-geografica di chi ha votato a favore della Brexit nel Regno Unito, così come all’interno dell’elettorato e dei sostenitori del Front National in Francia o del Movimento 5 Stelle in Italia.

Trump non solo si è scagliato contro il NAFTA – l’accordo nordamericano per il libero scambio –  toccando i nervi scoperti del tessuto socio-economico di un’America privata dei suoi sogni di prosperità. Ha inveito contro i trattati di liberalizzazione economica, colpevoli di servire solo gli interessi di un’élite globalizzata e non degli americani tutti. I paralleli con quanto sta avvenendo nello scenario politico europeo si possono tracciare con un certo grado di ragionevolezza.

Oggetto delle critiche di Trump è stato in particolare il TPP – il trattato tra gli USA e 11 Paesi del Pacifico firmato il 4 febbraio 2016 e ora in attesa di ratificazione -, presentato in campagna elettorale come una sorta di nuovo NAFTA. L’11 novembre il neoeletto presidente ha fatto sapere che intende non far avanzare il processo di ratifica del TPP, una mossa che potrebbe dare nuova forza a altri scetticismi nel Pacifico. Allo stesso modo, è possibile supporre che una sorte analoga toccherà al TTIP, l’accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziazione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. Difficile pensare che l’amministrazione Trump avrà la capacità e la volontà politica di rilanciare le trattative.

Venuto meno il sostegno del perno di questi macrotrattati regionali, un nuovo capitolo potrebbe aprirsi nella storia del commercio globale. Una storia che – vista sulla lunga durata – è da oltre un secolo caratterizzata dall’alternarsi di fasi di apertura e fasi di protezionismo. Al momento è assai complesso presentare dei possibili scenari futuri. L’Organizzazione mondiale del commercio è impantanata da quindici anni nelle negoziazioni del Doha Development Round, incapace di conciliare una pluralità di interessi globali sempre più intricati e confliggenti. TPP e TTIP, volti ad aggirare questo immobilismo e a creare dei blocchi economico-politici gravitanti intorno agli Stati Uniti, potrebbero finire in cassetto.

Tuttavia, parlare di ritorno al protezionismo è quanto meno avventato. Il mondo è e resterà globale anche con la presidenza Trump, un imprenditore che svuole una finanza ancora meno regolata e basse aliquote per i redditi più elevati. Nonostante le promesse della campagna elettorale, è assai poco plausibile che riesca a introdurre “dazi sulle importazioni del 45 percento” oppure obbligare Apple ad assemblare gli iPhone negli USA anziché in Cina.

Il recente caso della Brexit ha inoltre mostrato come una volta tessuti dei rapporti economici, sia estremamente complicato (e doloroso) romperli, perché in un mondo iperconnesso come quello contemporaneo l’isolazionismo è una scelta ai confini dell’impraticabilità. Dall’altra parte, il semplice rifiuto di accordi commerciali non riporterà il lavoro nelle zone deindustrializzate e depresse degli Stati Uniti né in Europa. Per quello occorre una politica economica di incentivi e obiettivi di lungo termine di cui non c’è traccia nelle recenti campagne elettorali su entrambe le sponde dell’Oceano Atlantico.

Quello che si può ipotizzare per gli anni a venire non è una deriva protezionista, bensì una globalizzazione non governata perché lasciata a chi ha gli strumenti per trarne beneficio anche senza trattati. Un navigare a vista senza scegliere la rotta.


Clara Capelli

Economista dello sviluppo, esperta di Medio Oriente e Nord Africa (MENA), in particolare di questioni legate all’economia informale e al commercio internazionale. Attualmente basata a Tunisi dove lavora come consulente, si è dottorata presso l’Università di Pavia con una tesi quantitativa sul rapporto tra struttura produttiva e disoccupazione nella regione MENA. Ha esperienze di ricerca e insegnamento in Libano (Lebanese American University, dove è stata visiting PhD candidate) e Cisgiordania.

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