Di Carolina de Stefano*

Nel marzo 2017 il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha visitato il suo omologo russo Sergej Lavrov, in aprile il presidente Mattarella ha incontrato Putin a Mosca. Ad appena un mese di distanza, una settimana prima del G7 di Taormina, il Presidente del Consiglio Gentiloni ha incontrato il presidente russo a Sochi. Oltre al riconoscimento da parte italiana del ruolo chiave della Russia per la risoluzione delle attuali crisi internazionali, durante la visita Eni e Rosneft hanno firmato importanti contratti di cooperazione. Il Forum economico annuale di San Pietroburgo (SPIEF) a inizio giugno, infine, è stata un’altra occasione per rafforzare la collaborazione tra imprese russe e italiane e, tra gli altri, il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha ribadito l’importanza della Russia come partner economico.

Guardando la sequenza dei recenti viaggi di rappresentanti politici e imprenditori italiani in Russia, la prima impressione che si potrebbe avere è che ci sia un cambio di passo nelle relazioni Roma-Mosca, e in particolare che il nostro paese stia perseguendo apertamente una politica di progressivo riavvicinamento a prescindere, e indipendentemente, da una posizione più dura comune europea.

In realtà, a più di tre anni dall’inizio della crisi ucraina, questi incontri da un lato non sono una novità – non si sono mai interrotti – dall’altro sono molto più in linea con l’evoluzione in corso delle relazioni UE-Russia (e di molti dei singoli Stati membri con Mosca) di quanto potrebbe apparire a prima vista.

In effetti, sebbene la tradizionale non ostilità tra il nostro paese e la Russia faciliti e incida ovviamente sulla portata e il numero delle iniziative economiche e diplomatiche, ci sono alcuni trend comuni fondamentali da considerare: il primo è che i mercati europei si sono progressivamente adattati alle relazioni con Mosca in regime di sanzioni, trovando nuove sponde per l’export o puntando con la Russia a settori non sanzionati. In questo senso, come mostrano gli accordi firmati all’ultimo SPIEF, la comunità imprenditoriale italiana non rappresenta un’eccezione rispetto ad altri paesi, a partire dalla Germania. Più in generale, dopo lo shock del 2015, tra il 2016 e il primo trimestre del 2017 l’interscambio di alcuni paesi con la Russia, tra cui Italia, Francia e Germania, è leggermente aumentato, e allo stesso tempo resta molto più basso che non nel periodo precedente al 2014. Il dato complementare è che la diminuzione è stata in parte ammortizzata dall’aumento delle vendite verso altri mercati. Nel caso dell’Italia, ad esempio, le vendite verso la Russia sono passate, tra il 2014 e il 2017, dal 2.4% al 1.4% del totale delle esportazioni nazionali, mentre quelle verso gli Stati Uniti sono aumentate dal 7.5% al 9.2%.[1]

Accanto al trend economico, il terrorismo, la crisi migratoria e la necessità di trovare una via d’uscita all’attuale situazione di stallo – se non in Crimea, quantomeno nel Donbass  – sembra stiano prendendo la forma di un approccio più pragmatico europeo su come trattare con Mosca, approccio che coincide in gran parte con la posizione ufficiale italiana fin dal 2014.

Tra i paesi che cercano, più che il confronto con la Russia, delle soluzioni concrete alla crisi, sta crescendo la consapevolezza che oggi, così come sono, i formati diplomatici e i mezzi attivati per garantire la sicurezza europea e far finire il conflitto nel Donbass non sono sufficienti. Tanto più nell’incertezza di come gli Stati Uniti di Trump si muoveranno nei prossimi mesi con Mosca, in molti si sta affermando l’idea che, senza essere messi in discussione, alcuni strumenti, a partire dalle sanzioni, debbano essere resi più efficaci, in particolare più funzionali all’avanzamento dei negoziati di Minsk.

In attesa dell’esito delle presidenziali tedesche, tra i primi sintomi di un possibile ‘nuovo’ pragmatismo ci sono la visita di Putin a Versailles voluta dal nuovo presidente francese Macron in maggio e la dichiarazione congiunta a chiusura del G7 dei Ministri degli Affari Esteri a Lucca di inizio giugno.

L’incontro tra il presidente francese e quello russo è nuovo tanto nel formato quanto nel contenuto: invitandolo in una sede a latere (grandiosa, ma senza essere l’Eliseo) Macron ha deciso di partire dall’aperto riconoscimento della Russia come attore culturale e politico europeo chiave, per poi sottolineare, con molta più fermezza rispetto al suo predecessore, cosa la Francia si aspetta, e pretende, da un grande potenza.[2]

Il comunicato del G7 di Lucca, su questa linea, dopo una forte denuncia delle iniziative russe in Ucraina, ha dedicato alla Russia una sezione che non era presente lo scorso anno, e in cui questo approccio ‘duale’ è di nuovo presente: l’affermazione che Mosca è ‘un attore internazionale importante’, e che i membri del G7 accoglierebbero ‘con favore’ un suo ‘ruolo costruttivo per la soluzione delle crisi regionali e delle questioni regionali irrisolte’. Intendendo, con questo, che nessun pragmatismo è possibile senza, dall’altra parte, la volontà russa di sfruttare gli eventuali nuovi margini di dialogo.[3]

[1] http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/commercio_internazionale/osservatorio_commercio_internazionale/statistiche_import_export/paesi_export.pdf.

[2] http://carnegie.ru/commentary/?fa=71167.

[3] http://www.esteri.it/mae/resource/doc/2017/04/g7incontroministri_itaupdated11-04_ita.pdf

 

Carolina de Stefano è dottoranda presso l’Università Sant’Anna di Pisa, Visiting Researcher presso la High School of Economics di Mosca e Visiting Researcher presso l’Institute of International Relations di Varsavia.


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