Lo scorso 14-15 maggio si è tenuto a Pechino il Belt and Road Forum for International Cooperation, durante il quale il presidente Xi Jinping ha lanciato il progetto della “nuova via della seta”. Presente ai lavori della conferenza, unico capo di governo di un paese del G7, è stato anche il premier Paolo Gentiloni.

In questa intervista a Filippo Fasulo, Coordinatore scientifico del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia-Cina) e Research Fellow del programma Asia presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), abbiamo cercato di ricostruire il significato della nuova strategia cinese che si cela dietro l’affascinante nome di “nuova via della seta” e le implicazioni per il nostro paese.

Che cos’è davvero la Belt and Road initiative?

La BRI è un progetto annunciato in due fasi nel 2013 dal presidente Xi Jinping; il nome rappresenta le due direttrici in cui si snoda l’iniziativa, ovvero una componente terrestre (cintura economica della nuova via della seta) e una marittima (via della seta marittima del 21 secolo). Contrariamente a quello che ci si aspetta, la B e r initiative non è soltanto un piano infrastrutturale ma è una strategia di lungo termine che mette al centro il rilancio della globalizzazione su spinta cinese. Le infrastrutture sono il primo passo di una politica economica che prevede investimenti all’estero che promuovano anche l’industrializzazione delle regioni coinvolte nel progetto. Sul piano interno, ci sarà sicuramente un beneficio per le province cinesi occidentali economicamente più arretrate e che hanno beneficiato meno del miracolo economico cinese degli scorsi decenni rispetto alle province costiere. Sul piano esterno, ci si attendono sia nel breve che nel lungo periodo investimenti cinesi non limitati soltanto all’Eurasia bensì rivolti anche all’Africa e al sud est asiatico.

Quale ruolo potrebbe rivestire l’Italia in questo progetto?

L’Italia punta a essere coinvolta secondo due modalità: la prima è la promozione dei porti di Genova e Trieste come terminali della via della seta marittima cercando di intercettare i flussi commerciali diretti verso l’Europa. In aggiunta, però, la cooperazione fra Italia e Cina potrebbe essere valorizzata anche in progetti in paesi terzi come ad esempio nell’ambito della realizzazione di opere infrastrutturali in Eurasia e in Africa. In ogni caso, è necessario per il nostro paese comprendere la portata generale del progetto che è rivolta alla ridefinizione delle catene globali del valore per inserirsi in questa dinamica.

A questo proposito, quale idea di globalizzazione ha la Cina?

È un progetto ancora in via di definizione, ma che si pone come base lo slogan della cosiddetta “win-win cooperation”, in diretta opposizione con una globalizzazione che avrebbe creato squilibri e sconfitti. Il fatto di puntare in primo luogo sulle infrastrutture è indice di voler avviare un processo di industrializzazione che abbia una ricaduta sul territorio e che quindi possa essere percepito in maniera benevola dalla popolazione locale. Questo intento però è ancora di là da realizzarsi e già si sono verificati contrasti per esempio in merito alla realizzazione del Mattala Rajapaksa International Airport nello Sri Lanka,che risulta pesantemente sottoutilizzato. Riuscire a promuovere una globalizzazione inclusiva è la sfida che dovrà affrontare la Cina nei prossimi decenni. In palio c’è lo sviluppo economico nazionale cinese che ha bisogno di delocalizzare per abbassare i costi e aumentare la produttività.

Come cambierà la politica estera cinese e quali ripercussioni per l’agenda globale?

È ancora presto per dirlo. Quello che si può registrare, però, è che ci sarà una crescente domanda cinese di stabilità nelle aree oggetto degli investimenti cinesi, Medio Oriente incluso. Sarà interessante capire quale strategia adotterà la Cina per garantire tale stabilità senza mettere in discussione i principi di non ingerenza e di non interferenza negli affari interni che costituiscono la base della politica estera cinese. Probabilmente osserveremo una graduale ascesa del coinvolgimento cinese negli scenari di crisi. Un primo banco di prova potrebbe essere costituito dalla ‘guerra fredda’ tra Iran e Arabia saudita, due paesi al centro della Belt and Road initiative. In tutto ciò, l’Italia dovrà prendere atto del fatto che la Cina è sempre più un partner politico e non solo economico: nel medio periodo si dovrà discutere con Pechino anche della sua idea di Mediterraneo.

 


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