Di Annalisa Perteghella

È morto lo scorso maggio a 78 anni Stanislav Petrov, tenente colonnello sovietico che la notte del 26 settembre 1983 era di servizio in un bunker alle porte di Mosca con il compito di monitorare i possibili missili in arrivo dagli Stati Uniti. Erano gli anni della Guerra fredda, quella vera, dell’Impero del male e dei bunker anti-atomici costruiti nelle maggiori città europee. Quella notte nel sistema si accese una luce rossa, segnale che un missile statunitense era in arrivo. In una manciata di secondi Petrov, che avrebbe dovuto trasmettere l’informazione ai piani superiori dai quali sarebbe poi partito l’ordine della rappresaglia, concluse che non poteva trattarsi di un vero allarme e si trattenne dal comunicarlo: la rappresaglia massiccia sovietica avrebbe certamente comportato il lancio (questa volta vero) dei missili statunitensi, con il risultato dell’Apocalisse nucleare. Petrov aveva ragione, il sistema era stato ingannato da riflessi di luce sulle nuvole, non c’era nessun missile statunitense in arrivo. Se Petrov non avesse dato retta al suo intuito di analista, se non avesse fatto emergere l’elemento umano nel sistema, le rigide logiche della burocrazia e della paranoia nucleare avrebbero prevalso, portando il mondo a un nuovo Olocausto. In quell’occasione dunque fu un uomo, un semplice ingranaggio nel sistema, a intervenire sull’arena anarchica degli Stati e scongiurare il rischio dell’irrimediabile. “Ero l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto” avrebbe poi dichiarato anni dopo, senza cercare di attribuirsi onori che, del resto, in patria non gli vennero mai tributati.

“Viviamo oggi in un mondo in cui il rischio di un conflitto nucleare torna dopo molti anni a essere alto”, così la portavoce del Comitato per il Nobel norvegese Berit Reiss-Andersen nel discorso di proclamazione del vincitore del Premio Nobel per la Pace 2017, assegnato alla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN).

Originatasi in Australia e lanciata ufficialmente a Vienna nel 2007, oggi l’ICAN opera dal suo quartier generale di Ginevra coordinando oltre 440 organizzazioni non governative basate in più di 100 paesi diversi. Una vera e propria coalizione globale che, grazie allo sforzo congiunto di milioni di persone, cerca di colmare il gap nel regime internazionale di non proliferazione nucleare. Lo scorso luglio, proprio grazie all’impegno dell’ICAN, la Conferenza delle Nazioni Unite ha approvato il Trattato sul divieto delle armi nucleari, raggiunto dopo negoziati durati quattro settimane a cui hanno partecipato le delegazioni provenienti da circa 140 paesi e dalla società civile. Il Trattato, poi adottato con il voto favorevole di 122 stati, un voto contrario (Paesi Bassi) e un astenuto (Singapore) è il primo accordo internazionale legalmente vincolante per la completa proibizione delle armi nucleari. Se infatti negli scorsi decenni la comunità internazionale ha sancito divieti contro le armi biologiche e chimiche, contro le mine antiuomo e contro le bombe a grappolo, le armi nucleari non erano ancora state oggetto di un trattato vincolante per gli Stati che vi avessero aderito.

Proprio il recente successo ottenuto a New York sconfessa in parte le critiche di chi ha giudicato l’attribuzione di questo Nobel come l’ennesima “premiazione delle intenzioni”, la celebrazione dell’idealismo che si manifesta in una buona causa ma che, in ultima analisi, non è in grado di produrre risultati concreti che modifichino il comportamento degli Stati. Una critica, questa, alla quale in parte ha risposto lo stesso Comitato per il Nobel, che sempre per mezzo della portavoce Reiss-Andersen ha ribadito che i depositari della decisione di sviluppare e utilizzare armi nucleari sono gli Stati, ed è pertanto rivolto a loro l’appello a dare seguito alle richieste della società civile. Tuttavia, l’assegnazione di questo Nobel rivela il riconoscimento del ruolo che la società civile può esercitare nel plasmare il vuoto politico nel quale si muovono gli Stati. È, in un certo senso, la risposta della scuola costruttivista delle Relazioni Internazionali alla ben più affermata tradizione hobbesiana-realista che vede il mondo caratterizzato da anarchia internazionale statocentrica e pessimismo antropologico.

Senza sconfinare nell’idealismo puro, si può quindi affermare che, se gli Stati detengono la decisione ultima, le azioni della società civile e dei movimenti transnazionali possono intervenire a rendere determinate decisioni più “costose” dal punto di vista della reputazione internazionale; un modo se non per eliminare, almeno per stemperare l’anarchia internazionale.

Se la proliferazione nucleare non si è mai davvero fermata nonostante i tentativi di regolamentazione, il premio all’ICAN e alla causa dell’eliminazione delle armi nucleari giunge in un momento in cui davvero il rischio dell’utilizzo delle armi nucleari torna a farsi sentire prepotentemente. Se le atmosfere kubrickiane da Dottor Stranamore sembravano oramai acqua passata, e la crisi dei missili di Cuba materiale chiuso nei libri di storia, il riaccendersi negli ultimi mesi della crisi del nucleare di PyongYang ha portato molti a interrogarsi sul rischio di una possibile deflagrazione nella penisola coreana. Una catastrofe che sarebbe possibile evitare grazie all’utilizzo del negoziato e dell’arma diplomatica, ma che rischia di finire fuori controllo a causa dell’irrigidirsi delle posizioni dei principali attori coinvolti — Nord Corea e Stati Uniti. Al pari, il premio alla causa dell’eliminazione delle armi nucleari giunge nel momento in cui gli Stati Uniti, o meglio il presidente Trump, si prepara contro il parere dei suoi stessi collaboratori a ripudiare l’intesa sul nucleare iraniano che a partire dal luglio 2015 ha fermato le centrifughe di Teheran, permettendo di scongiurare il rischio di proliferazione in Medio Oriente. Un accordo, quello tra Iran e P5+1, che sta funzionando, come certificato da otto rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e che se stracciato potrebbe portare a una ripresa delle attività nucleari da parte dell’Iran, con una significativa diminuzione della sicurezza collettiva.

La piccola storia di Stanislav Petrov, inserita nella Grande Storia degli eventi, è lì a ricordarci che gli esseri umani fanno la differenza, che non esiste solo la politica di potenza degli Stati che si muovono come gladiatori bendati sul ring internazionale. È per questo che il Premio Nobel di quest’anno è anche un po’ suo e di tutte le persone che dall’epoca della Guerra fredda a oggi sono scese in piazza, hanno fatto pressione, hanno scritto canzoni di denuncia e hanno agito in nome di una causa comune. Congratulazioni dunque all’ICAN e alle migliaia di persone che, nel loro piccolo, si muovono per modificare la Grande Storia cercando di sospingerla sui binari del bene comune.

 


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