Europa: di necessità, un’idea

Europa

“Se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia.” Si tratta di un vecchio proverbio, di attribuzione incerta.

Per alcuni affonda la sua origine nel folklore africano, altri lo associano a Che Guevara, c’è chi si spinge addirittura ad attribuirne la paternità a John Lennon.

Se c’è una personalità a cui però un aforisma del genere può davvero calzare a pennello questo è Jacques Delors.

Ministro delle Finanze sotto la presidenza Mitterand e Presidente della Commissione Europea dal 1985 al 1995, l’unico ad aver ricoperto tre mandati consecutivi al vertice dell’Istituzione comunitaria. Egli d’altronde è considerato uno dei padri nobili dell’Unione, a cui diede un apporto straordinario, partecipando agli eventi più significativi che hanno condotto all’Europa come la conosciamo oggi. Durante la prima commissione Portogallo e Spagna aderirono all’allora Comunità Economica Europea, ma fu durante il secondo mandato Delors che si è assistito ad alcuni passaggi cruciali: la Firma del Trattato di Maastricht e l’istituzione della vera e propria Unione Europea, così come la conosciamo oggi.

Se gli avvenimenti istituzionali che segnarono le commissioni Delors furono di enorme impatto, i cambiamenti storici e geopolitici con cui dovette confrontarsi l’allora Presidente furono epocali. Basti pensare che, quando Jacques Delors assunse il primo mandato, sul continente esistevano due Germanie: la Repubblica Federale Tedesca e la DDR. Quando nel 1995, al termine di un esercizio abbreviato per adeguarsi alle legislature del neo istituito Parlamento Europeo, egli lasciava Palazzo Berlaymont, di Germania ce ne era solo una.

Il muro di Berlino era crollato e il Comunismo Sovietico consegnato alle pagine della Storia.

Jacques Delors è stato l’uomo capace di rendere possibile il mercato unico, di dare forma all’Unione Europea, riuscendo a mediare anche fra le anime diverse che avrebbero dovuto comporre il mosaico comunitario.

Egli riuscì nell’impresa avendo ben saldo un concetto fondamentale: all’Europa unita doveva corrispondere un popolo europeo. L’Unione necessitava di un’idea di sè. Il discorso tenuto al Collège D’Europe nell’ottobre del 1989 – di lì a poco, il mese successivo, sarebbe caduto il Muro di Berlino- può essere considerato uno dei testi fondamentali per comprendere a fondo l’idea di Europa che immaginava Jacques Delors. Alla base di tutto vi era il “Big Think”. Un grande pensiero, lo stesso che aveva animato i padri fondatori dell’Unione. Esso non solo era sicuramente auspicabile, ma necessario.

La Storia, dice Delors, ha interesse infatti solo per i lungimiranti, per coloro che sono capaci di pensare in grande e con ciò di “prendere consapevolezza dei trend economici e geopolitici globali, delle correnti di pensiero e dei valori fondamentali che ispirano i nostri contemporanei”. Un’Europa che abbia quindi l’aspirazione di essere la realizzazione dello Zeitgeist, dello spirito del tempo.

Il discorso al Collegio Europeo è forse uno dei testi più significativi della contemporaneità: acuto, audace, visionario, a tratti avveniristico. L’Europa come attore geopolitico, non come un semplice forum economico. Un soggetto storico, carico di un’eredità comune da riscoprire, ma soprattutto da arricchire in futuro.

Geopoliticamente parlando non esiste differenza più marcata e importante fra attori che si considerano capaci di essere nella Storia e attori che declinano verso un’esistenza ai margini della stessa.

L’intuizione di Delors, di marciare a tappe forzate verso un Europa unita è primariamente infatti di carattere squisitamente geopolitico. Egli è consapevole che il continente europeo, dalla metà del XX secolo ha perduto sempre più la propria centralità. Un risveglio politico, capace di riaffermare a livello globale il patrimonio socio-culturale del Vecchio Continente è quindi innanzitutto una necessità: un concetto ricorrente nel pensiero di Delors, fondamentale ai fini di comprendere l’importanza del processo di integrazione europeo.

La condizione di necessità, da sola, non è però sufficiente: bisogna conciliare quest’ultima con l’idea, con la volontà politica. Se il mercato unico è infatti prima di tutto un’esigenza storica secondo Delors, realizzata anche a costo di una mediazione fra dottrine economiche divergenti, ciò su cui non bisogna compiere assolutamente alcun errore è lo spirito che deve guidare l’Unione, ancor più delle forme e delle strutture che necessita di darsi.

Una lezione, quella di un padre nobile dell’Europa Unita, più che mai attuale, a tratti avanguardistica, per i tempi in cui è stata pronunciata. L’Unione come mera composizione di vincoli e strutture economiche non ha ragione di esistere. Essa ha bisogno di identità.

Un’identità comune, come immaginata da Delors: fondata sulla comunanza delle leggi e delle regole, sulla condivisione del welfare e non sui particolarismi nazionali, sull’individualismo. Identità che si oppone all’identitarismo. Una grandezza collettiva a cui aspirare, piuttosto che un declino individuale a cui sopravvivere, magari a scapito del proprio vicino.

Un’Europa plurale, aperta, solidale, ma non per questo remissiva. Tutt’altro.

Un Unione che, proprio in virtù di valori collettivi ben saldi, possa essere un attore preminente nello scacchiere globale.

Non ci sono parole migliori per descrivere il senso della lezione di Delors che quelle con cui David Sassoli, che da poco ci ha lasciati, ha salutato il Parlamento Europeo in occasione dell’elezione a Presidente dell’Assemblea parlamentare comunitaria: “L’Europa non è un incidente della Storia”.

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