Il “blocco navale” della Meloni è una stupidata pazzesca

Giorgia Meloni è tornata a parlare di un “blocco navale” per porre fine all’immigrazione irregolare. E’ la principale proposta avanzata dalla Destra per la gestione di un problema che essa considera la più grande minaccia al nostro Paese (cosa già di per se’ bizzarra, considerate le minacce reali cui purtroppo l’Italia è esposta).

La proposta di Meloni merita di essere analizzata da un punto di vista militare. Estrapolando le varie dichiarazioni, ciò che viene proposto è una missione multidimensionale, con una componente aeronavale ed una terrestre.

Per quanto riguarda la prima, il “blocco navale” vero e proprio sarebbe un perimetro di pattugliamento da parte della Marina nelle acque antistanti “agli Stati del Nordafrica”, quindi presumibilmente alla Libia.

Questo blocco non potrebbe essere ne’ efficace e risolutorio, ne’ efficiente per arginare i flussi migratori. Innanzitutto, le dimensioni delle precarie imbarcazioni utilizzate nella traversata e le severe condizioni imposte dai trafficanti (partenze lontane dai porti, divieto di portare oggetti metallici a bordo per evadere i radar) rendono quasi impossibile un’intercettazione alla partenza o l’organizzazione della barriera marittima impenetrabile suggerita dalla Destra.

La proposta, inoltre, implica la mobilitazione di una quantità notevole di assetti aerei e navali. Si tratterebbe infatti di un’operazione ben più vasta dell’attuale operazione europea Irini (che mira “solo” ad attuare l’embargo ONU sulla fornitura di armamenti alle milizie libiche) e più simile alla precedente Sophia, le cui risorse erano comunque gia’ molto risicate rispetto al compito assegnatale. Tutto il suo peso, per di più, ricadrebbe sulla nostra Marina Militare: sarebbe infatti difficile trovare alleati disposti a schierare le proprie limitate risorse per sostenere un “blocco navale” rispondente unicamente ad una necessità del governo italiano. La necessità di utilizzare numerosi assetti italiani per il “blocco” distoglierebbe risorse da altre missioni in aree comunque prioritarie per l’interesse nazionale, dallo stretto di Hormuz alla protezione delle nostre coste da un’altra visita della marina russa.

Per quanto riguarda la componente terrestre della proposta, si prevede l’istituzione “in territorio africano di hotspot gestiti insieme all’Unione europea, dove vagliare le richieste di asilo e distinguere chi ha diritto alla protezione internazionale da chi quel diritto non lo ha”. In questo frangente diamo per buona l’idea che, nonostante le esperienze di Lesbos e delle prigioni libiche, sia possibile costruire dei campi di filtrazione fuori dalla giurisdizione diretta degli Stati europei senza rischiare alcuna violazione dei diritti umani. Se Meloni è seria sul controllo europeo di questi hotspot, allora si presume che essi dovrebbero almeno prevedere la presenza di personale italiano o Ue, e di conseguenza anche una sicurezza abbastanza robusta.

Si potrebbero trarre degli insegnamenti dall’esperienza del contingente italiano in Libia, schierato a protezione dell’ospedale da campo di Misurata. Qui, i 200 soldati italiani sono regolarmente vessati dalle milizie della città e i loro alleati turchi; sono sottoposti a uno stato di quasi assedio, con grossi problemi a ogni avvicendamento ed essenzialmente bloccati in pieno territorio ostile.  Non ci sono elementi per presumere che un qualsiasi accordo con i potentati nelle zone in cui andrebbero costruiti gli hotspot sarebbe né duraturo né rispettato senza un importante schieramento militare. Come minimo, sarebbe necessario un contingente analogo o maggiore a quello inquadrato in Unifil (1.000 militari, 127 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei), e questo per ogni hotspot di medie dimensioni e con massicce difese antiaeree, anti-drone e anti-mortaio. Oltre che distogliere i nostri soldati da altre missioni, sarebbe inoltre necessaria la volontà di rischiare la vita dei nostri soldati nel mezzo di una guerra civile. Non avrebbero alcun controllo sulle vicende libiche e mancherebbe un quadro politico che permetta di mettere in sicurezza le basi. A differenza di una missione di interposizione Onu, la messa in sicurezza delle zone per perseguire un interesse europeo renderebbe il rapporto con gli attori politici locali antagonistici, come è successo in Mali e parzialmente in Niger.

Insomma, una soluzione militare richiederebbe come minimo un intervento molto muscolare da parte delle Forze Armate italiane, che potrebbero trovarsi obbligate a fare uso della forza in un contesto in cui sarebbe facilissimo coinvolgere su civili inermi. Un blocco militare è un atto di guerra contro un nemico, e come tale è pensato affinché sia implementato tramite l’uso delle armi. Coinvolgerebbe direttamente le nostre Forze Armate nei crimini commessi su suolo libico, ed è per questo che nessuna proposta avanzata dalla Commissione europea – né oggi né nel 2017, nonostante quello che afferma Meloni  – ha mai previsto una soluzione militare. Una tale politica sarebbe quindi un’iniziativa unilaterale di Roma che ci isolerebbe sul fronte europeo per quello che riguarda la politica migratoria, come quando nel 2019 la politica dei porti chiusi provocò frizioni fra europei e il ritiro di assetti europei dalla missione Sophia. Unita alle proposte di leva obbligatoria ed al disinteresse per una seria politica di sviluppo per il Mediterraneo, la proposta di “blocco navale” in Libia rende difficile credere ad una Destra seria, alfiere di politiche responsabili.

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