Le settimane drammatiche del picco della pandemia hanno impresso nei nostri occhi le immagini dell’emergenza sanitaria e le inevitabili ricadute economiche aggravate non solo dal lockdown, ma anche dalla lentezza e dalla difficoltà di garantire a tutti l’aiuto promesso dallo Stato, primariamente la Cassa Integrazione in deroga.

Problemi che hanno accentuato la necessità di mettere ordine nella complicata sfera degli ammortizzatori sociali, privilegiando – finalmente – il reinserimento dei lavoratori nel mercato del lavoro e non solo la conservazione del loro reddito.

E quale il momento migliore per ripensare gli strumenti di protezione e le politiche attive se non questo, nel quale si progetta il rilancio dell’Italia?

Com’è noto, nei prossimi mesi si metteranno in cantiere una serie di riforme strutturali  da portare ai tavoli europei nel quadro del programma Next Generation Eu.

Nel delineare le linee guida al Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza, il Governo ha indicato riforme e interventi da adottare per il mercato del lavoro che avranno l’obiettivo di rilanciare l’occupazione, investire nella formazione e uniformare gli strumenti di sostegno al reddito.

Lasciando da parte questioni meramente fiscali che riguardano la riduzione del cuneo e la decontribuzione, in questa analisi sarà posta l’attenzione sugli interventi necessari per riformare la galassia degli ammortizzatori sociali e rendere più incisive e concrete le politiche attive del lavoro.

Per quanto concerne gli strumenti di sostegno al reddito, acclarato il bisogno di continuare a garantire un reddito ai lavoratori in difficoltà nei prossimi mesi ( anche grazie a SURE), un cantiere per la riforma degli ammortizzatori sociali è già in piedi al Ministero del Lavoro e dovrebbe portare alla tanto attesa riforma degli ammortizzatori sociali e alla nascita di una misura universale di sostegno al reddito. Ma con una novità, o meglio, con un diverso approccio, necessario e non più differibile: il nuovo ammortizzatore sociale mira a un’orizzonte più ampio, ovvero accompagnare il lavoratore nel reinserimento lavorativo attraverso un’ ampliamento delle sue competenze.

L’obiettivo è superare la storica tendenza italiana che porta unicamente a proteggere il reddito del lavoratore e la conservazione del posto  (vedi Naspi, Cassa integrazione e Mobilità) e studiare forme di reinserimento nel mercato del lavoro più incisive, forme che portino il lavoratore ad utilizzare il tempo di disoccupazione o Cassa Integrazione per formarsi e trovare altre opportunità lavorative.

Essenziale è creare un percorso che accompagni il lavoratore nelle varie fasi, dalla perdita del lavoro alla scelta di un percorso formativo per riqualificarsi e alla ricerca di una nuova occupazione. Percorso che – oltre a considerare il bagaglio di conoscenze e esperienze del lavoratore – lo porti a misurarsi con le nuove professionalità ed esigenze del mercato, in una vera correlazione tra politiche passive e attive.

Le proposte del Ministro del lavoro Catalfo prevedono già dal Decreto Rilancio alcune misure che vanno i questa direzione, come l’istituzione del Fondo nuove competenze, un fondo che permetterà ad alcuni lavoratori di ridurre l’orario di lavoro e frequentare corsi di formazione senza perdere parte della retribuzione.

Ma non è sufficiente, non nel contesto che ci attende e non nel momento di programmare con uno sguardo lungimirante e a lungo termine il paese che verrà.

La fine del blocco dei licenziamenti a fine anno, ci metterà di fronte a una crisi sociale e occupazionale drammatica.

Occorrerà continuare a garantire il sostegno al reddito dei lavoratori che perderanno il loro lavoro ma anche cambiare la mentalità italiana che predilige l’assistenza e la protezione senza nessuna forma di riqualificazione e reinserimento grazie a politiche attive incisive.

E qui, nel quadro delle riforme necessarie per studiare il rilancio del paese, un ripensamento delle Politiche attive è essenziale. Inquadrate nella Strategia Europea per l’Occupazione, gli interventi di Politiche attive in Italia non brillano per performance.

L’esperienza del Reddito di cittadinanza, con circa il 2% di beneficiari che ha trovato un impiego lo testimonia. Centri per l’Impiego che non funzionano, poca sinergia tra Agenzie regionali, Enti formatori e aziende, difficoltà a incrociare domanda e offerta di lavoro. Quando il lavoro c’è..

Ed è questo il tasto dolente.

I prossimi mesi ci consegneranno una realtà difficile, con migliaia di persone che avranno perso il lavoro, un lavoro che non tornerà più nelle forme pre-Covid.

In quel momento bisognerà farsi trovare preparati e sarà fondamentale investire sulla formazione  creando nuove figure professionali, non solo riqualificando quei lavoratori che hanno perso il lavoro a causa della pandemia, ma andando a cercare le persone escluse dal mercato già da tempo (donne – soprattutto al sud, e over 50)  per avvicinarle alle nuove opportunità che gli investimenti pubblici offriranno nel settore dell’economia circolare, del turismo sostenibile, dell’agricoltura e del digitale, mettendo in piedi progetti e sinergie tra comuni, enti di formazione e aziende.

In quest’ottica, il  Next Generation Eu ci offre una chance storica per pensare e formare nuove professionalità da inserire nei progetti di rilancio della nostra economia.


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