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	<title>Cinzia Bianco, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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		<title>L’Unione Europea pronta a difendere l’accordo con l’Iran, anche da Donald Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Bianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Aug 2017 21:19:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Cinzia Bianco Sin dall’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump, l’Europa e gli Stati Uniti hanno intrapreso&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Cinzia Bianco</em></p>
<p>Sin dall’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump, l’Europa e gli Stati Uniti hanno intrapreso strade sempre più diverse nella gestione del rapporto con l’Iran. Già durante la sua campagna presidenziale, Trump aveva attaccato l’accordo sul nucleare firmato a luglio 2015 tra i cinque membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’Iran, con la mediazione dell’Unione Europea.</p>
<p>Considerato tra i primi successi della diplomazia europea, l’accordo corona tentativi di negoziazione che gli Europei hanno guidato almeno sin dall’inizio degli anni 2000, quando l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha scoperto un programma clandestino di arricchimento dell’uranio nella Repubblica Islamica. Il ruolo fondamentale degli europei è sempre stato incoraggiato, tra le altre cose, dal fattore fondamentale dei significativi interessi economico-commerciali ed energetici esistenti tra Europa e Iran.  Proprio quegli interessi erano stati pesantemente danneggiati dal regime sanzionatorio internazionale imposto nel 2009 e, soprattutto, dal suo rinvigorimento nel 2012. Il potenziale rappresentato dalla ripresa delle relazioni dopo-sanzioni è considerato, dunque, estremamente significativo. Per l’Italia, ad esempio, l’Iran rappresenta un mercato interessante sotto diversi aspetti, e già negli ultimi due anni sono stati firmati accordi per un valore di 20 miliardi di euro di joint venture nell’industria pesante, quella automobilistica, energetica, infrastrutturale.</p>
<p>Per andare incontro a questo potenziale, l’Unione Europea è rimasta alla guida degli sforzi per l’implementazione dell’accordo nucleare e il ritiro delle sanzioni, con scambi di visite storiche tra Capi di Stato e funzionari dell’UE, missioni commerciali e un notevole impegno nei singoli paesi europei per stimolare nuove opportunità. Nonostante l’interesse di molte aziende europee, lo sviluppo di una più stretta cooperazione con l’Iran è rimasto limitato da sanzioni statunitensi che rimangono sul sistema missilistico iraniano e dall’esitazione degli istituti finanziari con forti legami negli Stati Uniti, che considerano ancora troppo rischioso assicurare o fornire capitali per fare affari con la Repubblica Islamica. Nonostante ciò, aziende tedesche, francesi e italiane  hanno investito in settori come quello energetico, infrastrutturale e dell’industria pesante. Il consorzio francese che si occupa della produzione di Peugeot e Citroen ha recentemente dichiarato che le proprie vendite sono triplicate in Medio Oriente e in Africa nella prima metà dell’anno grazie alle nuove produzioni in Iran. A giugno il colosso energetico francese Total ha firmato un importante accordo sul gas, del valore di circa 5 miliardi di dollari. Il progetto, che coinvolge anche la compagnia cinese National Petroleum e l’iraniana Petropars, punta a sviluppare i giacimenti meridionali iraniani di gas di South Pars, il tutto concordato con un contratto ventennale. Si tratta del primo grande contratto energetico tra l’Iran e una compagnia energetica europea che, per quanto deludente rispetto alle aspettative del 2015, rappresenta un passo importante che ribadisce come l’Europa stia andando in una direzione opposta rispetto agli Stati Uniti sul dossier Iran.</p>
<p>Nel circolo della Casa Bianca, l’accordo negoziato dall’ex Presidente Barack Obama è sempre più giudicato come una dimostrazione di debolezza nei confronti di un paese considerato una minaccia per gli interessi americani e la stabilità regionale. Influenti membri dell’attuale amministrazione USA spingono per sanzioni più dure contro Teheran, e, ogni 90 giorni, quando l’amministrazione deve fare una verifica sul rispetto dell’accordo nucleare da parte iraniana, fanno trapelare la loro contrarietà. Fonti statunitensi hanno confermato che l’intenzione di indebolire l’accordo sia condivisa nei circoli intorno a Trump e che entro ottobre l’amministrazione rilascerà gli esiti di una sue ri-valutazione dello stesso. Lo stesso Presidente ha inoltre costruito stretti rapporti di alleanza con le monarchie arabe del Golfo e, soprattutto, con l’Arabia Saudita, competitor geopolitico dell’Iran.</p>
<p>Insomma la distanza non potrebbe essere maggiore tra le due sponde dell’Atlantico. Gli Europei hanno intrapreso il sentiero della riconciliazione, mentre gli Stati Uniti prevedono una politica di isolamento e contenimento. Inoltre, sembra che gli Europei siano intenzionati ad andare avanti nonostante i dubbi dell’amministrazione USA. Pur mantenendo una posizione di compromesso e tentando di trattenere gli Stati Uniti sulle stesse posizioni, gli Europei puntano anche a dimostrare che in presenza di un’opposizione USA considerata irragionevole, saranno costretti ad andare avanti in opposizione a Washington. Notevole è stato ad esempio che, nell’arco di una settimana, l’ultima di luglio, gli Stati Uniti abbiano approvato nuove sanzioni contro l’Iran, spingendo il governo iraniano ad accusarli di aver violato l’accordo sul nucleare, e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha annunciato che sarà presente alla cerimonia di insediamento di Hassan Rouhani.</p>
<p>Anche Russia e Cina  hanno, in questi due anni, rafforzato la loro cooperazione, già importante con l’Iran: mentre la Russia è saldamente nel campo iraniano in Siria, la Cina è interessata all’Iran sia come fonte energetica che come snodo strategico nei suoi progetti commerciali di una nuova ‘Via della Seta’. In caso la Casa Bianca decida di spingere per una rinegoziazione dell’accordo o per inserire nuove sanzioni internazionali, insomma, si troverebbe importanti difficoltà a coinvolgere gli altri firmatari.</p>
<p>Tra i punti più interessanti dell’approccio europeo all’Iran è che l’attuale leadership dell’Unione Europea ha più volte dichiarato apertamente che vede Teheran non solo come un partner economico, ma anche, potenzialmente, come un partner politico che potrebbe contribuire alla stabilità del Medio Oriente. L’idea, espressa anche dall’ex Presidente Obama pubblicamente, è contribuire all’emergere di un equilibrio di potenza in Medio Oriente in cui i leader regionali mantengano sfere di influenza senza che questo sfoci in guerre per procura. Un’idea dal grande potenziale, che poteva essere spinta dal momentum dell’accordo, tra il 2013 e il 2015, e che però si è trasformata piuttosto in un’utopia con l’emergere di leader globali e regionali fortemente e ideologicamente anti-iraniani.</p>
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		<title>La rianimazione del mercato petrolifero al tempo dell’anarchia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Bianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2016 13:50:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Opec]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo un intenso negoziato, alti e bassi, e aver quasi sfiorato la “morte istituzionale”, l’OPEC ha trovato un&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo un intenso negoziato, alti e bassi, e aver quasi sfiorato la “morte istituzionale”, l’<strong>OPEC</strong> ha trovato un accordo per il taglio della produzione di greggio per 1,2 milioni di barili al giorno. Un taglio temporaneo, che dovrebbe entrare in vigore a Gennaio e durare per sei mesi.</p>
<p>L’ accordo è stato spinto soprattutto dall’ <strong>Arabia Saudita</strong>, la quale aveva determinato il ribasso nel 2014, rifiutando di tagliare la produzione nonostante la domanda di greggio fosse crollata a livello globale, e l’offerta aumentata per l’entrata sul mercato dello shale oil dal Nord America. Il rifiuto allora era stato ricondotto a ragioni economiche, tagliare la produzione avrebbe significato perdere fette di mercato a favore dello shale, e geopolitiche, poiché i prezzi bassi avrebbero colpito l’arcirivale iraniano e il competitor geopolitico russo. La strategia però si è dimostrata fallimentare, poiché i produttori del costoso shale hanno resistito all’ondata di prezzi bassi, mentre <strong>Russia</strong> e <strong>Iran</strong> sono riusciti a portare avanti le avventure geopolitiche nonostante le pressioni finanziarie.</p>
<p>Nel frattempo la strategia di politica economica saudita Vision 2030, un ambizioso piano di investimenti nell’economia non-oil, su cui si gioca molta della credibilità del Vice Principe Ereditario Mohammad bin Salman fatica ad ingranare e sembra necessitare di un’infusione di contanti. Nel frattempo Riyad ha accumulato un deficit tra i più alti di sempre. Insomma quella che era una strategia d’attacco di Riyad ha finito per scatenare un piano di auto-difesa. La ripartizione delle quote dimostra questo fallimento. Riyad dovrà farsi carico del maggior taglio della produzione – circa 500 mila barili al giorno. La riduzione chiesta all’Iran, invece, è simbolica, e si tratta più che altro di un congelamento. Ed in ogni caso, vista la lentezza con cui si muove l’implementazione dell’accordo sul nucleare, che a sua volta ingolfa gli investimenti verso il paese, quanto maggiore poteva essere la capacità di produzione iraniana?</p>
<p>L’efficacia dell’accordo sarà misurata dall’entità del rialzo dei prezzi previsto per i prossimi mesi: l’annuncio è stato sufficiente a provocare un rialzo dei prezzi del 9%, ma il vero obiettivo, per i sauditi, sarebbe sfondare la soglia dei 65 dollari al barile. Le speranze sono tutte su Gennaio quando l’accordo dovrebbe essere del tutto implementato.</p>
<p>Dovrebbe, perché, a dirla tutta, le incognite non mancano. La principale incognita è costituita dalla Russia, che, secondo l’accordo, dovrebbe tagliare circa 300,000 barili al giorno. La Russia, paese non membro dell’OPEC, ha dichiarato un appoggio condizionale all’accordo, con una voluta ambiguità. Una delle condizioni russe sarebbe ricevere sufficienti garanzie sulla volontà e capacità saudita di mantenere la coesione dell’OPEC sui termini dell’intesa. I sauditi sembrerebbero fortemente intenzionati a garantire il successo dell’accordo, ma la tentazione per altri paesi di pompare più greggio nel mercato rimane forte. Molti paesi produttori avrebbero ragioni per voler approfittare di prezzi migliori. Il Venezuela è al collasso, la Libia e l’Iraq fanno affidamento sui proventi dell’industria energetica per la ricostruzione di interi pezzi dei loro paesi. La stessa Russia è impegnata in costose operazioni militari e avventure geopolitiche in Medio Oriente. Il caso russo è particolarmente problematico poiché il fatto che la maggior parte della commercializzazione avvenga tramite oleodotti e non per via marittima, rende più difficile verificare che gli accordi vengano rispettati. La seconda incognita è relativa al ritorno sul mercato di una parte della produzione shale degli Stati Uniti mantenuta dormiente dal calo dei prezzi. Se l’offerta energetica statunitense dovesse risvegliarsi, magari sostenuta da un nuovo governo a cui sono cari gli interessi dell’industria energetica americana, questo metterà di fatto un tetto ai prezzi del petrolio. I sauditi avranno perso quote di mercato senza giungere ad un prezzo soddisfacente. Ebbene quest’accordo avrà pure rianimato l’OPEC, ma per quanto sarà in grado di tenerla in vita, resta tutto da vedere.</p>
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