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	<title>Davide Corazzini, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Davide Corazzini, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>Notizie False e Guerra Ibrida</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Corazzini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jan 2017 10:12:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[Fakenews]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La diffusione di internet su scala globale ha permesso di aumentare in maniera talmente sensibile la quantità e la qualità delle <strong>informazioni</strong> da risultare rivoluzionaria in quasi tutti i settori della vita umana, dalla politica all’economia.</p>
<p>Se l’economia è uno dei settori che ha risentito maggiormente dell’avvento della società dell’informazione, anche il settore della difesa ne è stato profondamente influenzato. Nato in ambienti <strong>militari</strong> come mezzo di comunicazione in caso di emergenza, internet è entrato in maniera organica nella dottrina militare statunitense già negli anni ’90 con la cosiddetta “Revolution in Military Affairs”, che ha teorizzato e sistematizzato l’informatizzazione dello strumento militare, ormai net-centrico nella fase di raccolta ed elaborazione dei dati sensibili, nonché razionale e discrezionale nell’attività di “targeting”.</p>
<p>Fatta questa premessa, non possiamo non notare come in campo strategico il contesto attuale sia comunque caratterizzato da un’enorme sproporzione tecnologica e dottrinale tra i paesi <strong>NATO</strong> (e in particolare gli Stati Uniti) e quelli che possono essere considerati i loro principali avversari di portata strategica, cioè Russia e Cina. Infatti, al netto delle politiche di ammodernamento attualmente in corso a Mosca e a Pechino, nonché della capacità di esprimere una volontà politica tale da sostenere un intervento militare prolungato di tipo convenzionale, il divario tra Occidente ed Oriente rimane talmente grande da poter essere efficacemente colmato solamente attraverso modalità di ingaggio non convenzionali, che si esplichino spesso in maniera preventiva e su una moltitudine di piani, da quello militare a quello politico, passando per la dimensione <strong>informatica</strong> e comunicativa.</p>
<p>È pertanto in questo quadro di riferimento che andrebbe inserito e interpretato, almeno da un punto di vista puramente strategico, l’attuale dibattito sugli effetti politici di quelle che vengono ritenute, da più fonti, vere e proprie campagne di <strong>disinformazione</strong> sul <strong>web</strong> e che tanto sembrano preoccupare le cancellerie occidentali, specialmente dopo il per certi versi sorprendente risultato delle recentissime elezioni presidenziali negli Stati Uniti.</p>
<p>Infatti secondo numerosi osservatori, per altro trasversali allo spettro politico, tale risultato non sarebbe stato possibile se prima non fosse stato preceduto da quella che viene considerata una vera e propria campagna di disinformazione, non solo montata ad arte dal candidato poi risultato vincitore, ma apparentemente alimentata da una serie di rivelazioni che sarebbero state addirittura estratte grazie all’operato di ambienti informatici clandestini vicini ai servizi segreti russi. Queste informazioni, dal grado di effettiva sensibilità oggettivamente molto variabile, ma comunque politicamente imbarazzanti, sarebbero state messe successivamente a disposizione dei media attraverso portali online solamente in apparenza neutri, al fine di creare un clima ostile all’affermazione del candidato inizialmente dato per vincente e maggiormente suscettibile di continuare quel progetto economico e politico che – bene o male – va avanti dalla fine della guerra fredda e che, di fatto, è spesso risultato ostile agli interessi di un Paese come la Russia.</p>
<p>Ovviamente, l’apparente capacità russa di creare e diffondere contenuti dal grande potenziale virale, sia offline che online, sarebbe ben poca cosa se non facesse leva su una debolezza intrinseca dell’Occidente di oggi, sempre più impoverito da una <strong>globalizzazione</strong> economica che ha spostato in Asia il proprio centro di gravità e sempre più impaurito di fronte ad un fenomeno migratorio visto come incontrollato e incontrollabile. È quindi in questo scenario di profonda inquietudine che agisce la narrativa cosiddetta “populista”, la quale, servendosi anche degli strumenti tipici della “<strong>disinformatia</strong>”, mira a orientare il dibattito pubblico e a offrire una realtà delle cose il più aderente possibile a quello che viene ritenuto essere l’idem sentire dell’<strong>opinione pubblica</strong>, in opposizione a quella che, a torto o ragione, viene ormai percepita come una élite colta, ricca e cosmopolita, ormai distaccata dalla realtà.</p>
<p>Il tema della disinformazione appare tra l’altro strettamente legato a quello della sicurezza informatica ed entrambe le questioni, alla luce degli ultimi accadimenti, risultano peraltro estremamente attuali. Se è vero, come sembra, che l’apparentemente stato confusionale delle nostre opinioni pubbliche può essere imputato anche a cause non strettamente oggettive, ma frutto di una manipolazione artatamente condotta dall’esterno, risulta allora di primaria importanza poter difendere i propri assetti politici ed economici dall’azione malevola di agenti ostili ai nostri interessi.</p>
<p>Poiché ormai la dimensione <strong>cyber</strong> costituisce a tutti gli effetti la “quinta dimensione” dei moderni conflitti armati (dopo terra, mare, aria e spazio), i principali Paesi del mondo stanno dedicando sempre più risorse, sia umane che economiche, a uno sviluppo tecnologico e dottrinario che consenta di incrementare le proprie capacità di attacco e difesa in ambiente informatico.</p>
<p>Di fronte all’evenienza che paesi stranieri dalle agende politiche potenzialmente confliggenti con le nostre possano, di fatto influenza in maniera determinante l’esito delle prossime tornate elettorali europee, diventa quindi di particolare attualità l’esigenza di razionalizzare e modernizzare l’impianto di <strong>cybersecurity</strong> del nostro paese, ovviamente in linea con le migliori pratiche dei nostri alleati, attuando possibilmente, a livello nazionale, quella centralizzazione delle attività di coordinamento e controllo che da più parti viene auspicata come necessaria a garantire la sicurezza e la competitività del nostro sistema politico ed economico nazionale, specialmente in una fase storica che sta vedendo la rapida affermazione dell’interconnessione totale tra gli oggetti del vivere quotidiano (<strong>IoT – Internet of Things</strong>).</p>
<p>Tutto ciò pone ovviamente degli interrogativi in particolare a un paese come il nostro, peraltro perennemente in bilico tra una solida e incrollabile fede nell’alleanza euro-atlantica e la necessità di differenziare le proprie relazioni politiche ed economiche, spesso guardando a est, per compensare un quadro continentale e/o atlantico non sempre particolarmente benevolo.</p>
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		<title>Se la NATO torna (finalmente) nel Mediterraneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Corazzini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2016 15:22:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è finalmente fatta strada, nella NATO, una maggiore consapevolezza dell’importanza di un approccio olistico nei confronti delle&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si è finalmente fatta strada, nella NATO, una maggiore consapevolezza dell’importanza di un approccio olistico nei confronti delle sfide che attualmente impegnano l’Alleanza Atlantica, rispettivamente nel fronte orientale e in quello meridionale.</p>
<p>Per lungo tempo i due ambiti geopolitici sono rimasti separati, sia dal punto di vista concettuale che da quello operativo. Coerentemente con la propria tradizionale impostazione nonché in ossequio ad una valutazione dal forte connotato politico circa la strategicità di una minaccia rispetto ad un’altra, la NATO aveva finora privilegiato la gestione del fronte orientale e del complesso rapporto con Mosca. Questo approccio, alla lunga, ha rischiato di avere conseguenze negative sul piano della coesione interna dell’Europa, all’interno della quale esistono sensibilità geopolitiche e necessità strategiche contrastanti. Se i paesi baltici ed est-europei, memori del periodo sovietico, hanno sempre fortemente insistito sul contenimento della Russia, per paesi come Italia, Spagna o Grecia la sicurezza del Mediterraneo è di fondamentale importanza. Membri come Francia e Germania, d’altro canto, hanno posizioni geografiche intermedie, che si traducono in posizioni politiche maggiormente sfumate e, pur con accenti diversi, di fatto tendenti al compromesso.</p>
<p>E’ in questo quadro che, al vertice di Varsavia del luglio 2016, anche grazie all’insistenza italiana, la NATO ha annunciato un significativo cambio di rotta, che dovrebbe riequilibrare dal punto di vista geografico l’impegno a favore della stabilità e della sicurezza dell’Alleanza.</p>
<p>Il nuovo corso, seppur per ora solamente accennato, dovrebbe trovare concreta attuazione in un rafforzamento del supporto alle operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina già attive nel Mediterraneo centrale, fornendo, su richiesta dell’Unione Europea e in accordo con le autorità libiche, supporto logistico, capacità di intelligence, ricognizione e sorveglianza alla missione europea EUNAVFOR MED. Attiva dal maggio 2015, questa ha il compito di combattere scafisti e trafficanti di essere umani, di addestrare la Guardia Costiera e la Marina libiche nonché di garantire l’applicazione dell’embargo ONU sulle armi dirette in Libia. L’iniziativa NATO nelle acque tra l’Italia e la Libia, che si concretizzerà con una missione che dovrebbe chiamarsi Sea Guardian, dovrebbe quindi fare il paio con la missione navale lanciata dalla NATO nel febbraio 2016 insieme all’Agenzia Frontex dell’Unione Europea e finalizzata al monitoraggio e al contrasto del traffico di clandestini nel Mar Egeo, tra Turchia e Grecia. Sea Guardian sostituirà la storica Active Endeavour, già attiva nel Mar Mediterraneo dal 2001 in attività di contrasto al terrorismo internazionale.</p>
<p>E’ ovvio che il coinvolgimento della NATO nel Mediterraneo centrale potrà risultare tanto più efficace quanto più potrà interfacciarsi, sul suolo libico, con una controparte statale stabile, come avviene nel Mar Egeo con le autorità turche. Il riconoscimento del governo di Tripoli come unico interlocutore legittimo della NATO, inoltre, potrebbe propiziare un impegno dell’Alleanza Atlantica nella formazione delle istituzioni militari libiche, auspicabilmente nel quadro di una partnership di lungo periodo all’interno del Dialogo Mediterraneo (un meccanismo multilaterale già operativo di cui fanno parte Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia).</p>
<p>In questo quadro risulta chiara l’opportunità per l’Alleanza Atlantica di investire maggiormente in iniziative di cooperazione bilaterale che, attraverso programmi di Defence Capacity Building, irrobustiscano le forze armate e di sicurezza dei paesi del quadrante sud-orientale del Mediterraneo. L’obiettivo ultimo, infatti, è di accrescere la capacità di contrasto delle autorità locali, al fine di prevenire quei fenomeni di destabilizzazione politica che, fino ad ora, hanno il più delle volte generato profonde crisi di tipo migratorio o terroristico, le quali, per via di una naturale vicinanza geografica, non hanno potuto che riverberarsi sul territorio europeo. La ratio ultima è quella di una prevenzione che sia volta ad evitare un successivo coinvolgimento diretto, che  avrebbe costi ben più gravose dal punto di vista militare, politico e umano.</p>
<p>Gli spazi per un ruolo più incisivo da parte dell’Alleanza Atlantica nel Mediterraneo, che faccia leva su cooperazione e interoperabilità militare, ci sono tutti. Sta ad un paese come l’Italia, in quanto esponente di punta del “pacchetto di mischia” mediterraneo, impegnarsi per favorire una risoluzione del quadro politico regionale, anche attraverso un confronto sincero, ai limiti della schiettezza, con i propri alleati e, in particolare, con quelli che hanno esercitato da sempre una certa influenza in Africa settentrionale. E’ solo nel quadro di un chiarimento autonomo della situazione libica, infatti, che potrà effettivamente dispiegarsi un dispositivo NATO chiaro ed efficace.</p>
<p>Con pazienza e risolutezza, forte di uno standing morale che attualmente pochi paesi possono vantare, l’Italia potrà quindi contribuire a riequilibrare le posizioni fra i membri dell’Alleanza Atlantica, verso una visione d’insieme che valorizzi la storica coesione della NATO. Se lo vorrà, il nostro Paese potrà svolgere questo ruolo di mediazione politica per almeno tre ragioni: una tradizionale e consolidata postura euro-atlantica; un costante impegno in molteplici missioni multilaterali di supporto alla pace e alla stabilità (anche in aree lontane dalla propria tradizionale sfera d’azione); una capacità marcata, da sempre, di interloquire sia con Washington che con Mosca. Sta al nostro Paese far valere le proprie ragioni, con coraggio e determinazione, in nome di quello che, in altri tempi, si sarebbe benissimo potuto chiamare “interesse nazionale”.</p>
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