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	<title>Lia Quartapelle, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Lia Quartapelle, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>Lo sforzo del PD all’opposizione per l&#8217;intera sinistra europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lia Quartapelle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 14:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Lia Quartapelle Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 sono state le ultime in ordine di tempo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Lia Quartapelle</em></p>
<p>Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 sono state le ultime in ordine di tempo a chiudere <strong>il grande ciclo di consultazioni politiche europee</strong>, iniziato a giugno del 2016 con il voto sulla Brexit, proseguite con le elezioni in Spagna, Olanda, Francia, Germania, Austria. Sono state tutte elezioni nelle quali il fattore dell’integrazione europea ha giocato un ruolo: in ciascuna di queste tornate le forze politiche si sono confrontate sui temi dell’apertura e della chiusura, sull’efficacia dell’europeismo o al contrario sui meriti del nazionalismo.</p>
<p>Il risultato elettorale italiano ha punti in comune con alcune di esse.</p>
<p>Anche in Italia, le forze che appartengono alle famiglie tradizionali della politica europea (i popolari e i socialisti) hanno perso consenso, proprio a favore di <strong>partiti anti-sistema</strong>, di forze che sanno esprimere in modo più efficace con metodi nuovi (soprattutto utilizzando i social media) la richiesta di cambiamento espressa dai cittadini.  Come in Spagna di fronte a Ciudadanos e Podemos, come in Francia di fronte a En Marche! alla France Insoumise e al Front National, i partiti tradizionali si trovano in una crisi di orizzonte: come continuare a difendere il sistema liberale, di economia capitalista, nel quale viviamo di fronte a nuovi bisogni e nuove sfide. Si tratta di un compito difficile, che interroga in particolare le varie formazioni della sinistra. E il <strong>salto in avanti compiuto dieci anni fa dalla sinistra italiana con la fondazione del PD</strong> non è stato abbastanza per porre il nostro partito al riparo da questa crisi di senso e missione che attanaglia le forze progressiste occidentali e che rischia di portare a un punto di  non ritorno forze come il PS francese o il PVdA olandese o il PSOE spagnolo.</p>
<p>Anche in Italia, come in Germania, le forze di governo hanno perso punti, soprattutto per la valutazione che è stata data dall’elettorato della <strong>questione immigrazione</strong>. In Germania CDU-CSU e SPD perdono complessivamente più di 14 punti, in Italia il PD ne perde quasi 8 mentre l’alleato di governo NCD non si presenta neanche alle elezioni.</p>
<p>Infine, anche in Italia, come in Austria e in Olanda assistiamo a una<strong> radicalizzazione della destra</strong>: la destra moderata di Forza Italia cede quasi 8 punti all’opzione più decisa della Lega di Salvini e diventa stampella e mortalmente insidiata da una forza razzista, anti-UE, filo-russa, sovranista.</p>
<p>Come in Spagna, in Olanda e in Germania anche in Italia si prospetta un periodo di mesi per riuscire a formare un nuovo governo perché l’affermarsi di opzioni populiste sta rendendo più<strong> complicato il definirsi di un accordo politico</strong>.</p>
<p>La differenza tra le altre elezioni europee e il risultato italiano è che tutte le tendenze più drammatiche delle elezioni degli altri paesi europei si sono manifestate in Italia allo stesso tempo. Unite con un sistema istituzionale che non permette di premiare le opzioni più moderate, come avviene con il secondo turno in Francia, con l’indebolirsi della destra moderata a causa del ripresentarsi di Silvio Berlusconi e con una azione di governo che non è riuscita a rispondere agli <strong>effetti della crisi economica che in Italia sono stati più feroci</strong> che in molti altri paesi dell’Ue,  hanno determinato la vittoria delle forze antisistema.</p>
<p>E così, il ciclo delle elezioni europee apertosi con la Brexit, si chiude con la <strong>vittoria delle forze sovraniste in Italia</strong>.</p>
<p>E’ da questo dato di fatto che <strong>dovrà ripartire lo sforzo del PD all’opposizione</strong>. All’interno della crisi delle forze progressiste europee dovremo trovare una strada che sappia coniugare cambiamento, fiducia nel futuro, opportunità, diritti e sviluppo. In Italia, a noi starà anche il compito di contrastare le derive di forze sovraniste, protezioniste, filo-russe e anti-europeiste che rischiano di essere al governo del nostro paese. La Brexit è stata una occasione per ripensare radicalmente l’integrazione europea. Il percorso che il PD intraprenderà per uscire da questa crisi può diventare analogamente <strong>un momento di svolta per l&#8217;intera sinistra Europea</strong>. Non cogliere questa è occasione è davvero troppo rischioso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1037/">Lo sforzo del PD all’opposizione per l&#8217;intera sinistra europea</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Appello &#8211; Garantire elezioni libere e giuste in Brasile, non impedire la candidatura dell&#8217;ex presidente Lula</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lia Quartapelle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 13:42:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Brasile]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marina Sereni e Lia Quartapelle Da ormai oltre quattro anni in Brasile è in corso un&#8217;iniziativa giudiziaria&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1030/">Appello &#8211; Garantire elezioni libere e giuste in Brasile, non impedire la candidatura dell&#8217;ex presidente Lula</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="ltr">
<div><em>di Marina Sereni e Lia Quartapelle</em></div>
<div></div>
<div>
<p>Da ormai oltre quattro anni in Brasile è in corso un&#8217;iniziativa giudiziaria che ha coinvolto l&#8217;ex Presidente Lula e che rischia oggi di <strong>precipitare la democrazia brasiliana in una crisi</strong> grave e preoccupante.</p>
<p>Riteniamo che la lotta alla corruzione sia necessaria per garantire ai cittadini un funzionamento trasparente ed efficace del sistema istituzionale e riteniamo che anche in Brasile, come in tutti i paesi democratici, per combattere efficacemente fenomeni di malcostume e impropri rapporti tra economia e politica, siano necessarie riforme politiche profonde. Ciò tanto più in un momento in cui <strong>il populismo e la demagogia investono con forza</strong> &#8211; anche se in forme diverse &#8211; praticamente tutte le democrazie avanzate.</p>
<p>Tuttavia, in nome della lotta alla corruzione non si può rischiare di mettere in crisi uno dei principi irrinunciabili della democrazia che risiede nella necessità di mantenere una distinzione ed un chiaro <strong>equilibrio tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario</strong>.</p>
<p>Dopo anni di indagini e di azioni giudiziarie, in cui molti osservatori e giuristi internazionali hanno riscontrato anche elementi di persecuzione personale, infatti, <strong>non sono emerse a carico del Presidente Lula prove</strong> tali da dimostrare che egli si sia appropriato di risorse pubbliche o abbia ricattato imprese per ottenere benefici personali.</p>
<p>Nonostante ciò, in virtù di una sentenza &#8211; <strong>discutibile e discussa anche da molti giuristi brasiliani</strong> in quanto contraddice una delle norme della Costituzione di quel Paese &#8211;  che prevede la possibilità di arresto prima dell&#8217;ultimo grado di giudizio, il Presidente Lula rischia nei prossimi giorni di essere condotto in carcere.</p>
<p>Tutto questo mentre <strong>è in corso la campagna elettorale verso le Presidenziali del prossimo ottobre</strong> alla quale il Presidente Lula partecipa e, stando ai sondaggi, con notevoli possibilità di successo. Giova d&#8217;altra parte ricordare come il contesto politico brasiliano sia stato in questi anni bruscamente scosso da un procedimento di impeachment nei confronti della Presidente Dilma Rousseff che ha portato &#8211; senza nuove elezioni &#8211; ad un vero e proprio ribaltamento politico essendo il governo in carica del Presidente Temer &#8211; già vicepresidente di Dilma &#8211; un esecutivo conservatore e di destra.</p>
<p>Siamo persone che a vario titolo hanno conosciuto l&#8217;esperienza del Governo Lula e abbiamo potuto apprezzare i cambiamenti impressi in quegli anni, soprattutto sul piano sociale. Per convinzioni ideali e politiche <strong>siamo vicini al popolo brasiliano</strong> e a tutte le forze che in quel Paese si battono per la giustizia sociale, contro la povertà, per lo sviluppo sostenibile e il progresso anche delle aree e dei ceti più deboli.</p>
</div>
<div>Per tutte queste ragioni vogliamo oggi esprimere una grande preoccupazione ed un vero e proprio allarme per il rischio che la competizione elettorale democratica in un grande Paese come il Brasile venga distorta e avvelenata da azioni giudiziarie che potrebbero <strong>impedire impropriamente ad uno dei protagonisti</strong> di prendervi parte liberamente.</div>
</div>
<div></div>
<div><em>L&#8217;appello è stato sottoscritto da Romano Prodi, già Presidente del Consiglio dei Ministri, 1996-1998 e 2006-2008; Massimo D`Alema, già Presidente del Consiglio dei Ministri 1998-2000; Luigi Ferrajoli, Giurista e Professore di Filosofia del Diritto, Università degli Studi di Roma3, Membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Lelio e Lisli Basso; Roberto Gualtieri,  Europarlamentare PD &#8211; S&amp;D, Presidente Commissione ECON, Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo; Salvatore Senese, Magistrato, ex Presidente di sezione alla Corte de Cassazione, ex membro del Senato della Repubblica Italiana, ex Presidente del Tribunale Permanente dei Popoli; Susanna Camusso, Segretario Generale CGIL; Marina Sereni, già Deputata e Vice-presidente della Camera dei Deputati; Piero Fassino, Deputato già Ministro di Grazia e Giustizia; Lia Quartapelle, Deputata, già capogruppo PD Esteri alla Camera; Luciana Castellina, Giornalista, scrittrice, già membro del Parlamento Europeo; Pier Luigi Bersani, Deputato, già Ministro e Presidente della Regione Emilia-Romagna; Vasco Errani, Senatore e già Presidente della Regione Emilia-Romagna; Guglielmo Epifani, Deputato, già Segretario CGIL; Gianni Tognoni, Medico ricercatore, Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Lelio e Lisli Basso; Roberto Vecchi, Professore, Direttore Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne della Università di Bologna.</em></div>
<div class="gmail_extra"></div>
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		<title>Aleppo non è Srebrenica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lia Quartapelle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 13:32:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Aleppo]]></category>
		<category><![CDATA[Rwanda]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Srebrenica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le immagini e le notizie che ci arrivano dalla città ormai espugnata sono disperanti e vividissime. L’unica certezza&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le immagini e le notizie che ci arrivano dalla città ormai espugnata sono disperanti e vividissime. L’unica certezza è che non sarà possibile dimenticare <strong>Aleppo</strong> e che ci vergogneremo di quanto non stiamo facendo, proprio come accadde tra l’aprile e il luglio del 1994 di fronte al genocidio rwandese o al massacro di tutti i maschi musulmani della città bosniaca, sotto gli occhi delle truppe olandesi delle<strong> Nazioni Unite</strong>, avvenuto l’11 luglio 1995.</p>
<p>Tuttavia, Aleppo non è <strong>Srebrenica</strong>. E non è Kigali. È cambiata, infatti, la natura della guerra, e i conflitti di questa nostra era di disordine globale rendono ancora più difficile discernere chi siano i buoni e quali i cattivi.</p>
<p>A partire dal 19 luglio 2012, l’assedio di Aleppo è proseguito per più di quattro anni. Aleppo è infatti una delle città siriane che dall’inizio della timidissima primavera siriana, trasformatasi velocemente e con crudeltà nella guerra civile siriana, si sono ribellate al regime di <strong>Assad</strong>. La sua conquista ha assunto quindi da subito una valenza simbolica oltre che strategica, sia per i gruppi anti-Assad, che per il regime siriano e i suoi alleati. E se l’attaccamento al potere da parte di Bashar Assad ha trasformato in brevissimo tempo la guerra civile siriana in una guerra totale, nei luoghi in cui anche simbolicamente si è combattuta più intensamente essa è diventata subito un groviglio inestricabile di crudeltà, ferocia, ingiustizie e torti in competizione tra di loro.</p>
<p>Lo scontro ha messo in braccio a tutti le armi. Come in tutti gli assedi prolungati, da Famagosta a Stalingrado, persino le donne e i bambini, per contribuire alla propria sopravvivenza, hanno fiancheggiato le milizie, diventando guerriglieri, sabotatori e parti attive di un conflitto dove le figure delle vittime si fondevano spesso con quelle dei carnefici.</p>
<p>Ecco perché nel conflitto siriano, e in particolare modo ad Aleppo, noi occidentali non siamo stati in grado di capire con chi fosse giusto stare. Tra le milizie che hanno tenuto il controllo di Aleppo est non ci sono milizie democratiche, laiche, ma molti affiliati a gruppi terroristi come il Fronte al-Nusra e il Fronte islamico e milizie che, abbandonate a sé stesse, si sono andate via, via radicalizzando.</p>
<p>Certo, nella confusione abbiamo guardato con sofferenza e sconcerto le immagini di una città che sotto le bombe e i colpi di mortaio perdeva l’anima, oltre che il suo antico splendore.  Ci siamo fatti promotori di iniziative umanitarie, con l’appello di rendere “Aleppo città aperta”, ma senza trovare argomentazioni e motivazioni sufficientemente solide per condurre a una sentenza definitiva sui colpevoli e le loro responsabilità. Confondere i piani non aiuta a identificare i problemi, e quindi a individuare strumenti per affrontarli. E Aleppo è il simbolo di un’epoca di riconfigurazione degli equilibri globali, sul quale, per tante ragioni, non siamo stati capaci di incidere o abbiamo deciso di non partecipare.</p>
<p>Questo, tuttavia, non può rappresentare un alibi. Mentre la propaganda russa parla di 5mila ribelli e le loro famiglie che aspettano di essere ordinatamente evacuate, il sindaco di Aleppo al <strong>Consiglio europeo</strong> a Bruxelles denuncia 50mila persone in attesa di uscire dalla città, e di più di mille morti nelle strade.</p>
<p>Le nuove immagini che ci arrivano oggi da Aleppo con un ulteriore carico di tragedia e impotenza, non devono farci dimenticare perché siamo arrivati fino a qui. Anche se non sappiamo chi sono i buoni e i cattivi, anche se l’intervento in Iraq e Afghanistan ci hanno insegnato che non si possono facilitare le transizioni con la forza, anche se i civili stessi hanno combattuto la guerra, non possiamo lasciare che si verifichino vendette o rappresaglie su chi si arrende e sta lasciando la città. Di fronte a quelle immagini, a quelle storie, a quei bambini, spesso senza più i genitori, che in gruppetti provano a mettersi in salvo scappando dalla città rasa al suolo, non possiamo voltarci dall’altra parte. Non dobbiamo dimenticare che la storia umana si è dotata di strumenti come il diritto di guerra e di reati come i crimini di guerra e contro l’umanità, con l’obiettivo di tutelare i valori universali, i diritti umani proprio nelle situazioni più atroci. Dobbiamo chiederne il rispetto.</p>
<p>Occorre anche rivedere profondamente la dottrina della responsabilità di proteggere, quella dottrina inventata negli anni Novanta proprio per fare fronte a situazioni come quella che vediamo ad Aleppo. E forse è davvero giunto il momento di riconsiderare la nostra indisponibilità a farci coinvolgere in situazioni come la vicenda siriana, soprattutto quando vengono oltrepassate soglie, i crimini contro l’umanità, che dovremmo aver imparato a considerare insuperabili. Si tratta di capire quando le molte ragioni per l’opportunità del non fare rischiano di trasformarsi in un alibi che travolge il comune senso di umanità, i valori che riteniamo universali e la fatica che abbiamo la responsabilità di caricarci per fare in modo che questi non siano svuotati.</p>
<p>Nel 2012 si era indicata come “linea rossa” per un possibile intervento armato in Siria l’utilizzo di armi chimiche, ma nell’agosto 2013, dopo l’attacco chimico di Ghuta da parte del regime di Assad, non ci furono reazioni se non quella di continuare a cercare la necessaria soluzione politica. Fu una delle tante volte che davanti al “casino siriano” abbiamo allargato le braccia.</p>
<p>Oggi ci troviamo senza parole davanti ad Aleppo. L’auspicio è che il silenzio induca a una riflessione per immaginare iniziative chiare e determinate per denunciare il cinismo russo e iraniano, per condannare la ferocia senza vergogna di Assad, per superare lo stato confusionale occidentale e per salvare le persone in fuga. Per smettere di allargare le braccia.</p>
<p>(Ph Reuters)</p>
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