Una nota di aggiornamento su quello che succede a Hong Kong

Per quanto riguarda Hong Kong, su MondoDem ci siamo lasciati a fine novembre dell’anno scorso. Dopo aver tirato le somme delle grandi proteste che hanno infervorato le vie della città e delle elezioni per i consigli distrettuali che hanno visto una vittoria dei partiti pandemocratici, gli Stati Uniti, sempre più presenti e attenti alle vicende di Hong Kong, hanno emanato l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act. Con tale provvedimento gli USA si sono dotati dello strumento atttraverso il quale emanare sanzioni per la Cina o gli ufficiali di Hong Kong responsabili per la violazione dei diritti umani a Hong Kong.

Il 23 gennaio 2020 Hong Kong presenta una legge, da approvare a luglio, contro il vilipendio dell’inno nazionale cinese.

Il 27 gennaio a Hong Kong alcuni manifestanti danno fuoco ad una struttura adibita ad ospitare dei cittadini provenienti da Wuhan affetti da coronavirus presenti in quel momento sul suolo Hongkonghese.

A febbraio inizia la quarantena per la città, che viene poi rinnovata ad aprile per una seconda volta, dopo una prima sospensione.

A maggio termina definitivamente il lockdown e le proteste riprendono in modo massiccio, prima nei centri commerciali, poi in strada.

Questo breve riepilogo ci è utile per mostrare come la tensione ad Hong Kong non sia in realtà mai calata, e come Pechino non abbia mai mollato la presa sulla regione amministrativa speciale.

Venerdì 22 maggio è stata inaugurata la tredicesima Assemblea Nazionale del Popolo, con due mesi di ritardo rispetto alla consuetudine – l’assemblea infatti si riunisce generalmente a marzo – a causa dell’emergenza coronavirus. L’evento è tendenzialmente caratterizzato da un’agenda prefissata e prevedibile, che tendenzialmente esalta le grandi conquiste raggiunte nel corso dell’anno precedente e preannuncia le nuove, che dovranno essere raggiunte nell’anno venturo. Ma quest’anno è diverso. Non solo Pechino deve fronteggiare la grande emergenza sanitaria che ha sconvolto il Paese – che ha registrato per la prima volta dal 1976 un calo sostanziale della crescita del PIL – ma si ritrova a fare i conti con una “provincia ribelle” che sembra non avere intenzione di arrestarsi facilmente.

Fin dal primo giorno dell’Assemblea è stata annunciata l’intenzione, poi confermata il 28 maggio, di redigere e approvare una legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong. Quindi, dal 28 maggio, è stata approvata la risoluzione che prevede per il comitato permanente dell’Assemblea l’inizio della scrittura di una bozza di legge – questa infatti non esiste già e non è ancora in vigore. Sebbene non ancora definita, la legge presenta già una cornice ben definita dall’Assemblea. Essa dovrà condannare tutti quegli atti che vengano registrati come “sovversivi, secessionisti, terroristici o di interferenza internazionale”.  Le leggi verranno applicate “per promulgazione”, bypassando il parlamento locale, secondo una formula che, sebbene legale, risulta evidentemente una forzatura.

Il timore infatti è che Pechino possa e voglia accelerare notevolmente il processo di rientro di Hong Kong nella mainland, rinuncciando al principio “un paese-due sistemi” su cui si è fondato il rapporto della città con la Repubblica Popolare dal 1997, anno in cui è tornata nel territorio cinese dopo un accordo stretto con l’Inghilterra. Il rischio è l’imposizione di un nuovo paradigma “un paese-un sistema”, nel quale Hong Kong perderebbe lo stato di autonomia conquistato fino a questo momento e tanto rivendicato con le molteplici manifestazioni. Sia Pechino che Hong Kong non hanno intenzione di indietreggiare rispetto ai loro obiettivi, tanto più data la situazione contingente a livello sia interno che esterno.

A livello domestico, infatti, la Cina sta inasprendo la sua politica nei confronti di Hong Kong per stimolare nella popolazione quel sentimento nazionalista che le viene incontro nei momenti di grave crisi: l’arretramento del PIL pone un grande problema alla leadership e alla fiducia che la popolazione vi ripone. Si sta registrando, infatti, la perdita di ingenti posti di lavoro in aperto contrasto con uno dei progetti principali di Xi Jinping, quello di “una società moderatamente benestante”.

A livello internazionale, gli Stati Uniti hanno rimarcato nuovamente il divario che li divide dalla Cina, con la dichiarazione di Mike Pompeo che ha affermato come l’alto grado di autonomia di Hong Kong non esista più. Hong Kong verrebbe considerata quindi come parte integrante della Cina e sottoposta a sanzioni. Trump ha convocato per oggi, 29 maggio, una conferenza stampa interamente a tema Cina, ormai cavallo di battaglia della sua campagna di corsa alla presidenza.

In un momento storico in cui la situazione legata alla vicenda di Hong Kong, ormai inevitabilmente intrecciata ad altre grandi questioni internazionali, sembra correre più veloce di quanto previsto, viene spontaneo domandarsi quali possano essere i suoi sviluppi: Cina e Stati Uniti si scontreranno direttamente? I movimenti di rivolta verranno definitivamente soppressi? Hong Kong riuscirà a resistere alla morsa di ferro della Cina?

Purtroppo, come l’esperienza ci insegna, sarà solo lo scorrere degli eventi a dircelo.

Categorie: Cina

Alessia Paolillo

Alessia Paolillo, laureata triennale e magistrale in “Lingue e civiltà orientali” (curriculum cinese) presso l’Università di Roma, La Sapienza. Attualmente frequenta un master di secondo livello in “Public International Affairs”, presso la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali "Guido Carli". I suoi interessi di studio sono principalmente collegati alla politica domestica e internazionale cinese.

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