Il settore del vino è stato colpito molto duramente dall’impatto del Covid19: a mettere in ginocchio numerose cantine italiane è stata la chiusura, durante il lockdown, di tutto il comparto HoReCa (hotel, bar e ristorazione). Questo, infatti, è uno sbocco importantissimo per tutto il settore del vino italiano, ma fondamentale per quelle cantine che non hanno le dimensioni, i volumi e la struttura per poter vendere il proprio prodotto sugli scaffali dei supermercati italiani in modo profittevole. Anche dopo la riapertura, la parziale paralisi dei mercati internazionali e il blocco del turismo hanno rallentato la ripresa delle aziende vinicole. Ma c’è un posto nel mondo in cui i consumi hanno ritrovato vitalità, in cui si è tornati a stappare bottiglie di vino importato, e che può dare respiro a coloro che producono vino: si tratta della Cina.

Certo, anche prima dell’epidemia quello cinese era un mercato che faceva gola a un gran numero di produttori, con i suoi 2,2 miliardi di euro di importazioni di vino nel 2019 – 140 milioni solo di vino italiano (dati Nomisma) – un import vinicolo sostanzialmente raddoppiato in pochi anni, con una crescita tumultuosa.

Tuttavia, la Cina è un mercato che offre tante opportunità quante sono le sfide.

Quali sono gli ostacoli maggiori che incontra il vino italiano nell’accedere al ricco mercato cinese?

Innanzitutto, una burocrazia complessa e delicata. Infatti, per poter superare i controlli della dogana cinese, le bottiglie di vino devono essere corredate di numerosi documenti tra certificati, analisi chimiche ed etichette tradotte in cinese.

Ostacolo ancora più importante è quello dei dazi – per andare a toccare un argomento particolarmente caldo di questi tempi quando si parla di Cina – che rischiano di neutralizzare un grande punto di forza del vino italiano, ovvero l’invidiabile rapporto qualità-prezzo.

L’Italia è solo il quarto più grande produttore di vino importato in Cina – fino all’anno scorso era il quinto, ha da poco superato la Spagna – in coda ad Australia, Francia e Cile. Ad esclusione della Francia (anch’essa da poco tragicamente sorpassata dall’Australia), cosa accomuna gli altri due paesi? Non una gloriosa tradizione enologica, per lo meno se confrontati agli altri due contendenti, bensì l’assenza di dazi all’ingresso del mercato cinese. I dazi pagati dai vini australiani e cileni, infatti, sono pari a zero, a differenza di quelli italiani che, a seconda dei casi, pagano dal 14% al 20%. Questo comporta un significativo aumento di prezzo che viene scaricato sulle spalle del consumatore, il quale di conseguenza è meno invogliato a gettarsi nell’esplorazione del magnifico panorama enologico italiano.

Qui si tocca un altro tasto dolente: l’immensa varietà del vino del Bel Paese è risultata fino ad ora essere un peso piuttosto che una ricchezza. L’Italia ha avuto una scarsa capacità di fare sistema come nazione del vino, soprattutto se confrontata alla Francia che sin dagli anni ’80 ha saputo abilmente costruire un brand di 法国葡萄酒faguo putaojiu (vino francese) di inequivocabile ed eccezionale efficacia. Gli italiani, invece, impelagati in campanilismi e rivalità territoriali, giungono sul mercato cinese con una miriade di varietà differenti che, come gli stessi italiani ci tengono a specificare, sono assolutamente diverse tra loro. Il messaggio che passa non è “il vino italiano è di qualità”, bensì un microcosmo di molteplici varietà, in cui i prodotti vengono inquadrati in categorie man mano più ridotte, con il legittimo obiettivo di differenziare il proprio vino, rischiando tuttavia di perdere una visione d’insieme. Il caso francese dimostra che il mancato sforzo di semplificazione faccia sì che il consumatore cinese, mediamente ancora poco esperto, si trovi confuso, spaesato, scoraggiato.

Cosa possono fare le istituzioni per risolvere questi problemi?

È risaputo come la Cina propenda per trattative bilaterali con i singoli Stati piuttosto che l’adesione a trattati multilaterali. L’Australia ha saputo sfruttare i rapporti commerciali estremamente privilegiati con la Cina per dare spinta a un settore con grande potenziale. Il Cile ha deciso a tavolino, facendo sedere insieme filiera produttiva e istituzioni, che avrebbero fatto decollare il vino cileno attraverso uno sforzo collettivo, facendo in più leva sui buoni rapporti diplomatici con la Cina (grazie alla sua politica terzomondista di lunga data) per strappare condizioni favorevoli per l’export.

L’Italia, le cui esportazioni valgono un terzo del PIL, potrebbe leva sia sulla congiuntura relativamente positiva in fatto di rapporti diplomatici sino-italiani che sul grande potere del brand “Made in Italy” in fatto di lusso e moda, così come le nostre eccellenze del know-how in campo meccanico e farmaceutico. Tuttavia, non bisogna neanche far sì che uno sforzo per incrementare l’esportazione di uno specifico bene venga percepito, da parte cinese o di paesi terzi, come una generale volontà italiana di accettare la logica cinese della prevalenza dei rapporti bilaterali. Incrinare il fronte europeo nei rapporti commerciali con la Cina significherebbe, per l’Italia, accettare di negoziare da junior partner con il gigante cinese, invece che da pari a pari come UE. Già la firma del Memorandum d’Intesa per la Nuova Via della Seta, da tutti interpretata per il suo valore politico-strategico e non commerciale, è sembrata incrinare non poco la collocazione euro-atlantica del nostro paese.

Meno politicamente sensibile ma altrettanto fruttuoso sarebbe invece agire dentro i confini italiani, investendo su organi nazionali veramente autorevoli e super partes che sappiano creare una visione unitaria, coerente e chiara per l’export vinicolo italiano; che sappiano cioè creare quel messaggio forte che dica “il vino italiano è di qualità”. Mettere insieme gli attori della filiera e delle istituzioni, rinunciando tutti a un pizzico di orgoglio in cambio di grandi vantaggi per l’intero paese, è un’impresa difficile, ma sicuramente non impossibile.

Categorie: Cina

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