Un anno vissuto pericolosamente. Questo 2016 che si avvicina alla conclusione è stato denso di avvenimenti, molti dei quali appuntamenti elettorali, che hanno colto di sorpresa, quando non gettato nello sconforto, analisti e commentatori. Molta della sorpresa è stata dovuta al fatto che, di fronte alle grandi domande della contemporaneità, a uscire dalle urne è stata spesso una risposta non corrispondente a quella che in molti ritenevano essere l’opzione più razionale, quella che meglio permetteva di soddisfare il bene comune. L’affermazione del “Leave” nel referendum britannico sulla Brexit, la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane, l’imporsi del “no” nel referendum costituzionale in Italia, hanno non solo colto di sorpresa gli osservatori, ma anche dato avvio a periodi di profonda incertezza, aprendo profonde crepe in alcuni pilastri che contribuivano a tenere in ordine il nostro mondo. A completare il quadro, sullo sfondo ma non troppo, la contemporanea avanzata di movimenti ascrivibili all’ampia categoria del populismo, sicuramente guidati da abili demagoghi, che hanno saputo intercettare il malcontento di ampie fasce della popolazione e parallelamente attribuirne tutta la responsabilità a precisi gruppi politici o istituzioni: l’Unione europea nel caso della Brexit, “l’establishment” e la candidata sua diretta espressione negli Stati Uniti, la squadra di governo in Italia.

Benché ciascuno di questi sommovimenti tellurici sia attribuibile a fattori radicati nei singoli contesti nazionali, sembra esistere una tendenza di fondo che unisce in maniera trasversale quanto accaduto negli appuntamenti elettorali di quest’anno, ma anche quanto rischia di accadere in quelli del 2017 in democrazie liberali considerate solide e mature. È la tendenza, già accennata, da parte di presunti capipopolo a incolpare precisi soggetti politici e/o istituzionali per tutte le grievances, ergendosi al contempo a restauratori di un supposto benessere e vindici di una altrettanto supposta grandezza originaria, tutta contenuta all’interno dei confini nazionali. La diffidenza verso la classe politica, che spesso diviene vero e proprio odio sociale, è una tendenza che chiama in causa l’antico dibattito che ha per oggetto il rapporto tra élites di governo e democrazia.

Platone, ne La Repubblica, affida il governo dello Stato ideale a una classe di re-filosofi (árchontes), gli unici che posseggono le necessarie doti di saggezza e razionalità atte a governare la polis e garantirle il soddisfacimento dei criteri di giustizia perfetta. La classe di governo emerge dunque da una selezione tra i migliori. Se nel pensiero classico la riflessione sui governanti è una riflessione che sfocia nella forma politica dell’aristocrazia (i migliori per nascita) o nel suo concetto degenerato di oligarchia (il governo di pochi, scelti in base al censo), è nel passaggio alla democrazia moderna che la classe di governo diventa espressione della collettività. Non essendo però possibile un governo del popolo vero e proprio, è necessario creare l’artificio della rappresentanza: il popolo delega il potere e la responsabilità di governo a propri rappresentanti. La classe politica è dunque diseguale e superiore rispetto al popolo, ma questa superiorità e questa disuguaglianza sono meramente funzionali.

Ripercorrendo il dibattito sul rapporto tra élites di governo e democrazia, è impossibile non fare menzione della teoria politica dell’elitismo, che ha negli italiani Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto i suoi padri fondatori. Nella sua formulazione originaria, l’elitismo difficilmente si combina con la teoria democratica classica: nella dicotomia élites-masse la forma di governo democratica difficilmente può esistere perché l’incapacità da parte delle masse di organizzarsi e determinarsi lascia l’incombenza del governo nelle mani dell’élite, consapevole, coesa e cospirante, secondo il criterio delle tre C introdotto da Mosca per identificare la classe politica. È solo con l’evoluzione del pensiero politico elitista verso una forma di “elitismo democratico” che avviene la riconciliazione tra teoria delle élites e democrazia. Aprendo la classe politica al popolo, e dunque a un ricambio e a una circolazione “dal basso all’alto”, è possibile la convivenza virtuosa tra popolo ed élites.

Una convivenza virtuosa che in qualche modo sembra essersi interrotta.

Nella trasformazione del linguaggio che fa eco alla trasformazione della società, quella che la scienza politica definisce “élite” è diventato oggi un referente utilizzato ormai quasi esclusivamente nella sua accezione negativa, come sinonimo di “casta”: un gruppo ristretto di privilegiati trincerati in un fortino costituito da rendite inamovibili. Con buona pace del significato originario di élite, dal latino eligere, scelta dei migliori.

È, la rivolta contro le élite, la rivolta contro i politici di professione. Ma che cos’è la politica come professione? È per forza di cose sinonimo di “casta”?

Nel gennaio 1919 Max Weber tiene una conferenza dal titolo Politik als Beruf, tradotta in italiano come La politica come professione. Per Weber, che si trova a vivere nella Germania protestante di fine ‘800-inizio ‘900, l’utilizzo del termine polisemico Beruf non è casuale: per l’uomo, il raggiungimento della grazia passa attraverso la piena realizzazione del compito che Dio ha dato lui. La professione, intesa come mestiere, è al contempo vocazione, vale a dire il talento che un Dio onnipotente e sovrano ha seminato in ciascuno dei suoi figli. Afferma Weber: “Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico se non mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione”. È una definizione nella quale è già implicito il concetto, sempre weberiano, di “etica della responsabilità”: l’invito per il singolo a “coniugare fini, mezzi e conseguenze dell’agire”, in modo da rispondere “alla mancanza di senso, all’irrazionalità etica del mondo”. Afferma ancora Weber: “È certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile”.

Nell’idea di politica come professione, dunque, è implicita una dimensione etica e valoriale che scompare del tutto nelle offese odierne verso i “politicanti di professione” (da notare, sempre nell’ottica della trasformazione del linguaggio, la modifica in senso peggiorativo del termine, utilizzando le varianti offerte dalla lingua italiana per togliere valore a un termine neutro come “politico”).

Lo svilimento, quando non il degradamento, della dimensione valoriale è presente anche in un fenomeno parallelo che, insieme alla lotta contro “l’establishment”, trova spazio nella odierna retorica populista: la delegittimazione della cultura e del sapere, che non sembrano essere più né requisiti da richiedere ai governanti, né elementi fondamentali del dibattito pubblico. Ma, e ciò è ancora più pericoloso, la delegittimazione di cultura e competenza non è mera rinuncia: è vera e propria rivincita e sdoganamento del loro contrario, l’ignoranza e l’opinionismo.

Una manifestazione di tale fenomeno si è vista nelle invettive contro gli esperti che nelle settimane precedenti al referendum sulla Brexit cercavano di indicare le implicazioni oggettive – negative – della eventuale vittoria del “Leave”. Si vede poi all’opera quotidianamente nella delegittimazione di giornalisti e studiosi, il cui contributo al dibattito pubblico viene avvelenato con insulti e sommerso dal parallelo dilagare di notizie false e volutamente provocatorie, e di alcuni tra gli stessi politici, le cui dichiarazioni su questioni oggettive sono spesso oggetto di commenti e insulti che non vengono rivolti al contenuto della dichiarazione bensì alla persona. Nel caso delle donne, poi, il qualunquismo si sposa con il sessismo, in un velenoso e pericoloso mescolarsi di piani.

Ricollegando questi elementi alle riflessioni sopra accennate sulle élite e sulla qualità dei governanti, è da registrare una tendenza pericolosa per la salute della democrazia: senza entrare nei meandri della cosiddetta post-verità, categoria forse più affascinante che reale, è giusto riflettere sul fatto che non solo siamo in presenza di un numero crescente di persone che non sa distinguere una notizia vera da una falsa, ma è anche in aumento il numero di persone che legittima la mancanza di conoscenza, a tratti la vera e propria ignoranza, nella classe di governo. In altre parole, non si chiede più ai propri governanti di disporre di competenze e conoscenze specifiche e necessarie per lo svolgimento delle loro funzioni: si chiude un occhio, anzi due, di fronte a errori e palesi manifestazioni di ignoranza, mettendo in cima alle priorità non già un sufficiente livello di competenza ma caratteristiche quali onestà, rettitudine e, appunto, capacità di ergersi a capipolo e vendicatori di ingiustizie.

È indubbio che tali caratteristiche siano necessarie all’arte del buon governo, ma è giusto domandarsi se esse siano anche sufficienti: una democrazia si basa sulla possibilità per i cittadini di valutare se l’operato dei loro rappresentanti è rispondente o meno al potere di cui essi sono stati investiti. Ma quando il dibattito pubblico è “drogato” da notizie false, quando un ampio segmento degli elettori non è in grado di distinguere cosa è vero da cosa non lo è, non conosce i più elementari meccanismi del funzionamento del governo (gli inglesi non conoscono l’Ue, gli italiani inveiscono contro “l’ennesimo governo non eletto dal popolo”) che ne è della salute del sistema?

L’anti-politica, nel senso di rifiuto delle élites, cade in questo modo nell’anti-intellettualismo, il rifiuto della cultura: per Isaac Asimov “un tarlo nutrito dall’idea sbagliata che democrazia significhi che la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza”. Il risultato è che se un politico mente, inavvertitamente o deliberatamente, non dà più scandalo. Se qualcuno lo fa notare, viene tacciato di snobismo o di “elitarismo” (un’altra trasformazione in senso dispregiativo di “elitismo”). Da una parte un numero crescente di persone non ha gli strumenti per smascherare la bugia o la falsità delle sue affermazioni, dall’altra, anche una volta poste di fronte allo smascheramento, c’è sempre un buon numero di persone pronte a difenderne la genuinità e a ribadire che non è quello l’importante. Non è mera sfiducia negli esperti, è vera e propria rivincita dell’ignoranza.

In poche parole, quando parte dell’élite abdica al suo ruolo di “migliori” e diventa anzi l’aizzatore di una nuova “mediocrazia”, l’asticella della qualità del sistema nel suo complesso precipita sempre più in basso.

Da dove ripartire? La risposta, per quanto non esaustiva, può sembrare banale: urge insistere sull’istruzione, urge ribadire il valore fondamentale dello studio e della ricerca dell’oggettività a ogni stadio della vita e in ogni professione. Oltre il ciclo delle scuole dell’obbligo, occorre riabilitare il valore dell’indagine, dello studio, del silenzio indagatore, della ricerca di risposte, finanche del dubbio come primo motore, insieme alla “meraviglia”, della conoscenza. Ciò dovrebbe avvenire “dall’alto e dal basso”, tanto nelle scuole, sui giornali,  tra le organizzazioni della società civile quanto nelle sedi istituzionali e governative. Occorre insegnare in primo luogo che le competenze sono fondamentali per esercitare l’arte della “politica di professione”, e che quest’ultima non è un esercizio parassitario bensì un compito nobile. La guerra contro gli slogan si vince solo riabilitando la complessità e ribaltando l’equivalenza per cui cultura è uguale a snobismo e a presunzione di superiorità. Occorre, al contrario, una grande umiltà per riconoscere di non avere tutte le risposte, di non essere in grado di fornire ai cittadini risposte semplici e univoche.

L’alternativa è quella del lasciare che gli eventi facciano il loro corso e sperare nel potere dimostrativo dell’esempio: negli Stati Uniti il rifiuto della candidata della competenza, identificata come candidata dell’establishment, ha consegnato il paese nelle mani di un altro tipo di élite, quella che persegue i propri interessi; nel Regno Unito il voto “di pancia” della Brexit condannerà nei prossimi anni il paese a una diminuita quanto immeritata rilevanza; in Italia rischia di andare al potere una nuova “banda degli onesti” che crede, tra le altre cose, che i vaccini siano dannosi per la salute. Quando questo scenario si sarà realizzato, quando il quadro sarà completo, non saranno necessario gli esperti per capire che forse abbiamo sbagliato qualcosa, che competenza non è sinonimo di saccenza, che “politica come professione” non è sinonimo di “casta” bensì di “vocazione”.


Annalisa Perteghella

Nata nel 1986, una laurea in lingua cinese e un dottorato sul sistema politico iraniano. Lavora come ricercatrice in un think tank, è membro della redazione scientifica dell’Atlante geopolitico Treccani, collabora con Università Cattolica e Università Bocconi, è docente del Nuovo Istituto per il Business Internazionale. Studia il sistema politico iraniano e la proiezione geopolitica del paese nella regione.

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